Disastro del Vajont, perché è successo

Il Disastro del Vajont è stata una delle catastrofi antropiche più grandi. Ovviamente, sono troppo piccolo per avere vissuto l’evento sulla mia pelle (classe 1998 per chi non lo sapesse), ma bazzicando spesso per il Cadore, essendo veneto e studiando Scienze ambientali a Ca’ Foscari una piccola idea me la sono fatta.

Ma prima di tutto, cos’è Il Disastro del Vajont?

Vajont deriva il proprio nome dal torrente che scorre nella valle di Erto e Casso per poi confluire nel Piave, davanti a Longarone, in provincia di Belluno. Il monte che causò la frana è il Monte Toc, che in dialetto locale significa marcio. Il Disastro del Vajont fu l’onda anomala causata da una frana del Monte Toc, che precipitò nel 1963 sulla diga posta a incanalare il torrente; onda anomala che abbatté la propria furia devastatrice su Longarone e Erto.

Ho sentito molto su questa vicenda, ho guardato molti documentari e letto interviste ai sopravvissuti o ai parenti delle vittime. Non posso nemmeno lontanamente immaginare cosa possa essere stato. Ma sono stato sul posto con la mia professoressa di Geodinamica, ho ancora adesso i miei appunti; appunti che raccontano numeri di geomorfologia mostruosi e grandi lacune da parte delle autorità.

Cos’è stato a causare il Disastro del Vajont?

I principali fattori del disastro furono cinque: l’assetto strutturale del monte Toc; la presenza di un’estesa paleofrana; la presenza di una falda in pressione sotto la superficie di rottura; le precipitazioni; la sismicità dell’aria.

  • L’assetto strutturale del monte Toc. Il principale componente della frana fu l’assetto a franapoggio del versante; il franapoggio è una formazione rocciosa parallela al versante e quindi è più facile che le rocce scivolino o si stacchino dal versante.
  • La presenza di un’estesa paleofrana. Una frana è uno spostamento veloce di rocce che scivolano lungo il pendio roccioso; la presenza di una frana già avvenuta esplicitava maggiormente la possibilità della possibilità che se ne potesse creare una nuova.
  • La presenza di una falda in pressione sotto la superficie di rottura. In pratica, esistevano due falde: una più superficiale libera di oscillare e una inferiore compressa e in pressione se riempita con le precipitazioni naturali; il rischio era che quella inferiore a causa della pressione che sentiva potesse destabilizzare gli strati a essa superiori.
  • Le precipitazioni, cioè l’acqua che annualmente si infiltrava nelle rocce e le limava a causa della continua lisciviazione e il riempimento/svuotamento della vasca idrica.

Inoltre, oltre ai fattori idrogeologici, ci fu un altro fattore importante: la completa inefficacia del monitoraggio e della gestione della diga.

Un continuo svuotamento della diga e frane sempre più frequenti

Innanzitutto, come prima premonizione nel Marzo 1960 quando il livello dell’invaso era già a livello di oltre 500 metri di quota (più di mezzo chilometro) si riattivò una paleofrana che cadde in acqua; solo tre mesi più tardi un’ulteriore frana interessò il contenuto idrico della diga neonata, quando il livello era già a 600 metri di quota, con numerosi movimenti geodinamici tutt’intorno a essa. Le successive analisi per capire le cause delle frane svelarono che la superficie interessata dai crolli era molto più profonda del previsto: già da qui si poteva capire quanto gli studi preparativi per la diga fossero stati superficiali!

Ovviamente, una frana (che è un corpo roccioso che cade lungo un pendio) non cade per spontanea volontà di procurare danni e infatti, per tutto il 1960 alla sua fine, la zona fu colpita da numerose frane e fratture del paesaggio idrogeologico: comparvero numerose e profonde saette nel terreno simultaneamente a frane che si riversavano nella diga provocando onde alte più di due metri!

Nel 1961, per cercare di arginare il problema delle continue frane si pensò di svuotare e riempire sistematicamente la diga per arginare la distruzione delle componenti rocciose della diga ma ciò che il geologo e responsabile Muller non pensò è che la continua corrente idrica avrebbe reso le pareti rocciose molto più lisce e permeabili e soprattutto fragili! Tuttavia, l’idea venne approvata e fu costruito un bypass per gestire il flusso idrico all’interno del bacino artificiale e la sua altezza.

Quindi, costruito il bypass, nei successivi due anni il livello idrico della diga viaggiò tra i 600 metri d’altezza di quota e i 700; disgraziatamente, le frane cessarono: Muller arrivò a pensare che con un flusso d’acqua controllato, le frane potessero venire controllato mentre probabilmente ciò che era realmente successo era semplicemente la fine del corpo di frana attuale e l’inizio del deterioramento di un ulteriore strato di roccia, più profondo ed esteso.

E poi ci fu il disastro

Alla fine di Agosto 1963, con il livello a 710 metri di quota, la velocità di frana aumentò bruscamente fino a 2 centimetri al giorno. Sperando di ripetere i risultati precedentemente ottenuti, Muller ordinò un ulteriore svuotamento ma ciò, invece, aiutò il corpo di frana a staccarsi dalla parete generando nella notte un’onda anomala di un’energia straordinaria.

Era il nove Ottobre 1963.

Le principali cause di quell’onda capace di spazzare via interi edifici a chilometri di distanza sono:

  • l’elevata velocità della frana, causata dalla forza d’attrito dell’acqua in uscita sulle pareti;
  • la pressione dell’acqua sulle rocce già fragili.

Io ho solo ventun anni, non posso nemmeno immaginare ciò che dev’essere stato; ma ho studiato l’evento come approfondimento di geologia sul movimento di frane. Spero solo di avere spiegato ciò che causò il disastro, nella speranza che l’uomo non costruisca più dove non deve e abbia la forza di correggere gli errori commessi, come per esempio la costruzione della diga del Vajont.

Ciao.

cause del disastro del vajont, mappa
Studio satellitare svolto da me a lezione sul Vajont

Fonti.

Treccani: http://www.treccani.it/enciclopedia/franapoggio/

Pubblicato da

Austin Dove

Mi chiamo Antonio, sono uno studente della facoltà universitaria di Scienze ambientali presso Ca' Foscari a Venezia. Pur studiando materie legate all'ambiente, la mia passione è l'arte e quindi qui provo a condividere ciò che apprezzo e le mie riflessioni! Ciao!^^

23 pensieri su “Disastro del Vajont, perché è successo”

    1. grazie! lo ho pubblicato perché con gli esami non ho tempo di scrivere tanto e mi ero pure ammalato; ho scelto questo perke era fermo da mesi da quando i miei lo avevano definito abbastanza puerile…
      intendi il film? tutti ne parlano bene…

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  1. Al posto del film c’è ovviamente da vedere lo spettacolo di Marco Paolini… la tragedia del Vajont mi inquieta perché io sono nato esattamente 19 anni dopo… e al mio compleanno c’è sempre la commemorazione…
    La natura di asservimento della vita al capitale che ha avuto quella vicenda fa rabbrividire…
    Il Vajont mi tocca anche perché Giovanni Michelucci, uno dei miei architetti preferiti, costruì la nuova chiesa di Longarone dopo il disastro… quando sono da quelle parti, torno sempre a vederla…

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      1. C’era tutta una filosofia “cementizia” dietro (del tipo “il cemento della diga l’ha distrutta e la rifaremo appunto in cemento, il cemento che rigenera”, o roba così), di cui mi piacque soprattutto l’idea di “rigenerazione” della vita, che portò all’anfiteatro sul tetto (teatro come vita e come importante come la religione)…
        Ci furono anche molte polemiche sulla scelta di affidare tutto a Michelucci, che era politicizzato e non locale…

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      2. Michelucci era di quelli che il cemento lo “spalmava come burro”… ci credeva tanto in quel materiale grezzo, forte ed “economico”, e ha trasmesso quell’amore a tutti i suoi allievi, che hanno spopolato soprattutto in Toscana (province di Firenze e Pistoia in particolare, ma anche qualcosa a Lucca, Siena, Massa, Pisa, Livorno ecc… un paio di chiese Michelucci le ha fatte anche a Vicenza e San Marino): hanno costruito interi quartieri col cemento (Sorgane a Firenze, la cittadina geotermica di Larderello, il Villaggio Belvedere a Pistoia), poco dopo o in contemporanea alle idee ingegneristiche di Riccardo Morandi (quello del ponte crollato sul Polcevera a Genova) e Pier Luigi Nervi (quello dello stadio Franchi a Firenze e dello stadio e palazzetto del sport al Flaminio a Roma), ignorando il fatto che, dopo pochi decenni, il loro caro cemento è diventato un crogiolo di screpolature, crepe, frane, che oggi dànno alle loro opere un aspetto molte volte fatiscente e invecchiatissimo…
        Anche l’altra filosofia di Michelucci e allievi, tanto fidente nel “sol dell’avvenire” e nella concordia tra vicini di casa, espletata in corridoi che “costringevano” i diversi pianerottoli a comunicare e quindi a socializzare (e, per traslato, l’amore per il “percorso” da inserire dappertutto, col risultato che da punto A a punto B non c’era mai una linea retta ma sempre un corridoio che passava per forza per un C ideale), è sfociata nella ridicola scomodità che l’odio tra vicini l’ha perfino fomentato! (c’è da dire, però, che in confronto al contemporaneo europeo, tipo le unità abitative di Le Corbusier e poi dell’URSS e della DDR, almeno in filosofia Michelucci aveva dalla sua almeno una “utopia”, che ha costruito roba invecchiata, concettualmente astrusa, ma credo meno “aberrante”… ma così si fa certamente il processo alle intenzioni)

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      3. Tutti i conoscenti che abitano in quei quartieri mi inondano di aneddoti terribilmente esilaranti!
        Invece un mio prozio abitò a lungo a Larderello come operaio elettrico all’ENEL geotermico, e mi diceva che, come in Alaska, quasi “li pagavano” per abitare là (erano i primi anni ’60) e sfruttavano la geotermia per tutto: riscaldarsi, cucinare, lavarsi ecc. con il “flusso del vapore” geotermico che arrivava dappertutto! una cosa “fantascientifica”…
        e io noto sempre ideali consonanze visive tra Larderello e le stazioni spaziali di Antonio Margheriti, che però credo abbia avuto negli occhi la centrale di Montaldo di Castro più che Larderello (di simili concezioni architettonico-industriali)…

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      4. ma io vorrei abitare in condominio: infatti, pur non essendo una persona particolarmente socievole o popolare, soffro molto la solitudine e casa mia è come essere in una villetta isolata tra giardini e gli unici altri condomini sempre via o silenziosi

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    1. Volevo giusto commentare e menzionare lo splendido spettacolo di Paolini. Non dimenticherò mai alcune sue parti, come quella dove spiega il monte Toc o quella in cui arriva l’onda e dopo la gente si chiede cosa sia successo… Che roba…

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      1. No, penso sia stato molto interessante e formativo. Non conoscevo questa vicenda.
        Poi non credo che a 16/17 anni si sia troppo giovani per parlare di queste cose, considera che in terza media la scuola mi portò ad Auschwitz…

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