Il Diavolo veste Prada

Buongiorno, oggi parliamo di un film che ha condiviso con il resto del mondo uno dei personaggi più iconici per il mondo della moda nei film: Il Diavolo veste Prada! E il personaggio che è diventato un’icona è ovviamente la favolosa e stronzissima Miranda Priestly di Meryl Streep!

Di cosa parla:

Il Diavolo veste Prada vede Andrea, detta da tutti Andy, cerca lavoro come giornalista dopo essersi laureata a pieni voti presso una prestigiosa università; dopo diversi tentativi, finalmente viene richiamata dalle risorse umane di Runaway per lavorare come segreteria di Miranda Priestly. Quello che non sa è che il suo capo è il Diavolo in persona!

Commento:

Il Diavolo veste Prada è uno di quei film che ti rasserenano la giornata, tu lo vedi trasmesso in televisione e dici “Sì, lo voglio vedere” perché, alla fine, la struttura del film è quella della fiaba e tu guardandolo lo capisci: nella sua normalità, la protagonista realizza i propri sogni di carriera riuscendo nel lavoro che tutte vorrebbero ma, capendo saggiamente di ricercare altro, si licenzia trionfalmente con un sorriso sulle labbra. Ti mette il buon umore e ti fa sognare!

Adoro Il Diavolo veste Prada, secondo me è una bellissima commedia che è narrata come una fiaba, dentro al favoloso e ricco di bellezza mondo della moda.

La protagonista è interpretata da Anne Hathaway in splendida forma, qui la classica ragazza della porta accanto; inoltre, come in altri film in cui ha recitato, anche qui si presta nella trasformazione da fogna a fregna. Il suo personaggio durante l’arco del film subisce un profondo cambiamento, rivelando un carattere molto meno forte di quello che credeva di avere millantando la sua bella laurea e criticando le sue colleghe: infatti, di concreto inizia ad avere veri risultati solo a metà film, quando per puro caso dice il nome giusto al galà del capo. Peccato che se non fosse stata aiutata prima si sarebbe dimessa (colloquio con Nigel), poi sarebbe stata licenziata (aiutino di Christian) e infine se Emily non fosse stata fragile non si sarebbe presentata ad aiutare Miranda al galà; inutile girarci intorno, Andy di suo non è molto brava nel suo lavoro. Per fortuna, Anne Hathaway  è una perla splendente e regge benissimo il ruolo, grazie ad espressioni da cagnolino bastonato e un sorriso smagliante!

Gli altri personaggi non sono da meno.

Emily, presentata in ogni scena con un dettaglio di moda sempre leggermente differente nel suo abbigliamento, rappresenta benissimo il rapporto di amore e odio che lega le due colleghe: mostrata sempre agitata, le due non si sopportano molto anche perché hanno entrambe lavori molto differenti, lavori che l’una invidia all’altra. Di Emily in verità non sappiamo molto, ma conosciamo il suo amore per la moda (infatti, rinfaccia spesso a Andy di vestirsi come ‘na befana) e del suo sogno di andare a Parigi, come si vede grazie allo sfondo del suo computer. Inoltre, solo con Andy tiene un comportamento glaciale, andando anche a pranzo con le altre colleghe, oltre ad avere una vera e propria venerazione per Miranda. Qui Emily è veramente brava, è una delle poche attrici che incarnano perfettamente il personaggio letterario, o almeno come me lo ero immaginato: ha il phisique du role perfetto, tra uno sguardo gelido ma espressivo e una linea filiforme.

Miranda, invece, è l’icona che tutti noi conosciamo. Interessante che la scena della sua presentazione la veda prima citata (con la gente che va nel panico) e infine che Miranda venga mostrata in una serie di inquadrature particolareggiate partendo dai tacchi fino ad arrivare al viso; interessante è, anche, che il viso venga mostrato solo quando esce dall’ascensore e finalmente entra nella redazione della sua rivista di moda. Stakanovista e perfida, scorretta ma anche carismatica, con toni leggeri e quasi sussurrati semina il panico tra i suoi sottoposti e i suoi collaboratori, che siano importanti stilisti o disperate segretarie; celebre anche la frase “Everybody wants to be us” a fine film, in cui dimostra che tutto ciò che fa lo compie per il bene della rivista e non per se stessa, avendo un comportamento molto di basso profilo: infatti, una volta riconosciuto il valore di Andy, non si tira indietro dal favorirla perché alla fine vede la scelta migliore anche a costo di fare scelte spiacevoli. Iconica e sferzante, Meryl Streep regala alla storia del cinema un personaggio che ha ispirato molti con un solo film entrato nell’immaginario collettivo, anche grazie a una scelta stilistica che non la vede mai relegata a vestirsi con un marchio di moda distinguibile: lei, infatti, è unica.

La narrazione delle inquadrature:

Il Diavolo veste Prada scorre molto tranquillo anche se ha un montaggio molto veloce: infatti, l’inquadratura più lunga dura meno di 20 secondi ed è posta ovviamente nel momento di riflessione dopo il galà, a metà film.

Una serie di particolari vengono mostrati, sia dal punto di vista dei personaggi sia per mostrare i particolari dei capi di moda sia le loro espressioni; inoltre, vengono mostrate anche inquadrature più larghe per mostrare le panoramiche e gli ambienti nella totalità dei loro spazi.

Secondo me la scena più bella, senza spoiler, è quando lei a casa rimane nella luce a guardare delle foto, mentre un’altra persona la guarda e si allontana da lei ed entra nelle tenebre; tutto questo è in silenzio, ma la scena è densa di significati.

Un’altra scena molto bella è quella al minuto 1h19′, scena molto emozionale in cui capiamo la gravità e la sensibilità del momento grazie alla telecamere che si avvicina alle due persone dialoganti, più vicina alle loro espressioni ad ogni loro battuta.

Conclusioni:

Ovviamente consiglio a tutti di guardare questa perla del cinema, è un vero gioiellino!

Se ti è piaciuto leggere questo articolo, potrebbero interessarti anche:

La mia recensione del libro da cui il film è tratto

Il Diavolo veste Prada, le differenze tra il libro e il film

Ciao e grazie per essere passati! ^^

Pubblicato da

Austin Dove

Mi chiamo Antonio, sono uno studente della facoltà universitaria di Scienze ambientali presso Ca' Foscari a Venezia. Pur studiando materie legate all'ambiente, la mia passione è l'arte e quindi qui provo a condividere ciò che apprezzo e le mie riflessioni! Ciao!^^

26 pensieri su “Il Diavolo veste Prada”

  1. Tra le altre cose non so se hai letto che inizialmente Miranda doveva essere un personaggio piuttosto diverso, rabbiosa e violenta, ma quando alla prima prova Meryl Streep l’ha recitata nel modo sussurrato e impostato che ha nel film hanno deciso di cambiarla e adottare invece l’interpretazione che ne aveva fatto lei.

    O anche il fatto che, quando incontrò Anna Hataway per la prima volta, le disse che era molto felice di lavorare con lei e che quella sarebbe stata l’ultima cosa carina che le avrebbe detto. E così fece, per tutte le riprese, per non uscire mai dal personaggio.

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    1. ciao^^
      per miranda lo intuivo perke infatti, se leggi il mio post sulle differenze libro/film, nel libro incitava le assistenti a insultare i dipendenti e lei stessa non era molto calma

      sull’anneddoto, invece, non ne ero a conoscenza^^

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  2. Ho visto il film diverse volte e come tutti mi sono molto divertita, che il personaggio di Meryl Streep sia iconico è fuor di dubbio. Ciononostante, anche se so che una commedia come Il Diavolo veste Prada non poteva avere un finale diverso, l’happy ending non mi è mai andato giù. Come sottolinei anche tu, Andy non ne fa mai una giusta, verrebbe licenziata dopo pochi minuti se non fosse per gli interventi altrui e per una sfortuna sfacciata. Emily si meritava mille volte più di lei di andare a Parigi e sedurre Simon Baker per esempio, mentre Andy con la sua supponenza non voleva nemmeno degnarsi di imparare il minimo indispensabile per fare il suo lavoro. Va a finire che non solo non viene licenziata ma ottiene la raccomandazione per il lavoro dei sogni, tiene il suo uomo , si fa amici importanti e perde anche una taglia! Ormai tutti sanno che non mi piace Anne Hathaway, e non nego che questo possa aver influito sul mio giudizio…

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    1. ciao^^
      a fine film ci sono due link che allora potrebbero interessarti: uno è la mia recensione del romanzo da cui il film è tratto e l’altro è sulle differenze tra le due opere

      nel libro è più o meno come dici tu: lei si dimostra capace, alla fine il ragazza la lascia, va a Parigi perke a emily viene la mononucleosi e ottiene il lavoro non per una raccomandazione ma perke i suoi testi piacciono alla direttrice del giornale

      hanno cambiato molto per renderlo più universale e romantico

      a me invece anne piace molto 🙂

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  3. Da vecchio cinemista, vedere la parola ‘telecamera’ al posto di ‘macchina da presa’ mi farà sempre sentire strano, al di là dell’effettiva natura del mezzo di ripresa usato (per il cinema, il termine ‘macchina da presa’ è un significante che va ben al di là del suo significato: parlare di cinema usando ‘telecamera’ è come parlare di Palazzo Pitti chiamandolo “villa”, o come dire che Don Rodrigo sta in un ‘castello’ invece che in un ‘palazzotto’)…
    Il Diavolo Veste Prada lo vedemmo alla sua prima italiana a Venezia (in realtà alla sua terza proiezione della giornata, nella tensostruttura del Lido e non al Palazzo del Cinema): fino ad allora, da bravi giovani leoni radicali, avevamo visto solo film super d’essai, e tornare a vedere un film industriosamente hollywoodiano, girato perfino da un regista televisivo, ci fece assai divertire, e il nostro divertimento deluse molto i nostri professori, che definirono la natura commerciale del film perfino “nazista”… quell’anno a Venezia c’era anche l’ultimo film di Huillet & Straub, artisticissimo e antinarrativo, e sarebbe dovuto essere quello che noi giovani avremmo dovuto adorare (ma nel vederlo ci addormentammo, e rivedendolo mi ci addormento ancora oggi)…
    A rivederlo oggi, anche in italiano (dopo V for Vendetta fu una delle ultime e meglio piazzate zampate di Tonino Accolla, con una distribuzione di voci fenomenale), ritrovo quel divertimento, e godo alla sequenza graffa ritmata con Vogue di Madonna in cui Hathaway cambia costume in continuazione…
    Anche se oggi, in vecchiaia, la sua versione del problema “lavorativo” mi appare assai semplificata rispetto a Ken Loach (e anche questo gli rimproveravano i miei prof, il far passare come acqua di rose un problema neoliberista di identità tra vita e lavoro immenso)…
    Ma il suo scopo non era affatto essere Ken Loach, per cui, è bene guardarlo divertendosi!

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