Racconto originale: Amore di mamma

«Basta, non ce la facciamo più della sua noncuranza verso la nostra famiglia e i suoi doveri! Siamo stufi della sua tossicità, con la quale cerca di allontanare la nostra bambina dai suoi fratelli più grandi! Da Natale lei è licenziata! Si cerchi un altro lavoro!» «Ma non potete licenziarmi, non dopo tutti questi anni! E non  pensate alla povera Henriette, senza la sua balia? Sono come una madre per lei!» «Io sono sua mamma, io! Basta, dobbiamo andare a lavorare. Anche lei ha da fare, i bambini si stanno svegliando. Si cerchi una nuova residenza, da Natale con noi ha chiuso!» «Non finisce qui! Ve ne pentirete!»”

Era la serata della Vigilia di Natale e Sophy e Arthur erano appena scesi dalla loro lussuosa Leyland Eight felici e spensierati. La cena era andata benissimo. Belli e felici, erano stati la coppia più chiacchierata e invidiata della serata. Tutte le signore avevano osservato con meraviglia i costosissimi brillanti che la giovane matrona inglese portava alle orecchie, così come nemmeno la soffice pelliccia di volpe bianca era passata inosservata. Tutti i gentiluomini avevano invidiato la silhouette della sposa del grande imprenditore, fondatore della più grande ditta di scarpe di tutta Londra: ogni sorriso di quel volto vincente era riflesso nel viso perfetto della sua modella, della sua musa.

 Sophy e Arthur erano una coppia felice e vincente, abituati ad avere tutto dalla vita.

Così, quando i due arrivarono nella loro proprietà a bordo della fiammeggiante auto di lusso, per loro decorata con parti in oro sul cofano e negli interni, l’ilarità e le risa permeavano l’aria gelida.

La loro magione risaliva al trisavolo di Arthur, un ricco aristocratico che soleva affittare i campi a contadini e allevatori; era stata costruita imponente secondo uno stupendo gusto neoclassico e tinte gotiche, che rendevano tutto molto affascinante. Per arrivare alla scalinata si percorreva un sinuoso sentiero di ghiaia contornato da rigogliose piante secolari, accessibile da un alto cancello nero, parte mobile di una palizzata in metallo che racchiudeva Villa Kryon in chilometri di perimetro. Villa Kryon era imponente e praticamente inaccessibile ad estranei non richiesti. Ergendosi su ben tre piani in altezza, la vastità di ogni piano rendeva ogni singola stanza quasi un piccolo reame: grandi ritratti troneggiavano sui muri, mentre delicati mobili in ottone ed ebano conservavano i segreti ed i ricordi di una tale importante dinastia; raffinati tappeti arabi decoravano i pavimenti di marmo bianco e, d’inverno, un grande abete veniva posto vicino al camino sempre acceso nel salotto principale ad allietare gli spiriti dei padroni di casa e dei loro ospiti.

Così, mentre Arthur parcheggiava la sua fiammante macchina in un piccolo garage, la bella Sophy entrava in casa, stanca ma soddisfatta della serata.

Se c’era qualcosa che Sophy non apprezzava era la tradizione della famiglia dell’adorato marito di lasciare andare dai propri cari il personale la sera di Natale: i Kryon restavano soli nella grande villa, con la casa completamente messa a puntino e tutte le vivande già preparate ancora calde nei vari forni; solo le tate rimanevano per i bambini, mentre le cuoche arrivavano poco prima del pranzo e della cena per riscaldare i loro splendidi manicaretti. E, infatti, quando la bella matrona passò brevemente attraverso il salone e scorse nella penombra la sala da pranzo poté notare come tutto fosse già predisposto. Sbuffò. Era una tradizione così penosa! Così, tirò diritto e percorse le due rampe di scale arrivò nella camera padronale e poté mettersi comoda in vestaglia e ciabattine.

Quando scese senza far rumore al lume di candela giù al piano terra la sua splendida cappa di velluto blu la fasciava con classe ma senza soffocarla, molto più confortevole del mantello in panno in cui era racchiusa per sfuggire al freddo invernale. La grande sala circolare con un monumentale quadro di famiglia sul muro che contrastava le scale era tutta buia, con le nuvole che oscuravano la luna. Sophy veloce attraversò la stanza e si diresse a destra, verso il salone principale, dove avevano il loro abete addobbato a festa per le vacanze. Era tradizione secolare che fosse il padre assieme ai figli a scegliere e tagliare personalmente l’abete perfetto, per poi trasportarlo con il carro fin dentro all’abitazione; tradizione che Sophy si era ben curata di sopprimere: era il 1927, non il 400, potevano benissimo farlo i giardinieri! E infatti, anche quest’anno era stato scelto un rigoglioso esemplare alto più di quattro metri che rassicurava con la sua ombra la splendida matrona, decorando il buio con le mille luci che le mille decorazioni natalizie di cristallo formavano grazie alla rifrazione della luce della candela. Sophy sorrise, appoggiata allo stipite della porta.

«Sophy… Vieni qui…»

Finalmente Arthur aveva messo a posto la macchina ed era pronto a spogliare il suo regalo di Natale privato! Sophy sorrise e corse fuori, tenendo con la mano libera chiusi i lembi superiori della cappa nell’illusione di proteggersi dal freddo e dai venti; ma non vide nessuno. Allora rientrò e si diresse nella sala da pranzo, anch’essa vuota e con le molte alte finestre che davano al tutto una luce spettrale. Non capendo dove potesse trovarsi suo marito, la donna girovagò senza meta fino a che non tornò davanti alle scale ma sbuffò: se mai il marito avesse voluto dirigersi in camera da letto piuttosto che aspettarla al piano terra come avevano concordato, lei di sicuro lo avrebbe sentito. Fu allora che sentì di nuovo la voce gutturale:

«Sophy… Vieni qui…»

E stavolta, Sophy era abbastanza sicura da dove provenisse: Arthur aveva deciso di farle uno scherzo nascondendosi dietro all’immenso Albero di Natale! Sorrise e si diresse là, non sapendo che da là non si sarebbe mai più allontanata.

Le soffici pantofoline invernali della matrona inglese si avvicinavano lentamente nel buio di quel salone, consapevole che tra la porta dalla quale procedeva e il maestoso abete non si sovrapponeva alcun ostacolo che potesse ferirla alle gambe o lasciarle lividi: con quella tremula lucina, di sicuro non avrebbe scorto in tempo ostacoli e si sarebbe fatta male. Fu sollevata quando giunse sotto alle alte fronde scarne dell’abete bianco, ma fu grandemente delusa dal fatto che del marito non ci fosse traccia. Solo un fazzoletto da tasca, di quelli quadrati bianchi che egli era solito portare quando raffreddato; si trovava vicino alla Stella di Natale. Sophy si accovacciò per prenderlo in mano e studiarlo, mentre inconsciamente si chiedeva dove quello sbadato del marito si potesse essere cacciato. Non sapendo quali risposte darsi, preferì guardare la bella pianta.

Ma si sorprese: la pianta non era affatto bella.

La Stella di Natale era tenuta in un piccolo vaso sotto a una delle fronde dell’abete, vicino a un grande regalo impachettato. Era piccola e striminzita. I ciazi erano ancora chiusi e degli splendidi petali gialli e arancioni Sophy poteva solo immaginarne la forma e la bellezza. Le brattee erano secche e non avevano la tipica tinta rossa, calda e rassicurante; sembravano più foglie di carta, quella carta consunta che dopo un po’ si tinge di rosa, sbiadita. La Stella di Natale dava proprio un senso di tristezza, quasi nevrosi.

«Sophy… Vieni qui…»

Fu quando si stava per alzare che Sophy sentì di nuovo quella voce, era chiaramente la voce del marito. Ma da dove veniva? La donna si guardò nella penombra e infine sotto di sé, e per poco non cacciò un urlo dal terrore: tutti i ciazi della Stella di Natale si stavano aprendo a mostrare un buco che dava letteralmente nella gola del fusto, dentro alla pianta! E da quel buco, quella gola tra i ciazi aperti, uscì fuori un enorme liana che la afferrò per il collo e strinse, costringendola a piegarsi verso la Stella di Natale fino a esserne totalmente inghiottita. L’ultima immagine che la matrona inglese ebbe impressa sugli occhi prima di finire inghiottita dalla Stella di Natale furono due occhi rossi che la fissavano nel buio.

E poi la calma. Passarono alcune ore prima che la prossima vittima scendesse dal letto.

Se c’era qualcosa che il piccolo Tom non riusciva a fare era resistere alla tentazione di aprire i regali di Natale prima del previsto. Lo aveva fatto nel 1926 ed era stato messo in punizione, con il regalo confiscato fino al giorno dopo; lo aveva fatto l’anno prima e aveva saltato la colazione per la punizione. Noncurante del castigo, il piccolo Tom alle prime luci dell’alba era sgattaiolato fuori dal letto al secondo piano ed era sceso al piano terreno: voleva sapere quale meraviglia gli avesse portato Babbo Natale!

Tom con il suo pigiamino a righe rosse e bianche era proprio un bel bambino, con il suo sorriso paffuto e gli occhioni neri, come quelli della mamma; quegli occhietti neri che vivacemente squadravano la stanza in cerca di una cameriera gentile che gli offrisse una caramella, quel sorriso che tanto veniva deformato dalle smorfie festose quando il papà lo inseguiva attorno al tavolo da pranzo per acciuffarlo, quelle manine così piccole che la mamma usava per recuperare gli oggetti quando le cadevano sotto alla credenza in camera da letto per poi sgridarlo perché puntualmente si stropicciava i pantaloncini. Tom era proprio un bel bambino, la gioia di Sophy e Arthur; il diletto rispetto a Jake e Henriette.

Così, Tom alle prime luci dell’alba, con il cuore che gli batteva a mille per l’eccitazione, con i piedini ancora scalzi, si stava dirigendo verso il grande abete che sovraneggiava il salotto principale; non si era accorto di due grandi occhi rossi che lo squadravano dalla sala da pranzo. Gli piaceva quell’Albero di Natale, anche se tutti i suoi amici gli raccontavano di come ogni anno andassero a sceglierlo con il loro papà: a lui non importava, quello era stupendo! Però, ormai prossimo all’albero, fece un verso di disappunto e si grattò il testone quando notò che nessun regalo era stato posto sotto all’Albero di Natale! Sì beh, ce n’era uno, ma era enorme; era di sicuro per il papà da parte di qualche collega o cliente (cose da grandi). Invece c’era una bella Stella di Natale!

«Tom… Vieni qui…»

Quando sentì chiamare il proprio nome, Tom si irrigidì e con aria colpevole si guardò intorno: era la voce della mamma! Era una voce strana però, non era arrabbiata o distaccata come al solito, forse era assonnata; e poi non sembrava arrabbiata! Quindi, il bambino si rilassò e iniziò a guardarsi intorno, per capire da dove potesse provenire. No, la mamma non c’era da nessuna parte. Inquieto e confuso, senza nessun regalo da scartare, Tom fece dietrofront, pronto a correre in letto e far finta di non essere mai sceso.

«Tom… Vieni qui…»

Questa volta Tom quasi gridò dallo spavento, la voce era vicinissima! Ma la mamma non c’era! Tom non capiva, ormai non gli importava nemmeno più doversi calare le braghe e subire le sculacciate: voleva la mamma! Indeciso, si girò di nuovo verso l’Albero di Natale, da dove gli sembrava provenisse la voce, e quasi urlò! La Stella di Natale, alta più di un metro e con decine di brattee si stava contorcendo verso di lui! A un tratto, il fusto principale si sporse più degli altri e i suoi ciazi si aprirono, rivelando una gola famelica da cui una lunghissima lingua verde partì per afferrarlo rompendogli di netto il collo. Subito dopo venne inghiottito.

Una risata risuonò sinistra nella casa: i due occhi rossi ora guardavano impazienti le camere da letto dei due bambini rimanenti.

E così, quando risuonarono le nove del mattino, anche Jake si svegliò. Ma non capì subito che ore fossero: nessuna tata ad accudirlo, nemmeno la mamma o il papà; erano loro a svegliarlo quando era malato o loro due erano gli unici adulti in casa. Non c’era nessuno a svegliarlo e quando Jake uscì dalla stanza, nel chiarore del sole natalizio che penetrava dalle grandi finestre, non vide nessuno nemmeno ad aspettarlo per i regali o in bagno o a mangiare. Non c’era nessuno! A Jake la situazione parve irreale, quindi non sapendo che fare tornò in camera, chiuse la porta, e si fiondò sotto le coperte calde e sicure.

«Jake… Vieni qui…»

Qualcuno aveva bussato alla porta della sua camera, quindi lo avevano chiamato. La mamma lo aveva chiamato! Doveva essere all’albero, spazientita come al solito! Sul visetto magrolino di Jake si dipinse un sorriso: non era solo, avevano voluto fargli una sorpresa e si erano nascosti, e ora che avevano aspettato troppo mammina si era spazientita. Certo, tutto quadrava. Così Jake si fiondò giù dal letto e corse giù per le scale a perdifiato e poi dritto nel salotto principale, quello con i divani in pelle rossa. Ma non trovò nulla di quanto sperava.

La stanza era vuota, non c’era nessuno della sua famiglia. L’unica cosa, c’era un inquietante cespuglio dalle foglie tutte rosse; quasi non poteva scorgere nemmeno l’Albero di Natale! No, non gli piaceva: voleva tornare a letto, al sicuro. Prima o poi qualcuno dei grandi sarebbe tornato a rassicurarlo. Si girò e stava per correre nella sua cameretta quando la Stella di Natale, ora alta più di tre metri, se lo mangiò senza dargli nemmeno il tempo di scappare.

E così, quasi tutta la famiglia Kryon era stata distrutta.

A mezzogiorno, nel silenzio generale, due mani gentili presero il vaso della Stella di Natale e, noncuranti del peso di tutto quel volume, lo portarono nella stanza di Henriette. Finalmente dentro, la tata la guardò beata dormire per qualche minuto, nel suo lussuoso letto a baldacchino dagli stupendi tendaggi d’oro che la racchiudevano come fossero i delicati petali di un narciso; poi la svegliò.

«Mamma! Allora non mi hai abbandonata!», esclamò gioiosa la piccola Henrietta vedendo la tata seduta felice davanti a lei.

La donna sorrise e scosse la testa: «Certo che no, piccola mia! Non avrei mai potuto lasciarti in mano a quei mortali, sei troppo piccola! La mia bambina, cara, cara bambina!»

«E cos’è quella bella pianta? Non ho mai visto foglie così vicine al sangue! È bellissima! È… è per me?»

«Certo! Buon Natale, piccola bimba mia. Qui, dentro ai fusti di questa bella piantina, giacciono i resti digeriti di coloro che credevano essere la tua famiglia! Ora sei ricca, indipendente, ereditiera!»

Henrietta felice saltò giù dal letto. Come se niente fosse, si tolse i boccoli d’oro e rivelò una calvizie impietosa. Come se niente fosse, si tolse il delizioso nasino a patata e rivelò due inquietanti buchi da cui respirava e da cui usciva sempre muco giallo. Come se niente fosse, si strappò via le belle manine morbide rivelando lunghi artigli neri e affilati. Come se niente fosse, si strappò gli occhioni azzurri, mostrando alla mamma mille terribili occhiettini rossi e lucidi, come quelli delle tarantole. Come se niente fosse, si tolse di dosso la pelle rosea come se si stesse togliendo un vestito e rimase con la sua vera pelle, uno straccio raggrinzito e violaceo, tutto duro.

«Che bello, mamma! E ora, che si fa?», esclamò quella, quella cosa andando incontro alla madre.

La madre si strappò via la faccia e rivelò gli stessi tratti di Henrietta, poi sorrise: «Nulla, si festeggia il Natale! E celebriamo il tuo futuro nella luce: dopo esserti scambiata con quella sciocca bambina mortale, finalmente hai assicurato un bellissimo futuro nella luce e nell’accettazione. E non dovrai nemmeno temere che ti abbandoni, ora: mi potrai licenziare solo tu!»

Le due si guardarono negli occhi, nei loro grandi e lucidi occhi rossi, e si abbracciarono nuovamente con grande felicità e amore.

«Buon Natale, mamma! Al nostro futuro sempre insieme!»

«Al futuro! E buon Natale, piccola mia!»

Pubblicato da

Austin Dove

Mi chiamo Antonio, sono un appassionato di cinema. Pur avendo studiato materie legate all'ambiente, la mia passione è l'arte e quindi qui provo a condividere ciò che apprezzo e le mie riflessioni! Ciao!^^

16 pensieri su “Racconto originale: Amore di mamma”

    1. ma povereee 🤣
      io sono anni che non ne compriamo, al massimo ci arrivano come regali natalizi da alpini o ditte ma non durano mai tanto

      cmq, nell’idea iniziale il carnivoro era direttamente l’Albero di Natale 🤣🤣

      al posto dei ciazi si apriva perpendicolarmente il tronco come una grande bocca 🙂

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