Racconto originale: Un cazzaccio

“Cazzo, cazzo, CAZZO!”

Come ogni giorno alle otto di sera, Zusistri si svegliò in ritardo con la quinta sveglia che strillava la sua pigrizia. E di pigrizia ne aveva molta: una pelle sudata e unta, due tettine che avrebbero potuto competere per Miss Maglietta Bagnata e una pancia smisurata, secondo le voci in proporzione inversa rispetto al cazzettino dell’omone. Una bella persona, a modo e sempre gentile.
E così, come ogni giorno Zusistri dovette dire addio alla bella bionda, che lo desiderava e lo cercava, e svegliarsi nelle lenzuola umide di sudore, con il cuore a mille e la consapevolezza di essere in ritardo per il lavoro.

Subito disceso dal lettone sfondato, Zusistri cercò le sue pantofole e quasi schiantò il capo pelato contro il mobiletto al fianco del letto; fortuitamente evitato l’impatto, trovò le pantofole sul tappetino, le indossò e si catapultò giù per le scale in cucina.

Caffè. Brioche alla marmellata. Pane imburrato e il giornale del mattino, di cui leggeva solo il titolone della prima pagina; mammina come al solito era stata premurosa, il suo bambinone non poteva trovare nulla fuori posto. Tovagliolo per pulirsi sommariamente la bocca lercia e infine in bagno.

Si lavava i denti con uno spazzolino elettrico, anche se le pile erano stanche da settimane: troppa fatica scendere in cantina per risalire col bottino elettrochimico, e la mamma si rifiutava di farlo per lui! Zusistri si lavava i denti con uno spazzolino elettrico senza energia per funzionare e con spatole troppo piccole per un lavaggio manuale appropriato. Ma almeno si lavava i denti, si rasava pure la barba con il rasoio elettrico ogni giorno: almeno, quello era attaccato alla presa del muro e mai esauriva le batterie. Ecco, quando non faceva a tempo non si lavava le ascelle o il petto rigoglioso, ma, tanto, quali donne lo avrebbero sniffato con fare malizioso?

E poi, si vestì. Era sempre difficile indossare quelle magliettone larghe, sformate, doveva alzare le braccia! Ma almeno in camera poteva guardare i suoi cazzi preferiti.

E che cazzi!

Il quadro più grande, posto di fronte al letto, raffigurava un cazzo di cane. Adorava quella pianta: le bacche erano di un bell’arancio sgargiante, disposte in fila a comporre una piccola pannocchia che dava mais arancione. Non era una comune rosa rossa o il tulipano che puoi trovare nelle distese rosse al fianco dei binari in aperta campagna. Era un fiore ombroso e capace di vivere pure a centinaia di metri di altitudine! E aveva pure un altro nome comune: pan di serpe. Pane, quello che Zusistri adorava divorare guardando L’isola dei famosi. Sacchi su sacchi in una sola serata.

Al fianco della cassettiera, invece, si trovava la raffigurazione del cazzo di re. Quanto avrebbe voluto tenere quel pesce in casa, in acquario magari! Sapeva che si poteva tenere in acquario, lo aveva visto su Instagram! Un bell’acquario dalle luci sgargianti per esaltare le bellissime squame del pesce, quella stupenda linea centrale di colore arancione… Non capiva perché mamma non volesse concederglielo nella cameretta, non aveva nemmeno grandi dimensioni! Ma tanto, sapeva che non lo avrebbe mai fatto, il tutto avrebbe comportato fin troppo impegno per un cazzaccio come lui.

E ultimo ma non per importanza, sopra alla porta della camera da letto aveva appeso una foto del cazzo di mare che gli aveva regalato un suo amico. Genghindele. Lui sì che era un uomo: tante donne, un lavoro ben remunerato, una vita perfetta coronata da un corpo scolpito dalle ore in palestra e dai viaggi in giro per il mondo. Quel pesce lo aveva avvistato nell’Oceano Pacifico, sul fondale. Ore di sub e mille foto, di cui una regalata al suo vecchio amico sempre a casa davanti alla televisione. Genghindele era un vero amico, gli aveva dato lui la soffiata del lavoro! E la foto dell’oloturia stava benissimo sopra alla porta, quella sabbia così grigia e quel mare così blu si stagliavano perfettamente contro la parete di piastrelle marroni.

Zusistri li osservava soddisfatto, tutti quei cazzi appesi alle pareti. Ora era pronto per andare a lavorare. Tuttavia, osservò la porta d’ingresso, infine rivolse lo sguardo al letto.

«Sticazzi!»

Si sarebbe dato malato. Era proprio un cazzaccio.

BATMAN: IL MONDO

Buongiorno a tutti, oggi torno a parlare di fumetti con la mia ultima lettura, Batman: il Mondo! Questo è un albo molto speciale perché, pubblicato nel 2021, esso festeggia il secondo Batman Day con il Pipistrello sotto al marchio Panini! In esso sono contenute 14 storie ognuna da un diverso Stato nel mondo che offrono al lettore una variegata rilettura del personaggio e del suo universo narrativo.

Città globale (Stati uniti d’America). Splendida storia introduttiva con disegni favolosi che riflette sulle avventure di Batman a Gotham. E piccola chicca: la Poison Ivy presentata nel racconto è disegnata identica a come me la sono immaginata nella mia fanfiction!!!! Sono rimasto supereccitatissimo per 20 minuti, ho mandato la foto della vignetta a tutti quelli che avevano letto il racconto!

Parigi (Francia). Storiella per San Valentino, e già questo è un grosso spoiler. Certo, questi disegni dai tratti così duri e semplici sono un pugno dopo quelli della prima storia, ma almeno qui la trama c’è anche se stupidella. Nota positiva: è la prima volta che vedo Batman interagire con qualche eroe fuori di Gotham che non sia Superman.

Chiuso per ferie (Spagna). Prima storia d’autore della raccolta, è molto interessante: Bruce Wayne va in vacanza in Spagna per rilassarsi. Ingrassa, esce a pub, scopa, si gode la vita. Ma quanto durerà la sua astinenza dal mantello, soprattutto quando sappiamo che Alfred è convinto che Padron Bruce se lo sia portato in valigia?

Ianus (Italia). Triste da dire, ma la storia nostrana è quella che mi è piaciuta di meno; facendola breve e senza spoiler, non ci ho capito un cazzo, inutilmente complessa e complicata per le poche pagine a disposizione. Tuttavia da evidenziare per chi li ama i disegni di Nicola Mari, storico disegnatore di Dylan Dog (mai apprezzato i numeri disegnati da lui, preferisco figure più sfumate).

Un futuro migliore (Germania). Questa storia, con protagonisti Batman e Joker, riflette su un interrogativo molto interessante: che cosa rende il Joker tale? E’ un male innato o possono essere le circostanze a spingere una persona in questa direzione? Una storia con bei disegni per una discesa nella follia in nome di un bene superiore.

Messa rossa (Repubblica Ceca). Chiaramente tra i più sci-fi della raccolta, chiaramente racconto politico ambientato durante la Guerra Fredda. Carina l’idea.

Il mio Bat-Man (Russia). Si parla sempre di Batman, ma si pensa come lo recepiscano i suoi protetti? E i fan del resto del mondo? Ci credono o credono sia finzione? Qui un russo fin da piccolo cresce con il suo mito e da anziano finalmente lo incontra (un Batman prossimo alla pensione presumo); niente trama rilevante ma molto dolce.

La culla (Turchia). Finalmente il primo Bruce Wayne giovane e fascinoso, con bei disegni delicati e una storia che promette da come finisce un bellissimo sequel; nota positiva: già così la storia è autoconclusiva, chissà se il sequel è uscito in Turchia o in America!

Difendere la città (Polonia). Bei disegni con le ombre trattate con linee di penna, qui è uno scontro di ideologia; e gli orrori di Gotham sono messi a nudo. Molto interessante da leggere.

Funerale (Messico). Con questa iniziano le storie che si ispirano alle proprie tradizioni nazionali, creando narrazioni capaci di portarci veramente negli Nazioni non solo per i disegni ma pure per i temi. Questa qui di questo filone è la peggiore, solo la cover è bella.

Dove sono gli eroi? (Brasile). Questo è un bellissimo biglietto da visita per il Brasile: ci sono le bellezze paesaggistiche e le problematiche politiche, una riflessione da parte di qualcuno che ama la sua gente e che vorrebbe spingere il lettore e i suoi concittadini a fare qualcosa, perché chiunque è un eroe.

Muninn (Corea del Sud). Tecnologie avanzatissime, storie di vendetta e un pericoloso criminale da catturare; e poi vendetta e plot points! Una storia molto bella penalizzata tantissimo dal poco spazio a disposizione; Bat-tuta figherrima e combattimenti molto belli.

Batman e Panda Girl (Cina). Queste vignette hanno colori stupendi, adoro le sfumature che sono riusciti a creare! La trama e i disegni carini, ma qui il piatto forte sono i colori. Stupendi.

Batman senza limiti (Giappone). Batman giapponese, nel passato, inizio carriera. Già qua ha vinto tutto. Storia d’autore con una Bat-tuta SPETTACOLARE che riutilizza l’immaginario giapponese per darci un Batman potente e spettacolare, narrato come eroe dai giornali locali che ne dipingono le gesta, una guerra ideologica tra l’esercito che vuole arrestare qualunque giornalaio ne parli e un artista che va perfino contro la volontà del suo eroe per celebrarlo. Incredibile!

E siamo arrivati alla fine, queste sono le 14 storie contenute nell’albo a fumetti di Batman. Quando parlavo di storie d’autore usavo il termine come al cinema: sono storie scritte, disegnate e colorate da un solo artista, che creava pure la cover.

La particolarità di questo albo è che non solo ogni storia è proveniente da una differente Nazione ma pure gli artisti!

E voi, lo avete mai letto? E fate gli auguri ad Anne Hathaway, che compie gli anni. Ciao!

T come TAG- Austindoveblog

Buongiorno! Oggi torno con una tag ideata da Shio76 dal blog Il mondo di Shioren; l’idea è molto carina: seguendo le lettere dell’alfabeto italiano devo nominare la prima cosa o persona od opera che mi viene in mente! Il tutto potrebbe rivelarsi complicatino dovendo usare l’alfabeto inglese, ma vedremo!

Iniziamo.

A come: Antonio, ovviamente. Come potrebbe il mondo sopravvivere alla scomparsa della mia splendida persona? ✨

B come: Britney Spears, che ora finalmente sta ritornando più forte di prima e libera! Con lei ho imparato l’inglese e mi ricordo che mi guardavo il videoclip di Work bitch! con grande divertimento, alle medie!

D come: Dracula. Lessi il libro anni fa e da allora mi accompagna anche sul blog. Poi c’è il capolavoro di Coppola, la cui Lucy è uno dei capisaldi per le immagini di contorno dei post.

C come: Charmed, ovviamente. Loro sono state le streghe del mio liceo, passavo i pomeriggi a guardarmi i loro episodi e pure con loro ho imparato l’inglese. A furia di guardare gli episodi in italiano ho pensato di provare in inglese sub ita e poi sub madrelingua! Ho 6 cofanetti su 8.^^

E come: Elena la Troia. L’ho chiamata così perché per molto tempo se la cercavate con quelle parole su Google compariva la trattazione del personaggio sul mio blog! E a parte un anno, l’approfondimento su Elena di Troia compare sempre nella Top5 degli articoli più cliccati durante l’anno!

F come: Freddy Krueger, uno dei serial killer più iconici e che può vantare una saga che, pur con una qualità altalenante, è riuscita a stare a galla per decenni senza remake, reboot o nuove linee temporali.

G come: Goku. Uno degli anime che ho guardato meglio è stato DragonballZ, nel periodo delle medie e nella prima parte delle superiori. Non conosco bene né i primi archi antecedenti né le serie successive. Solo quando Goku è già adulto e sconfigge Freezer, Cell, Majin Bu ecc ecc.

H come: Halloween, di cui non ho visto al cinema l’ultima uscita e non lo farò, dopo la delusione di Halloween kills.

I come: Iulia, la mamma è sempre la mamma.

J come: Janice, l’insopportabile ex di Chandler in Friends!

K come: Katy Perry, ma che domande sono?

L come: Luigi, il Re delle scimmie il quale dimostra che la Disney del libro ha letto solo i capitoli.

M come: Madonna, una delle cantanti più iconiche e importanti del nostro tempo.

N come: Nutella, sempre e comunque.

O come: One Piece, altro franchise a cui sono legato seppur in maniera più superficiale rispetto a Pokémon. Tra l’altro ora sto giocando a One Piece: Pirate Warriors 4.

P come: Poison Ivy, personaggio misterioso e ricco di riletture. Vi è piaciuta la mia?^^

Q come: Quentin Tarantino, un regista che apprezzo molto. Tempo fa sono pure riuscito ad andare a vedere Once upon a time in Hollywood al cinema, per cui sono molto soddisfatto; finora credo sia il suo film che preferisco.

R come: Rihanna, che sembra il prossimo anno sarà la star del Super Bowl, senza essersi mai esibita prima live per anni. Speremo ben.

S come: soldi, quelli che ora mi stanno mancando. Non trovo lavoro a Roma!

T come: Tifeo, la disgrazia degli dei.

U come: Unima, la regione Pokémon che mi sta facendo dannare nella mia ultima Nuzlocke! Ma credo che in settimana o la va o la spacca!

V come: Via col vento, citando uno dei titoli letterari e cinematografici apprezzati da mia mamma.^^

W come: What we do in the shadows, esilarante commedia horror in stile mockumentary. La consiglio.

X come: X-Men, più che altro perché non mi veniva in mente altro. Invece, quanto è bello il primo film? Mi identifico sempre in Rogue, per come viene trattata, e il suo rapporto con Wolverine è stupendo, come lui la salva alla fine sacrificandosi.

Y come: Yveltal, un Pokémon leggendario, protagonista di Pokémon Y.

Z come: Z la formica, con le sue termiti da incubo.

E siamo alla fine! E’ stata dura! Comunque non nomino nessuno ma concedo a chiunque ne abbia voglia il diritto a rispondere alla tag. Ciao!^^

L’uccisione del Licantropo: come non scrivere un romanzo

Buongiorno! Oggi torno a parlare di letteratura gotica con uno degli ultimi libri terminati: L’uccisione del Licantropo, di Gabriele Bologna. Ora non so se l’autore abbia scritto altre opere nel frattempo, ma di certo non ve le consiglio perché questo affare è risibile e per niente professionale.
Ho comprato L’uccisione del Licantropo in una libreria per cui questa stronzata è stata scelta, editata (dal risultato spero di no per gli editori) e pubblicata dalla casa editrice Albatros; l’unica nota positiva è che parte dei miei CAZZO DI 12 EURO PER ‘STA PORCHERIA andranno a finanziare dei laboratori di scrittura creativa.

Trama e contenuti:

Il romanzo breve si dipana in meno di 90 pagine senza alcun capitolo come se fosse un grandissimo racconto. Segue le vicende di un gruppo di cacciatori inglesi che ai tempi di Dracula vanno in Transilvania per dare la caccia a una grossa bestia leggendaria. Qui troveranno l’amore e tante belle coppiette si formeranno mentre le budella volano attorno al villaggio ospitante la vicenda.

Commento:

Ho detto che sembra un grande racconto. Preciso. Sembra una cazzo di fanfiction di Dracula con i licantropi al posto del Nosferatu. E potrei terminare il discorso qui.

Quello che mi ha dato maggiormente fastidio è che l’autore nemmeno ci prova a essere originale creando personaggi stereotipati e situazioni viste perfino ne I fratelli Grimm e l’incantevole strega!
I personaggi non hanno personalità, poi la maggior parte delle persone rumene si chiamano con nomi inglesi. Mary, Matt, Peter. Forse l’unica che si salva è Eleonor ma solo perché mi ricorda il nome originale di Elisabetta Bathory; potrebbe essere inglese pure quello. Che poi, a me è bastato digitare nomi rumeni per trovare decine di nomi ben più peculiari.
I due protagonisti non si distinguono, si professano cacciatori ma trovano le trappole e le tecniche per uccidere bestie del folclore rumeno utilizzando libri che si sono portati da Londra e che per metà libro manco si ricordavano di avere!

Non parliamo delle descrizioni ambientali o dei vestiti, che sapete che su di me fanno sempre molta presa. Parliamo dello stile.

Se dovessi citare la critica più frequente sceglierei la ripetizione: non potete capire quante volte Bologna ripeta le stesse parole.
Disse, chiese e rispose sono i verbi del parlato più frequenti in assoluto. Poi andò, raggiunse e via dicendo per il movimento.

Inoltre, l’aut… Bologna ha la chiara tendenza a ripetere le ultime parole del periodo per iniziare il successivo, forse per dare continuità alla narrazione o perché teme che un punto possa straniare il lettore e fargli saltare le prossime 100 pagine e finire il libro prima. Ok, mi può anche stare bene che tu mi dica che va a lavare le pentole; ma la frase successiva deve per forza iniziare con lui che finisce di lavare le pentole e va a fare altro? E poi che torna alle pentole perché ha lasciato il coltello tra le pentole mentre stava lavando le pentole? Aspetta, cosa stava facendo? Ah, sì, stava lavando le pentole.

E ultima critica: troppi dettagli. Infatti, se vi indico qualcosa, voi poi riferite quale dito di quale mano ho usato per indicarvelo?
Ecco, l’intera narrazione è ricolma e strabordante di simili dettagli inutili e appiattenti.

Fosse stata una fanfiction su Wattpad poteva anche starci, non ci sono pompini o relazioni tossiche, ma qui ho speso 12 euro! E sticazzi! Ho speso meno per roba di maggiore qualità!
Io personalmente consiglierei a Bologna di allenarsi moooolto di più o riceverà critiche sempre maggiori da gente che ha pagato per un servizio di certo non pochi soldi e si è ritrovata monnezza tra le mani.

E voi? Qual è il libro peggiore dell’anno per voi? Ho deciso di parlarne qui perché di certo non perdo tempo a scriverne su IG. Ciao!

Ecco, il mio Dylannone era una bestia feroce migliore

PS: dulcis in fundo, Bologna nella nota finale conclude il romanzo affermando che queste erano le gesta dei due cacciatori contro il crudele servo di Dracula; ovviamente, Dracula nel romanzo non è mai stato citato. Ciao!

Fanfiction: IL BALLO DELLA MORTE ROSSA

«Quindi questo abito mi permetterà di confondere il mio corpo tra quegli altri della gente?»

«Beh, è un vestito, sì. Con la maschera e il fondotinta passerai inosservata. Queste in allegato sono le planimetrie della magione a inizio secolo, se c’è un caveau deve essere ai piani inferiori. Maa… Tutto questo per un fossile?»

«Sempre. La mia sorella non è morta, sta solo dormendo in un sonno di roccia e io la sveglierò!»

«Ok, buona fortuna. Harleene arriverà a mezzanotte, come d’accordo. Ricordati di prendere anche i gioielli esposti, a noi piacciono quelli! Buona fortuna!»

«Mi conosci, non ho bisogno di fortuna in mezzo ai tuoi simili. Grazie, invece.»


Era un’afosa serata di Giugno nella Magione Frankhlyn, una delle ville più antiche di tutta la metropoli. Una grande festa in maschera era stata proclamata dall’ultimo scapolo d’oro dell’importante dinastia e tutte le persone più in vista erano accorse per la celebrazione.

Nessuno avrebbe fatto caso a lei, come donna. Tutti si sarebbero soffermati sulla maschera da Morte Rossa, i più depravati sulle mammelle abbondanti; nessuno avrebbe riconosciuto la sua voce, la sua pelle, la sua natura. La maschera era veneziana, rubata per lei da un marinaio incantato; coprendole il volto fino alle labbra carnose e gli occhi gialli con un velo di pizzo, quella maschera era il volto tumefatto di un appestato, decorato con fibre d’oro e lunghe penne rosse; la lunga chioma fulva era lasciata libera di frusciare sulle spalle nude, lungo il costato.
Per quell’occasione aveva indossato un abito regalatole dalla sua amica, l’umana dalle nove vite. Uno splendido abito da ballo scarlatto aderente lungo il busto e le esili braccia e che esplodeva lungo i fianchi in un’ampia gonna a campana a pois rossi, con una generosa apertura in mezzo al seno che riusciva a malapena a contenere il decolleté generoso: quella sera, sarebbe stata la dea di quelle bestiole a sangue caldo.

Pur non piacendole l’idea di nascondere con il trucco la propria pelle, giudicato anormale da quelle creature rosee, e di indossare decoramenti tanto insulsi, non aveva avuto dubbi: il richiamo di quella povera sorella indifesa, esposta al pubblico ludibrio, era troppo disperato per non accoglierlo.

Come lo aveva percepito, era accorsa a tendere la sua trappola su tutte le prede necessarie al completamento del piano. E tutto era andato come previsto.

La donna, nascosta la propria identità dalla grande maschera, sporse la testa all’infuori della limousine e con una cascata di onde rosse ne uscì dalla portiera aperta. Squadrò l’usciere e si voltò verso la limousine, aspettando che il suo accompagnatore la raggiungesse.
Sapeva che doveva aspettare: lo aveva scelto anziano, anziano e stupido, anziano e senza nessuno che lo potesse salvare. Lo aveva scelto perché quell’uomo anziano risultava tra gli invitati al ballo in maschera, lo aveva scelto perché stanco com’era dalla vita, aveva resistito poco all’odore della donna; era bastato un saluto da parte di lei e quell’uomo, che aveva creato la propria fortuna dal nulla con orgoglio e sagacia, aveva rinnegato la propria umanità diventando il suo burattino.
Ora, lentamente, quello stupido uomo stava scendendo dalla sua limousine con l’invito in mano, andando incontro inconsapevole alla morte. La Morte Rossa sorrise trionfante mentre lo raggiungeva a metà strada.

La Morte Rossa si fermò in mezzo al viale a farsi ammirare, con tutte le altre persone venivano rapite nei sensi dal dolce profumo che si levava dalla pelle di lei. Poi riprese a camminare, sempre tenendo a braccetto il suo anziano accompagnatore, lungo la fastosa scalinata marmorea nella calca di ricchi snob.

L’aria era frizzante, per la Morte Rossa. Sotto la maschera, la donna poteva sentire come le piante del parco percepissero la sua presenza, sentiva la terra respirare di un lento e lungo pulsare mentre le radici le si avvicinavano e le fronde frusciavano sussurrando il suo nome. Quello che circondava la grande villa era uno dei giardini con gli alberi più antichi, faggi e querce perlopiù; ma le siepi e gli svariati tipi di fiori abbondavano in quel piccolo paradiso dei giardinieri. Per lei invece era la morte della natura, una ragione in più per uccidere quel sacco di carne: tutte quelle creature erano ostacolate nella loro crescita, subendo amputazioni e sfoltimento del loro essenziale manto verde!

Avrebbe salvato pure loro, un giorno. Ma non quel giorno: la donna scelse di non compromettere la missione e arrivata al grande portone d’ingresso, si guardò attorno soddisfatta rimirando le squisite fattezze della hall: alla fine, il primo dei suoi sandali vertiginosi fece contatto con il mosaico dell’atrio, era dentro.
Lei e il vecchio uomo assieme ad altri invitati arrivati più o meno come loro furono guidati nella grande sala da ballo, agghindata con i tendaggi più sfarzosi. Un’orchestra stava eseguendo una melodia a un lato della stanza, dall’altra erano situati i camerieri con i tavoli del buffet; al centro c’era la pista da ballo per le coppie, sotto a uno splendido candelabro di cristallo.

Come la donna dalla maschera mortifera osservò il mondo lussuoso di anziani attorno a lei, notò che il costume che le aveva dato l’amica di carne era quanto mai azzeccato: chiunque era abbindato a festa, nascondendo il viso dietro a una maschera. Uccelli, animali di vario tipo, semplici mascherine che coprivano gli occhi, complicati copricapi legati sotto al mento, imitazioni di personaggi e oggetti della cultura popolare. Gli uomini indossavano le maschere come unico ornamento fantasioso sopra ai frac e agli abiti da sera, ma le donne invece si erano sbizzarrite nella scelta di quale meraviglia indossare: non solo maschere elaborate nei dettagli e nei materiali, ma anche un tripudio di abiti da sera e gioielli!

Un invitato in particolare attirò l’attenzione della Morte Rossa. Era un prestante topino di campagna, con il corpo più strabiliante che la donna avesse notato quella sera.
Abbandonò il vecchio, lasciandolo al suo destino: massimo trenta minuti, il veleno avrebbe fatto effetto, lasciandolo in una pozza di carne liquefatta e sangue ribollito sul pavimento.

Era tempo di divertirsi prima di pensare all’ospite: era a una festa, e di sicuro il cavaliere a cui si era interessata era un bello che con lei avrebbe ballato.

Con incedere lento e sensuale, attenta a mostrare ogni curva umana che il suo corpo anormale era riuscito a mantenere, si avvicinò all’uomo. L’essere fatale indossava una maschera che mostrava solo le labbra carnose e il mento, lui invece una maschera di stoffa argentea molto sottile, ampliata nell’immagine del topo con il trucco. Erano entrambi molto affascinanti. Lui aveva gli occhi azzurri e uno sguardo -da quel poco che si poteva vedere- da felino, abbellito da un mento forte e una folta chioma scura di capelli lisci: altro che topo, quell’uomo era un vero leone!

«Mi concedi questo ballo, mio bel topino?», fece lei offrendogli la mano. Lui accettò senza nemmeno pensarci.

Fi in quel momento, quando lui si disse interessato, che la Morte Rossa si diresse al centro della pista, dove lo aspettò in mezzo alle altre coppie danzanti.

Silente e sinuosa, si stagliava nella folla come un albero centenario in un campo di fiori selvatici. Vertiginosi vortici di gonne, frac e ornamenti si muovevano attorno a lei, come foglie sospinte nel vento intorno alla betulla frusciante. Lei stava ferma, dolce nella fragranza ma altera nell’aspetto, in attesa del suo leonesco cavaliere.

Quando i due presero a danzare il loro tango, divennero il sole della galassia di ospiti che si fermarono ad osservarli, accerchiandoli con i loro sguardi rapiti.
Lei era alta e l’abito rosso mostrava le lunghe gambe dalla gonna e le mammelle prosperose davanti; ma lui era molto più alto di lei, la dominava con i gelidi occhi azzurri, rapito dall’odore che proveniva dal caldo corpo femminile. Un tango. Uno dei balli più sensuali e intimi, in cui entrambi mostrarono la forza della passione danzando, lei con un gioco di gambe spettacolare e una passione senza eguali, lui stringendole i fianchi e scuotendole la schiena con una forza che tutta la prendeva, stringendola a sé in un abbraccio di passione. Una coppia di fuoco, con la lunga cascata di ricchi che si muoveva senza sosta come un grande serpente che inghiottiva le menti di tutti quelli presenti, ma senza fretta: nessuno poteva staccare gli occhi da lei.
Era la loro dea.
E quando il tango terminò, i due danzatori restarono avvinghiati in un abbraccio appassionato, sotto agli occhi ammaliati dei presenti. Era calda quella serata, in quella stanza il calore animale era condensato in grandi gocce di sudore e passione sul volto nascosto dell’uomo. Lei sorrideva, compiaciuta della reazione che scatenava in quelle stupide bestiole.
Mentre silenziosa faceva scendere la mano di rosso guantata dalle larghe spalle lungo il fianco scolpito fino all’inguine dell’uomo, lui provò a baciarla. Lei rise. E si distolse: «No, Bruce, non sei tu la preda che questa femme fatale desidera. Vai, ti libero dal giogo!»
Lo cacciò via, a cuccia: era il momento di agire. Disperato, l’uomo si ritirò a fumare in giardino con un’espressione disperata sul volto mentre lei si disperdeva nella folla; la calca perse interesse in lei e tornò a dialogare o a danzare come prima che ella entrasse nella pista da ballo.

La Morte Rossa si trovava a quella festa per un uomo, il proprietario della magione, il rapitore di sua sorella dormiente nel sonno di roccia. E fu da lui che quindi andò, con una coppa di champagne in mano. Corretto, ovviamente.

«Buonasera, mio buon ospite.», ella sussurrò offrendogli un calice di champagne, «Una festa superba!»

Dopo un saluto formale alla misteriosa invitata, John Frankhlyn osservò prima la maschera di grandi piaghe e tormenti, poi abbassò lo sguardo sui grandi seni quasi scoperti, deglutì, sorrise e accettò il bicchiere. Rotto il ghiaccio e rinvigorito dal dolce profumo di lei, la ringraziò e rinnovò il saluto, questa volta sorridendo e stringendola in un abbraccio affettuoso e sentito. E alla fine del loro vicendevole benvenuto, l’ospitante bevve un sorso dello champagne. In qualche secondo, gli occhi di un marrone scuro dell’uomo si tinsero di verde, un verde clorofilla. La Morte Rossa lo osservò perdersi da sotto la maschera.
Prima che qualche personalità loquace o un uomo di servizio la interrompessero, la Morte Rossa prese a braccetto l’uomo e si lasciò guidare attraverso la villa, uscendo dalla sala da ballo: John Frankhlyn, dal momento stesso che gli occhi gli si furono tinti di verde, conosceva benissimo le intenzioni della propria dama e non le avrebbe tradite per nulla al mondo.

Soli e scaltri, i due iniziarono a dirigersi verso i piani inferiori, verso il caveau della vittima, verso la vera ragione dell’apparizione della creatura antropomorfa.

I due stretti in un abbraccio inscindibile camminavano nel buio, con la poca luce lunare che faticava a penetrare gli alti e frondosi alberi antichi del parco che circondava la villa.
Si muovevano veloci tra ritratti di famiglia e tendaggi scuri, calpestando raffinati tappeti siberiani sotto alle volte a crociera dei corridoi e dei saloni che attraversavano; ogni tanto, la donna si fermava ad osservare le stanze che attraversavano. Inorridiva. Erano tutte adornate con raffinate raffigurazioni floreali alle pareti e mobili di alto pregio in castagno placcati in argento. Nessuna pianta, nemmeno in vasetti. Quella villa era la morte della natura, la vittoria dell’arroganza sulla terra.

E poi, dopo diversi minuti, accadde.

Si trovarono di fronte a uno specchio a figura intera. Superficie di platino lavorato, incorniciato da ottone e pietre preziose, smeraldi e zaffiri probabilmente. Dalla lavorazione sembrava essere antico, modificato di recente. Lei, infine, si tolse anche la maschera e quel raccapricciante abito rosso rimanendo con i piedi scalzi e un tanga a coprire ciò che era stato un tempo il suo corpo mortale, prima dell’incidente in laboratorio.
Si osservò per vedere quanto del suo corpo umano fosse rimasto immutato.
Questa donna dalla pelle anormale, ora ancora coperta da un pesante fondotinta rosaceo, appariva estranea alla natura di femmina umana. La sua bellezza era ancora maggiore, trascendentale. La figura era alta e formosa, con una forma a doppio calice: larghe spalle e un seno abbondante, una vita stretta e un bacino abbondante, ma le gambe e le braccia erano esili come se fossero le radici e i rami di un albero.
Sembrava che un’edera avesse avvolto la donna e attraverso i legami l’avesse sfigurata stringendola in una stretta mortale; o che non fosse più umana ma una betulla antropomorfa. Era troppo magra in alcuni punti, troppo abbondante in altri; come se una pianta cercasse di apparire simile alle prede che tanto desidera!
Il viso una volta rotondo e pieno, era diventato oblungo e dalle guance scavate, e le labbra una volta piccole si erano ingrossate diventando gravide di veleni: se qualcuno l’avesse baciata e lei avesse desiderato avvelenarlo, avrebbe potuto uccidere la vittima in pochi secondi.
 

Ma si era fatto tardi, l’ora concordata si avvicinava, e la fu Morte Rossa, ora se stessa, riprese a braccetto la sua vittima ammaliata, in una stretta per le deboli braccia dell’uomo quasi lacerante e, trovate le scale, scesero al piano inferiore dove alla fine del cammino si ritrovarono davanti a una grande porta blindata di metallo lucidissimo.

«Apri. Ah, tesoro, mi sai dire che ore sono?», chiese lei rivolgendo lo sguardo ai piani superiore, verso il soffitto.

L’uomo, in una sorta di trance, prima aprì la porta blindata del caveau, quindi le avvicinò il polso destro su cui portava un Rolex. Erano le undici abbondanti, quasi la mezza. Soddisfatta, la donna dai selvaggi capelli rossi gli si avvicinò e squadrandolo come un cobra con il topo lo baciò sulle labbra. Lui, esterrefatto da tanta passione, rispose al bacio con maggiore intensità, assaporando il dolce nettare delle sue labbra. Prima portò le mani ad accarezzarle la lunga fronda rossa, poi scese a sfiorarle le labbra e infine si soffermò sui grandi seni.
Fu allora che la vita dell’uomo si spense, con il cadavere irrigidito che si riversò contro la donna; lei ridendo cristallina si scansò di lato e osservò il proprio lavoro.

Ma poi, la donna che fu la Morte Rossa entrò nel caveau.

E mentre la fu Morte Rossa entrava a ispezionare i reperti archeologici di quella bestiola a sangue caldo, l’uomo avvelenato iniziò a rattrappirsi, consumato da un veleno che aveva iniziato a invadere ogni vaso sanguigno dopo il bacio tanto desiderato: le labbra si tinsero di un opaco verde clorofilla mentre il sangue veniva ripudiato dal corpo a fiotti, uscendo dai pori della pelle in una grande pozza attorno al cadavere, per poi essere sostituito da cloroplasti e cellule protette da una spessa parete cellulare. Se all’inizio il cadavere era riverso in una posizione scomposta sul pavimento marmoreo, con il passare dei secondi la posizione diventava sempre più rigida, con i legamenti che si bloccavano e si ingrandivano diventando più simili a rami che a braccia e gambe e collo: per quando la femme fatale fosse uscita, della vittima umana sarebbe rimasta solo una corteccia che un tempo assomigliava all’uomo che fu.

«Bene bene bene. Se io fossi uno sporco umano, per di più uomo, dove lascerei una povera pianta indifesa?»

Ora la misteriosa femmina si aggirava nel seminterrato, al primo piano dell’enorme camera blindata che si estendeva su ben tre piani. Erano passate le undici di notte da molto tempo, era quasi la mezza.

Resesi conto dell’ora, le sottili dita della femmina con un solo colpo a mano aperta distrussero i vetri di protezione della collezione di antichità e si infilarono in quei cubi frantumati prelevando e riponendo nel sacco tutto ciò che la donna riteneva potesse essere di valore, un sacco che aveva trovato mentre si faceva guidare dal suo ospite nella villa.

Quindi, soddisfatta, scese le scale, e si ritrovò al secondo piano interrato: gemme preziose e gioielli. Tanto interessavano alle sue amiche di carne e sangue.
C’era su freddi scaffali di legno una ricca collezione di pietre e metalli ancora allo stato grezzo, preservati da campane di vetro e un’illuminazione poco intensa. Davanti a ciascun elemento della collezione era posizionata una medaglietta con sopra il nome e le caratteristiche; provenivano da tutto il mondo. Tutto finì nel sacco. Ma dall’altra parte della stanza, oltre una vetrata attraversabile aprendo una porta di vetro, si trovavano i gioielli e poi oltre ad essi le scale per scendere all’ultimo piano del caveau. Quei gioielli avrebbero reso la donna dalle nove vite ancora più ricca e riconoscente verso l’amica delle piante.

Ma fu al terzo piano inferiore della magione che la missione vide la sua soluzione. La fu Morte Rossa increspò le labbra carnose in un sorriso: era vicina alla sorella da salvare!

«Mia povera piccola indifesa amica. Eccoti qui, ma cosa ti hanno fatto? Qui non puoi stare, hai bisogno di vivere di nuovo, ecco ti aiuto io.»

Dentro a una piccola teca di cristallo che custodiva il piatto forte della collezione del miliardario c’era il fossile di una delle prime piante mai apparse sulla Terra, la più antica mai ritrovata! E raggiuntala, un risolino di soddisfazione e di pura gioia eruppe dalla gola della donna. Quindi senza esitazioni spaccò con un pugno la teca di vetro dentro alla quale la pianta addormentata in una matrice rocciosa asfissiava.
La liberò e la strinse alla guancia.

La misteriosa donna e la sua sorella antica si erano ricongiunte.

La fu Morte Rossa era finalmente pronta ad andarsene, ma non aveva finito: la villa, con tutti i suoi ospiti all’interno, si reggeva ancora sulle proprie fondamenta e anche tutti gli ospiti del miliardario ingrato dovevano pagare, e la donna sapeva cosa fare. Depose il sacco con la refurtiva a terra, sul pavimento.
Dopo aver osservato quella stanza rivestita di metallo bianco e illuminata artificialmente, resa dall’uomo aliena alla terra dentro alla quale era stata scavata, sospirò e rivolse lo sguardo verso il proprio addome.
Se prima indossava un misero tanga come unico indumento, si tolse anche quello, rimanendo come quando la Natura l’aveva forgiata anni prima. Immise le sottili dita dentro alle proprie labbra verginee e da esse ricavò un piccolo seme bianco, poco più piccolo di un chicco di riso; lo depose a terra, sulle piastrelle bianche. Subito, da esso ne uscirono mille serpi di edera velenosa che si scagliarono contro il pavimento sventrandolo, contro le pareti strappando le varie assi di metallo fino a ritrovare il terreno e immergersi in esso come fossero radici.
E mentre lei lasciava il caveau risalendo le scalinate interne e poi uscendo dalla porta blindata, queste edere la seguirono nell’ascesa verso il parco, invadendo ogni angolo prima dei tre piani del caveau e poi della villa.

In giardino, nuda e scalza, naturale, con la refurtiva nella mano sinistra e il pezzo di roccia organica nell’altra, tornò fuori, nella brezza estiva, raffrescata dalla notte. Gli uccelli al suo passaggio cantavano le melodie più stupende, le lucertole uscivano dalle loro tane per osservarla, i dobermann che infestavano la proprietà ai danni delle persone non volute si limitarono a guaire e offrirle la loro vulnerabile pancia se avesse voluto accarezzarli.
Ma lei, volle solo richiamare il suo passaggio per andarsene. Era ora di dire addio a tutte quelle persone. A momenti, sarebbe comparso un grande bulbo bianco dal terreno che…

«Hei, non vorrai mica lasciarmi qui! Dopo che li ho tenuti buoni per te!». Una voce risuonò alle spalle della donna floreale.

L’essere dagli occhi con iridi enormi e gialle come il fiore proibito si girò lentamente verso la sorgente della voce acuta e sgraziata, non prima di avere messo nel bocciolo gigante apparso dalla terra il sacco e il fossile.
Ad averla chiamata era una giovane donna, sulla trentina, dai capelli biondi rischiarati dalla luna raccolti in due codini ai lati della calotta cranica. Era appoggiata alla parete del capanno degli attrezzi dei giardinieri, al suo fianco c’era un enorme martello chiodato.
Le due si diedero un lungo bacio mentre i loro corpi si abbracciavano e un sorriso si dipingeva sul viso di entrambe.

«Non mi stavo mica dimenticando della mia bestiola preferita, tranquilla! Invece, fai uscire i tuoi uomini: la villa sta per crollare su se stessa.»

La bionda si staccò dall’abbraccio e si pulì le labbra, godendo del sapore di zucca marcia che proveniva dalla sua amica. Scomparve per qualche minuto dentro alla villa, e ne uscì facendo mille ruote fino a raggiungere la Rossa amica dentro al bocciolo, abbracciandola allegra. E mentre la misteriosa invitata non più mascherata scompariva con la sua amante dentro alle interiora della terra all’interno di un grande bozzolo candido come la neve, centinaia di uomini e donne urlavano mentre le edere strappavano la terra sotto al peso della villa facendola crollare su stessa. Morirono tutti i presenti.

«Harley, tesoro, dimmi, sono morti tutti vero? A parte i tuoi sottoposti non è andato via nessuno. Giusto?»

«Ehm… Quasi. Sono riusciti a eludere la sorveglianza solo tre persone: il miliardario Bruce Wayne, la figlia del commissario Barbara Gordon e il sindaco Adam Smith.»

«Non importa, la mia sorella è al sicuro. Grazie del diversivo.»


MEMORIE DI UNA GATTA LADRA, giorno 21 giugno 2001

Miao.

Trovare la tana della Rossa è stato facile: mi aveva detto che si trovava lungo la costa a est di Gotham e sapendo che da poco tempo un terremoto aveva elevato alcune grotte dal mare, avevo supposto che si potesse trovare in una di quelle. Arrivai via mare, con un motoscafo preso in prestito alla guardia costiera; o meglio, si sarebbero accorti della mancanza solo al mattino seguente, presumo oggi. È sempre bello sentire le onde infrangersi, il sapore di sale, la brezza sul viso. Un bellissimo modo per recuperare il bottino.
All’inizio non ero sicura di trovarla in una delle grotte, stavo navigando da mezz’ora avanti e indietro ma senza alcun risultato palpabile. Poi i miei sensi felini hanno fremuto: non appena il vento cambiò direzione, alle mie narici arrivò l’inconfondibile puzzo di zucca marcia.
Da ciò trovare la tana di Ivy è stato molto facile, mi è bastato parcheggiare il motoscafo ai piedi della scogliera e scalarla con i miei artigli di ferro e l’uso di una corda da arrampicata. L’olezzo mi ha guidato meglio di una luce nel buio, in dieci minuti ero dentro all’antro.

La tana della Rossa è diversa da qualsiasi altra tana immaginabile: non c’è mobilio, o finestre, o porte, o dispense per il cibo. Non c’è nulla di antropico. Quando entrai nella tana, la puzza di zucca marcia sovrastava la salinità dell’ambiente, intollerabile; all’inizio vidi solo una marea di piante, ogni tipo di albero e arbusto, pianta erbacea e rampicante, tutte attorno ad Harley e a un essere ricoperto di papaveri rossi, i fiori preferiti di Harley, e quell’essere era Poison Ivy per i nemici ma per noi semplicemente Pamela. Quelle piante non sembravano semplici piante, ma ramificazioni dell’essenza stessa di Pam, circondandola, cercandola, incurvandosi verso di lei ad ogni suo inspiro ed allontanandosi ad ogni espiro. Ivy era il loro sole, la sua sola presenza permetteva la loro sopravvivenza all’interno di quella che era una grotta marina, ancora tanto umida e coperta qua e là di pozzanghere. Ma le piante sopravvivano grazie alla Rossa, la loro mamma, e grazie alla Rossa tutte erano prodighe di attenzioni verso Harley, che canticchiava sdraiata accanto a lei.

Mi videro, io le salutai. Harley mi fece cenno di avvicinarmi, mentre la Rossa si limitava ad osservarmi con i suoi penetranti occhi gialli.

Ci salutammo, Harley era frizzante come suo solito, sentirla parlare è come ascoltare il canto altalenante di un usignolo, ma molto più acuto e sgraziato. Ivy invece mi salutò fredda, con un tono profondo, come se non stesse parlando il corpo fiorito al fianco di Harley ma tutta la massa di piante nella grotta.

Era ovvio che Pamela non mi volesse nella sua tana, con tutte le sue preziose piante, le sue cosiddette ‘sorelle’. Mi sbrigai a chiedere com’era andato il piano.
Harley, sempre sorridente e piena di energia, proruppe in una risatina e si sporse ad annusare i fiori lungo tutto il corpo dell’amante. Poi estasiata tornò a sdraiarsi come una bambina che aveva appena ricevuto il più bello dei regali, mentre un’edera sopra la sua testa si stava abbassando rivelando nel suo rampicante tanti piccoli petali di papavero rosso danzanti solo per lei. Lei sembrò apprezzare, a me si rizzò ogni pelo che avevo in corpo.

«Splendidamente, non ci sono dubbi a riguardo. Quelle stupide bestie nemmeno si saranno accorte della sparizione dei reperti e della mia sorella. Harley, la mia dolce Harley, ha fatto un lavoro egregio. Solo tre persone sono sopravvissute: Bruce Wayne, Barbara Gordon e il Sindaco Smith. Mi bastano, non ci do troppa importanza. Invece, cosa ne pensi della mia sorella? Non la trovi una pianta eccezionale?»

Quale pianta?, stavo per chiedere, confusa. Poi la notai. Mi si accapponò la pelle, di nuovo ogni singolo pelo del mio corpo si rizzò, un soffio di paura mi salì dalla gola e indietreggiai; il tutto mentre la Rossa mi osservava soddisfatta. Non lo avevo notato prima, ma c’era qualcosa di orrendo all’interno della grotta! Se il pavimento era ricoperto di piante verdi, grandi e piccoli, indifese e predatrici, il soffitto era ricolmo di alghe nere e sottili, sembravano dei sottili serpenti pronti a cadere su di me e divorarmi. Deglutii.
Le chiesi spiegazioni.

«Come vedi, la mia sorella è rinata. Per ora è ancora debole, si deve ambientare al nuovo clima, ma non appena si riprenderà, io e lei faremo grandi cose! Stanne certa, Gotham e tutte le altre cittadine pagheranno per quello che hanno fatto contro le mie sorelle! Ora va’, e prendi con te anche il bottino –non so che farmene di quella spazzatura rubata alla terra– e Harley. Vi avviserò quando noi attaccheremo, tranquilla. Ora andate!»

E un rampicante mi consegnò il bottino, fino a quel momento custodito dentro alle fronde di un piccolo arbusto. Harley di controvoglia baciò la sua amante sulle labbra e si alzò, venendo verso di me. Uscimmo dalla grotta con il bottino da spartirci in mano, ognuna che lo sollevava con una mano. Saltammo in mare dalla scogliera e ci issammo sul motoscafo.
All’orizzonte, in procinto di andarcene, ci girammo a guardare la scogliera. Della grotta ora si vedevano solo velenosi rampicanti verdi strisciare lungo la roccia a chiudere il passaggio e un’inquietante massa nera che si espandeva.

Un bel piano, che mi ha fatto ottenere tanti gioielli e reperti da rivendere, al netto di qualche ricerca architettonica. E con quel bel fascinoso di Bruce che è sopravvissuto, abbiamo rasentato la perfezione.

Sono proprio curiosa di vedere cosa combineranno la mia amica Ivy e quella sua ‘sorella’ ex-fossile. Harley non sembra darci peso, ma temo che per Gotham e per Bruce ci saranno tempi molto brutti.

In ordine da sinistra: Poison Ivy, Harley Quinn e Selina Kyle; non sono come descritte nel racconto ma per farvi un’idea dei personaggi.

Un amore distrutto dall’odio

“ Non troppo tempo fa in una terra vicina vicina e durante una notta tempestosa, una ragazza dai lunghi capelli rossi di sangue corse al suo laptop e sporcandolo tutto digitò sulla tastiera, cercando un indirizzo internet. Era appena riuscita a scappare, gli aveva piantato un coltello nella tempia, a quello più vicino, mentre all’altro non aveva nemmeno pensato: doveva scappare. Sapeva che stava arrivando con quella sua amica, quella dotata di uncini, la stavano cercando l’avrebbero trovata. Il dormitorio non era così grande…
Gli occhi gialli guardarono la pagina caricarsi e poi scelsero nella lista di sezioni quella che poteva dargli una risposta: Creature Misteriose & Mitologiche. Però ci metteva troppo a caricarsi e li sentiva arrivare! I lunghi capelli toccavano terra e i pezzi di metallo ad essi continuavano a strusciarsi sul legno, provocando inquietanti fruscii che terribili si univano alle risatine della donna che guidava lentamente l’ansimante suo amico. Ormai erano alla porta!
Consapevole di non riuscire a scoprire altro, la ragazza corse in bagno e si guardò allo specchio, rivoltandosi per ciò che vide. I capelli di carbone si erano tinti di porpora, la pelle chiara era rossiccia e la tuta che aveva usato per correre le era rimasta incollata, zuppa qual era di sangue. Le ricordava un film quella visione ma non volle approfondire: chiuse la mano a pugno e ruppe lo specchio, urlando di rabbia e fregandosi delle schegge: al massimo doveva preoccuparsi di avere rivelato la propria posizione ai suoi inseguitori! Quindi dalle macerie raccolse un coltello corto ma con un filo sottilissimo, nascosto fino a un secondo prima dietro al vetro riflettente dello specchio.
Ora si balla, carni da macello. E io sono la vostra macellaia!
Ora erano alla porta della camera e sentiva che l’uomo stava caricando. Lo sentiva ansimare, lo sentiva muggire con la sua bocca ricolma di carne cruda, grosso enorme come un vitello cannibale! E poi Bang! I due entrarono e si guardarono attorno, mentre i lunghi capelli di lei prendevano possesso della stanza posandosi sulla foto di due bambini che sorridevano all’obiettivo a bordo di un carro armato, poi sul letto ricolmo di libri di mitologia e dell’orrore, quindi sul tappeto sporco della scia rossa che partiva dall’entrata e arrivava alla sedia girevole viola scuro e infine sulla porta dell’armadio a destra e del bagno a destra. L’uomo si limitò ad aprire al massimo le narici e fiutare la sua preda. Nel bagno.
Subito si preparò a caricare per sfondare ciò che li separava dalla belle brunetta, consapevole che la sua alleata non sarebbe mai riuscita a sfondare una porta in legno con i suoi uncini: non aveva abbastanza forza! E allora prese la carica. E allora abbassò la testa e piegò il braccio, pronto a distruggere pure quella misera lastra di legno che miseramente separava quei due mostri dalla loro preda. E allora corse ruggendo contro la porta, con le corna perpendicolari pronte a uccidere quella ragazza tanto stupida da barricarsi in un bagno. E morì.
La ragazza dai lunghi capelli neri ma completamente sporchi del sangue del suo primo aguzzino aveva aperto la porta completamente, sbilanciando la corsa del toro e incastrandolo nella finestra, fabbricata fortunatamente proprio davanti alla porta, centrale alla stanzetta. Subito Jennifer aveva richiuso la porta bloccando il demone senza mani e lasciandolo solo con le sue urla acute di rabbia e frustrazione e aveva tagliato i tendini delle ginocchia all’individuo davanti a lei, mentre di dimenava cercando di uscire da quella trappola ma invano; quindi, accasciatosi, la bella brunetta gli aveva conficcato da dietro il coltellino proprio nell’ultima vertebra, quella che collegava il cranio al corpo, e rimestava entrava e usciva a piacimento saliva e scendeva mentre nuovo sangue scaldava quelle dita sapienti. Quindi aveva spalancato ancora di più la finestra e lo aveva espulso, facendolo precipitare per cinque piani di un titanico edificio.
Ora toccava al demone giapponese e la bella sadica aveva una splendida idea. Quindi uscì sul balcone e le gridò di seguirla, sicura che la donna non avrebbe perso l’occasione di trafiggerla con i suoi innumerevoli uncini e mangiarsela lentamente. E… 


Tom aveva richiuso il libro e mi aveva guardato, con uno sguardo intenso. Gli piaceva scrivere di cose non troppo leggere e anche se non era molto bravo la passione che ci metteva rendeva tutto più interessante, intrigante e affascinante. Ci eravamo conosciuti grazie al laboratorio di scrittura, subito piaciuti. Di lui mi piacevano la grande fantasia e l’allegria che sprigionava, gli occhi grigi che colpiti dal sole diventavano argentei, i capelli rossi e morbidi, da accarezzare, il fisico poi ovviamente. Anche io scrivevo, scrivevo di una ragazza una fata tipo, che andava in un castello e finiva nei guai; un racconto incompleto ma mi piaceva scrivere e ciò mi accomunava molto a lui… A Tom.

Quel giorno era venuto a casa mia per la prima volta, ci vedevamo sempre fuori. Sulla porta di casa, faccia a faccia, mi aveva baciato scherzosamente con un bacio a stampo e dopo un abbraccio molto caloroso e profondo, era entrato. Dopo essersi fermato un attimo sulla porta del salone a contemplare la brutta stanza ammobiliata solo da un grande divano giallo posto davanti al televisore e dalla poltrona a fiori di mia mamma, si era sfilato lo zaino e seduto sul divano, facendomi segno di imitarlo al suo fianco. Felice, ero accorso a soddisfare la sua richiesta e chinandomi a togliere dei cuscini avevo tirato fuori il mio bellissimo quaderno su cui scrivevo racconti. Quando avevo iniziato a raccontare, lui si era tolto la maglietta mostrando un fisico scolpito e notato che continuavo a leggere nonostante ciò ridendo si era messo ad ascoltare senza battere ciglio, preso dalla lettura composta con tanta volontà ma poco talento.

Eccola qui:
Era un fredda notte d’Inverno, la flebile candela disegnava giochi di ombre sul suo volto, mentre il resto della camera era avvolto nel buio. Lucinda scriveva sul suo diario frasi di ansia, di terrore, temeva: la misteriosa figura di cui non riusciva a scorgere il volto la osservava, dalle profondità dell’antico castello di pietra solida e fredda, e lei ricambiava lo sguardo. Il grande orologio a pendolo suonava la mezzanotte e il suo rintocco scuoteva il cuore della povera ragazza, che non sapeva cosa fare: avvisare gli amici che la presenza era effettivamente lì oppure solo la padrona di casa, annidata nella Torre Est? Lei non lo sapeva. Le sembrava quasi di scorgere, quando non guardava, le figure dei quadri terrificanti muoversi dalle torture in cui erano raffigurate e sporgersi verso di lei grondando sangue sul pavimento; oppure che qualcosa mentre dormiva si muovesse sotto al letto e nel buio provasse a strisciare verso di lei e le mangiasse il viso; o che dalle finestre di vetro temperato qualcosa entrasse di soppiatto con gli artigli scoperti e le zanne pronte a banchettare lasciandola per sempre in quel castello buio e freddo. Di questo scriveva nel suo diario, una scrittura piccola, sottile, claustrofobica come si sentiva in un posto dove le sue peggiori paure sembravano realizzarsi.
Facendosi coraggio, dopo che l’orologio a pendolo aveva suonato altre due volte, la ragazza con braccio tremante afferrò la candela e si alzò e, temendo che una mano dal buio l’afferrasse, iniziò a camminare verso il centro della stanza e, posta la luce sul pavimento, tremando si inginocchiò. Guardò che sotto al letto non ci fosse niente, ma singhiozzò: nel buio qualcosa si muoveva! Era veloce, piccolo ma la guardava con occhi maligni, correva verso di lei. Subito, lei si ritrasse e cadde, per colpa dello slancio, nell’armadio e tutti gli appendini le sembrarono afferrarla come dita scheletriche. Urlò, invano. Il topo continuò la sua corsa fin sotto l’armadio e scomparve nel buio da dove era comparso.
Lucinda, con il viso rigato dalle lacrime, si dispiacque di avere urlato perché nemmeno lei sapeva quali orribili serpenti aveva risvegliato, quali incubi la attendevano in silenzio con calma, quali spaventi la avrebbero colta, la mano nel buio che l’avrebbe presa. E due colpi, a malapena udibili nel silenzio che stava ingoiando l’anima della povera ragazza, provennero dalla porta spessa, che lei, con il cuore in gola, aprì.”


E solo dopo avere avuto un suo parere feci quello che aveva sperato fin dall’inizio, con un sorriso sulle labbra e la gioia negli occhi. Mi piaceva baciarlo, sentire le sue labbra, la lingua sul collo e là dietro all’orecchio. Mi piaceva sentirlo, vicino a me, caldo e… Beh, non serve dilungarsi troppo! Ci eravamo divertiti, è ovvio.

Alla fine, dopo che se n’era andato, rimasi abbastanza soddisfatto della serata: avevamo parlato, migliorato i nostri testi e poi passato il pomeriggio a divertirci come non facevo da tempo. Aveva detto che i miei occhi blu sono fantastici e che era stato davvero divertente passare con me il pomeriggio, che ci saremmo rivisti. Io ero felice all’epoca, era bello (da me l’occhio ha sempre fatto il proprio dovere nella scelta) ed era molto allegro, ottimo per il mio carattere mogio e facilmente deprimibile. Ma non mi richiamò più, per giorni e giorni, finché alla fine decisi che forse avevo affrettato le cose…

Solo dopo una settimana scoprii che era stato ritrovato un cadavere in un crepaccio, vicino a casa mia. Aveva tutto. Documenti, sodi, perfino lo zaino con tanto di quaderno con cui si esercitava a scrivere racconti; non era stata una rapina, ma probabilmente un crimine dell’odio: al giornale hanno detto che è stato torturato prima di morire, prima di essere stato buttato… là… come si butta la spazzatura nel cestino… e alla televisione hanno detto che gli è stato inciso sul petto DIE FAG! Al mio Tom…
Al mio Tom.




Romantici vampiri e streghe del sangue: la mitologia gotica di Anne Rice

Buongiorno! Oggi dopo molto tempo torno a parlare di letteratura con una riflessione sull’ultimo libro che ho letto: Merrick, di Anne Rice. Per chi non lo sapesse, lei è una prolifica autrice fantasy che ha scritto diverse saghe e libri, uno dei quali è Intervista col vampiro.
Merrick è un libro che mi è piaciuto a metà, letteralmente a metà: solo la narrazione al presente è degna di nota, mentre quella al passato è caratterizzata da episodi fin troppi lunghi con troppe descrizioni.
Ma quello che mi ha colpito è la mitologia gotica ideata dalla Rice, mitologia che ho potuto assaporare nel suo splendore essendo Merrick un libro che unisce le saghe dei vampiri con quelle delle streghe Mayfair.

In Merrick sono presenti come protagoniste due tipologie di figure: i vampiri e le streghe. Poi compaiono anche i demoni e gli spiriti, ma solo come contorni e/o citazioni.

I vampiri di Anne Rice sono esseri immortali, che possono essere uccisi solo con il fuoco o la luce del Sole. Antropomorfi e facilmente scambiabili per uomini o donne, sono descritti con un aspetto languido ed esotico, più belli del normale e fatalmente irresistibili.
Hanno un discreto sistema magico, legato perlopiù alla psiche: dotati di maggiorate percezioni sensoriali, possono leggere la mente delle persone e, se abbastanza potenti, anche far migrare la propria anima al di fuori del proprio corpo. Inoltre, dal punto di vista del vampirismo, possono guarire il punto da cui hanno dissanguato la vittima per coprire le proprie tracce e, se abbastanza potenti e antichi, sono in grado di sopravvivere senza doversi nutrire di uomini.

Mi domando se Twilight sia stato concepito prima o dopo della pubblicazione di Intervista col vampiro.

Invece, le streghe di Merrick, Merrick stessa è una strega ed è attraverso le sue azioni che ho conosciuto la categoria, sono legate al Voodoo.
Magia del sangue, spiritismo, grande senso della religione e costruzione di incantesimi, le streghe Mayfair sono donne nere (caratterizzazione sospettosamente fin troppo rimarcata nel libro) e il loro immaginario è legato all’immaginario che si ha della gente nera.
Merrick non ha paura degli spettri, anzi è in grado lei stessa di evocarli, compie sacrifici di sangue e ha un libro di conoscenza degli incantesimi (una sorta di Libro delle Ombre, come in Charmed) e utilizza parti di cadaveri per i suoi incanti. Da non dimenticare l’importanza del sogno, che diviene intermezzo di comunicazione con gli spiriti e gli antenati.
Il suo corpo stesso è incantante: viene spesso descritta come ammaliante e irresistibile, consapevole del proprio potere e fiera di usarlo.

La mitologia gotica di Anne Rice secondo me ha influito tantissimo nell’immaginario romantico dei vampiri e infatti l’autrice è molto celebrata. Certo, personalmente non so se leggerò un altro romanzo a causa dell’importanza che la Rice dà al ricordo, con interminabili sequenze nel passato, ma il suo lavoro è interessante.
Tuttavia, forse, per le streghe c’è un piccolo problema di visione di insieme.

Qui puoi la recensione del libro assieme alle mie altre letture: https://ilblogditony.blogfree.net/?f=1129431

Yago, l’angelo dell’acqua

Yago era andato ad aiutare i pescatori. La spiaggia di ciottoli era distante diversi chilometri da dove aveva lasciato il suo eroe ma comunque anche là udiva chiaramente le urla dall’arena, situata al centro dell’abitato; lui ora era in mezzo alla natura con gente semplice e ospitale.

Si era slegato i sandali e li aveva posti su di un grande masso che sporgeva come un albero dalla spiaggia, su di esso aveva posto anche i lunghi pantaloni di cotone e la giacchetta in pelle; si era slegato i capelli ricci e aveva posto anche il nastro di vimini intrecciati sul masso. Quindi, col tanga addosso, si era tuffato dalla roccia più alta, quelli che guardava dall’alto dei suoi trenta metri la spiaggia prima di oltrepassarla e sovrastare il mare nero e profondo.

Era dovuta all’immensità di quel mare così irto di pericoli che la richiesta dell’aiuto dell’angelo dell’acqua era necessaria: quel mare spesso creava onde in grado di sbalzare via le fragili barche e gli strumenti che servivano a sfamare così tante persone finivano irrimediabilmente sul fondo dell’oceano. E Yago aveva il compito di recuperarle dietro compenso di un pesce o due con cui sfamare se stesso e il proprio padrone; né la pressione né la temperatura né l’assenza di ossigeno: niente avrebbe spinto il mare a ferire il suo messaggero e mano divina.

Così Yago passava quando poteva le giornate di quel torneo in mare, sott’acqua, e riscopriva le meraviglie di quel posto incantato: coralli, pesci di varie forme e colori, giochi di luce lungo le colonne istriate di grandi civiltà sommerse. Di solito, gli strumenti di pesca (trappole o ami, perlopiù) si fermavano sui tetti devastati dei templi, qualcosa come una statua in rovina o un buco nella struttura riuscivano a fermare la corsa dell’oggetto prima che le correnti lo trascinassero nella valle più profonda, nella quale nemmeno gli eletti del mare osavano avventurarsi. Qualcosa abitava quella valle e, poiché era ritenuta quella una delle valli sommerse più alte di quel bacino idrico, doveva essere qualcosa pesante un numero inimmaginabile di tonnellate; qualcosa che se avesse mai deciso di alzarsi fino al mondo emerso, avrebbe creato un’onda di rimando talmente alta da inabissare qualsiasi isola così sfortunata da trovarsi nelle vicinanze.

E ciò Yago lo sapeva.

Per questo non si era avventurato mai oltre lo strapiombo, dove sembrava esserci un unico grande buco ricolmo di oscurità. Preferiva nuotare dove i pesci assumevano ancora sembianze certe, dove i pesci erano dotati di uno scheletro anche cartilagineo, dove i pesci avevano corpi opachi e solidi. E quindi passava le ore con lo sguardo rivolto verso il sole, oscurato dalle barche, ad aspettare che qualcosa o qualcuno lo richiamasse ai doveri che lui stesso aveva scelto di assumersi; passava le ore disteso su qualche edificio in rovina o sul fondo pietroso, ben consapevole che qualche cetriolo di mare o anguilla si potesse nascondere sotto ai grandi massi che spesso usava come letto. E rifletteva, con i grandi occhi azzurri ora tinti di nero velati di tristezza, se mai un giorno il suo eroe lo avrebbe mai liberato dal giogo; se mai un giorno gli avesse sorriso.

Tuttavia, quel giorno, qualcosa accadde: distratto dai suoi pensieri, quasi non notò la gabbia di rame che pian piano cadeva, inesorabile, giù fino alla valle inaccessibile. La gabbia era caduta prima che avessero potuto posizionarla, non aveva corde con cui essere tirata su piena qualche ora dopo, e quindi Yago capì che doveva recuperarla.

Doveva entrare nella valle profonda, forse valle velante di un’altra ancora più profonda e spaventosa. Deglutì e iniziò a nuotare in quella direzione.

Più si avvicinava a quell’abisso scuro e minaccioso e più percepiva che qualcosa di immenso lo stava fissando. Non poteva essere nella foresta algale sottostante, era troppo fitta; non poteva nemmeno fissarlo nella colonna d’acqua soprastante, lo avrebbe oscurato ancora di più impedendo ai raggi solari di penetrare nel liquido acqueo. Doveva nascondersi nella gola nella quale la trappola per pesci stava venendo trascinata dalla corrente marina!

E quando finalmente il ragazzo raggiunse l’oggetto tanto inseguito, ebbe la conferma dei suoi sospetti: dall’altra parte della strettoia di rocce ricoperte di affilati coralli si trovava un’immensa creatura dall’aspetto vagamente antropomorfo e dal viso tentacolare!  Lo fissava con i suoi occhi, con due occhi che sembravano quasi sette soli di pura gelatina bianca e opaca; e Yago fissava quella creatura, dall’altra parte della strettoia ma non al sicuro: era troppo stretta perché la creatura potesse passarvi ma sicuramente troppo fragile per contenere un tentacolo sferzato per distruggere la barriera naturale.

Se il mostro avesse voluto ucciderlo, lo avrebbe fatto senza problemi.

Ma non lo uccise, anzi, in tutta la sua smisurata statura si spostò e indicò con le sue centinaia di tentacoli, alcuni lunghi più di cento metri, una piccola grotta crollata. Anche le chele, grandi come interi villaggi, indicavano quel punto: era Yago il soggetto di quella segnalazione ed era Yago colui al quale la creatura aveva chiesto aiuto.

Yago si fece coraggio e oltrepassò la strettoia che lo separava dal titano. Deglutì. Aveva ragione, l’oscuro abisso che aveva attraversato non era niente in confronto a quello che ospitava il mostro! E nell’immensità della creatura, essa non poggiava nemmeno i piedi sul fondale: se lo avesse attaccato e lo avesse lasciato cadere fino al fondale, nessuno lo avrebbe mai più ritrovato. 

Non avrebbe più rivisto Rafael!

Quindi, con il cuore in mano, Yago schivò con facilità i lunghi tentacoli e dopo tre minuti di nuotata raggiunse con facilità la grotta; con i ruggiti che sembravano lamenti, lo scudiero capì che lì dentro c’erano i piccoli della creatura! Ancora non sapeva cosa, ma qualcosa aveva bloccato l’apertura della grotta naturale. Un masso, forse; o alcuni massi.

Di certo non era un problema rilevante per il vassallo dell’acqua: con estrema facilità, la stessa con cui non subiva né le temperature né le pressioni di quella profondità, la stessa con cui respirava sott’acqua, ordinò all’acqua dentro alla caverna sottomarina di uscire, creando così una fortissima corrente che prima spinse via i massi che bloccavano l’entrata e quindi i tredici piccoli (si fa per dire piccoli, era grandi quanti Rafael) del mostro. Ogni muscolo del ragazzo si era contratto nello sforzo, senza rendersene conto si era perfino morso la lingua, come se avesse subito un elettroshock, e subito dopo sussultò in avanti socchiudendo gli occhi.

L’ultima cosa che vide prima di svenire e probabilmente morire per la fatica fu il mostro raccogliere nelle alghe che lo ricoprivano i suoi cuccioli e staccarsi una squama. Poi Yago svenne.

TBR (to be read)~ Booktag

Buongiorno!

Oggi torno a parlare di libri e letteratura con una booktag veramente carina scoperta grazie al blog Arcadia: lo scaffale della Laguna. L’argomento questa volta è leggermente diverso perché non riguarda i libri che abbiamo letto ma quelli che stanno aspettando da tempo di avere la loro occasione di entrarci nel cuore.
Un bel modo per ricordarli in attesa di leggerli, vero?

Romance: un romanzo con una o più storie d’amore.
Camera con vista, rigorosamente in italiano. L’ho comprato in un mercatino dell’usato e finalmente dopo averlo studiato sommariamente al liceo per la letteratura coloniale inglese, tra un po’ potrò farmi un’idea personale.

Mistery: un romanzo con uno o più misteri da risolvere.
Un cavallo per la strega. Dopo aver letto Dieci piccoli indiani alle medie e Un cadavere in biblioteca l’estate scorsa, ho voluto provare questo romanzo giallo, comprato con un buono spendibile in libreria regalatomi da mia sorella.

Giallo: un romanzo con un’indagine.
Non è propriamente un romanzo ma una raccolta di racconti su Arsenio Lupin, acquistata al mercatino dell’usato vicino a casa mia.

Distopico: un romanzo distopico.
Non ho nulla di distopico al momento ma essendo la distopia una branca della fantascienza, cito Dune. Seguendo la mia agenda di letture, che segue la cronologia degli acquisti, ci arriverò tra circa qualche anno; al momento non so nulla del franchise, non essendomi avvicinato ai film.

Fantasy: un romanzo con elementi fantastici.
The last vampire, Un libretto gotico che mi ha ceduto la mia insegnante di inglese qualche mese fa; mi aveva dato pure Merrick, che sto leggendo ora, e trovo l’autrice Anne Rice noiosa e inutilmente prolissa (ciao King!^^).

Generico: un saggio.
Lavoro, dunque scrivo!. Questo libro è un’interessante opera che ci ha consigliato il mio prof di critica cinematografica l’anno scorso durante le lezioni, per approcciarci alla stesura di recensioni professionali; alla fine del mio laboratorio settimanale estivo. Questo, ora che sono iscritto alla scuola di cinema, è tra i libri di testo per superare gli esami della scuola.

Narrativa: un romanzo che consiglieresti a tutti.
Beh, tra i miei TBR non posso non citare il Necromicon! Dopo la raccolta di Lovecraft e la successiva (e di successo) tag che lanciai sbagliando a scrivere il suo nome nel titolo, qualche mese fa ho visto in libreria questa edizione molto bellina.

E così siamo giunti alla fine. Ho tanti altri libri che mi aspettano e Merrick noioso com’è mi sta rallentando non poco.
Voi quanti libri avete in lista di lettura?

Nome sbagliato ma grande successo del blog e della communiy di WordPress Italia^^

Batman: Il lungo Halloween

Batman: Il lungo Halloween (Batman: The Long Halloween) è una miniserie a fumetti di tredici numeri dedicata all’omonimo personaggio, scritta da Jeph Loeb, disegnata da Tim Sale e pubblicata dalla DC Comics tra l’ottobre del 1996 e l’ottobre del 1997.

Trama:
Ambientata durante il primo anno di attività del supereroe, La lunga notte di Halloween narra la ricerca del misterioso assassino Festa, così chiamato per la particolarità di uccidere soltanto durante le festività, da parte di Batman, James Gordon e Harvey Dent. La storia affronta anche gli eventi che hanno portato alla nascita di Due Facce e la lotta di Batman contro il crimine organizzato che attanaglia la città di Gotham City.

Commento:
Leggere questa graphic novel è stata una bellissima esperienza, pian piano mi sto recuperando tutti i classici. Caratterizzata da disegni dinamici e molto duri, e da una trama complessa ma scorrevole, Il lungo Halloween porta lo spettatore in un mondo dove la mafia si scontra con la vendetta e la spietatezza dei mostri di Gotham.
Inizialmente avevo comprato il volume per la sicura presenza di Poison Ivy (mi piace molto come personaggio) e poi sono stato incentivato dall’uscita del film The Batman, che cita quest’opera tra le ispirazioni. Inoltre, essendo un giocatore della serie Batman Arkham mi ero sempre chiesto come fosse un fumetto con delle rappresentazioni dei personaggi così iconiche (il vestito da gatto di Catwoman).
Mi è piaciuto, ha delle tavole che sono opere d’arte e la storia mette su un mistero molto ambiguo, in cui tutti sono sospettabili. Qui Batman non è solo il vigilante potente e invincibile ma anche un uomo fallace, che cade per esempio sotto al controllo di Poison Ivy. Ho adorato Selina Kyle, una vera vamp col trucco fittissimo, e Poison Ivy, qui una femme fatale che manovra con facilità gli altri. Inoltre, è interessante Harvey Dent, non avevo mai visto su carta il suo arco trasformativo a Due Facce. Sottotono invece il maggiordomo.
Il lato gangster dell’opera condisce con buona misura il mistero, rendendo il serial killer un fattore scatenante per la guerra tra bande.

Commento con spoiler:
La storia è veramente bella da leggere e volutamente ambigua: infatti, non è possibile capire con esattezza chi fosse Holiday. Io all’inizio pensavo fosse Catwoman, in questa versione sembra indipendente a livello familiare dalla figura di Falcone, per sfoltire le fila di chi la vuole morta. Secondo me alla fine Harvey non è mai stato il killer e il figlio di Falcone lo ha solo finto per uccidere il rivale del padre e prendersi la gloria.
Inoltre mi sarebbe piaciuto leggere la versione originale della sceneggiatura perché vorrei sapere la parola inglese per ‘mostri’, riferendosi a tutti i criminali che hanno sfumature psicopatiche o fantasy: dicono freaks o monsters? E poi personalmente ho trovato leggermente over the top figure come Poison Ivy e Solomon Grundy in un contesto così realistico e gangster.
Anche l’arco trasformativo da Harvey Dent l’ho trovato molto frettoloso: lui scompare e ricompare un serial killer vendicativo, che fa strage dei suoi traditori. Avrei preferito una trasformazione più estesa, non solo alla fine. Anche perché così non si spiega la sua ossessione per il doppio; sembra più attaccatura alla tradizione che reale sceneggiatura.

A me la graphic novel è piaciuta parecchio. Dopo aver letto Batman Vampire, aver giocato alla serie di Batman Arkham e visto i film, questo è un altro tassello per conoscere meglio questo mondo così gotico e prolifico!