Medusa

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Medusa è un personaggio della mitologia greca che testimonia la violenza e la vendetta degli dei quando gli uomini cadono nella ὕβϱις, la superbia.

Ho trovato questa donna mostruosa infinitamente triste e compassionevole, descritta da molti autori come brutta e crudele dopo essere stata una delle donne più belle al mondo e avere perso la propria bellezza per colpa della propria sfrontatezza e delle sue pulsioni, colpa gravissima nei confronti degli dei, simboli di ragione e perfezione; ma chi prima o poi non commette sbagli?

Ma lei chi è?

Medusa è una sorella, appartenente al gruppo delle Gorgoni, la cui storia è raccontata o anche solo citata da numerosi autori quali Esiodo, Omero, Eschilo e Apollodoro. Ovviamente le descrizioni non combaciano su tutti i particolari, alcune sono più fedeli a quelle più antiche, ma alcuni sono sempre simili: era «dal volto tremendo, dallo sguardo crudele» (Iliade, XI 36-37) e toglieva il respiro a chiunque la guardasse direttamente negli occhi. Interessante è il fatto che tutti gli autori si soffermino sulla morte di coloro che la guardano, non sui suoi capelli di serpenti.

In ogni caso, la storia di questa creatura è molto triste.

Apollodoro racconta tre versioni di questo mito. Nel primo le Gorgoni sono descritte come esseri mostruosi: «avevano il capo avvolto da squame di serpenti, zanne grandi come quelle dei cinghiali, mani di bronzo e ali d’oro con le quali volavano; tramutavano in pietra chi le guardava.»; qui viene uccisa dall’eroe greco Perseo grazie a un elmo dell’invisibilità e uno scudo riflettente tenuto dalla dea della saggezza Atena. La seconda versione è più corta ma più simbolica: a ucciderla è direttamente la casta dea della saggezza Atena, arrabbiata perché Medusa l’aveva sfidata a una gara di bellezza (non si sanno gli esiti ma si possono immaginare). L’ultima versione, quella più famosa che ha consacrato questa vanitosa, racconta la trasformazione dei capelli di questo splendore di donna in orridi serpenti sibilanti, sancendo così la sua fine.

Una versione del mito interessante che non ho trovato sul mio libro ma che mi ricordo è quella in cui Atena la trasforma in orripilante quanto letale creatura perché la sorprende nel proprio tempio ad amoreggiare con il seduttore Poseidone.

Tuttavia, non tutto il male viene per nuocere: anche lei ha fatto delle meraviglie! Infatti, Apollonio Rodio racconta che dalla testa decapitata da Perseo di Medusa uscirono serpenti maledetti (ok, forse non troppo positiva come progenie) ma secondo Apollodoro uscirono invece il cavallo alato Pegaso e il mostro Crisaore. Inoltre, una leggenda racconta che Medusa, già portatrice di morte e sofferenza, ci ha lasciato una delle più grandi meraviglie della natura: i coralli sarebbero stati arbusti marini prima che Medusa li guardasse.

Ma visto che i miti servivano a spiegare la realtà, cosa significa la sua simbologia?

Medusa rappresenta la pulsione spirituale ed evolutiva, la consapevolezza della colpa esaltata fino a diventare un’esasperazione malata in coscienza troppo scrupolosa e paralizzante, tale da togliere il respiro e capacità di reazione. Infatti, è proprio questo dispiacere che pietrifica le vittime di Medusa perché ella rappresenta l’immagine deformata di se stessi.

Fonti:

-Biondetti, L., Dizionario di mitologia classica: Dei, eroi, feste, Milano, Baldini&Castoldi s.r.l., 1999

-Chevalier, J e Gheerbrant, Dizionario dei simboli: Miti, sogni costumi, gesti, forme, figure, colori, numeri, Trebaseleghe, BUR_Rizzoli, 2015

-http://www.ilcerchiodellaluna.it/central_Dee_Furiose_demoni.htm

 

Guarda nella mia anima

Questo testo mi è venuto in mente pensando alla leggenda di Medusa, alla sua sventura e alla maledizione che ha angosciato lei e gli altri.

Guarda nella mia anima,
straniero.
Osserva l’orrore della saggezza
che ha stroncato la mia bellezza.
Spaventati a morte, pietrificati:
quella che sono lo devo a quella che
ero.
La mia mente mi ha visto mentre la
profanavo, ero animale, sapevo solo amare.
Ora sono mente perché non so più amare
ma solo la mia sventura raccontare.
Ma chi mi ascolta e mi guarda dentro lo farà sempre.
Starà con me per sempre.

 

Ippolito incoronato

Ippolito è figlio di Teseo e di un’Amazzone ed è famoso per essere il soggetto di molte versioni di un mito tragico che dimostra la forza tiranna e vendicativa dell’amore, incarnato dalla crudele Afrodite. Questo argomento viene trattato da diversi autori, a partire da Sofocle con la sua Fedra che ispira le due tragedie di Euripide fino ad arrivare a Roma con la versione più emotiva e cruda di Seneca passando per Pausania che descrive perfino gli eventi successivi a quelli già noti.

L’Ippolito Incoronato di Euripide è ispirata dalla Fedra di Sofocle e quando è stata rappresentata nel 428 a.C. alle Grandi Dionisie di Atene è pure arrivata prima, ben surclassando il fiasco della volta precedente: infatti, a causa degli argomenti scottanti per un ateniese, l’Ippolito Velato era stata giudicata inguardabile a causa del ruolo di Fedra, ridimensionato nella seconda versione censurata e vincitrice.

Ma cosa succede? Chi sono i protagonisti della tragedia? Ora lo scoprirai.

Il vero protagonista della vicenda è l’amore che assedia la povera Fedra, la moglie di Teseo, che a causa della castità del figliastro Ippolito si vede sbocciare dentro di sé un sentimento incapace di controllare che la porta a desiderare la morte pur di liberarsene; Ippolito, quindi, è la causa della rovina della propria famiglia perché porge tutte le proprie preghiere solo alla casta Artemide, sminuendo Afrodite e definendola la peggiore tra tutte: egli afferma di avere un legame speciale con la dea con la quale trascorre le giornate nei boschi a cacciare tanto da adornare la sua statua con una corona intrecciata con i fiori calpestati solo da vergini, come lui. Molto importante per capire l’intera faccenda è il prologo, che potete vedere qui allegato tramite lo screen della pagina del libro da cui ho studiato con testo greco annotato e traduzione al suo fianco; questo testo, l’introduzione, è molto importante perché spiega l’intera vicenda ed è possibile notarlo dal numero esorbitante di figure retoriche, abbellimenti e tecniche espressive.

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Fedra è la matrigna di Ippolita rimasta da sola con il figlioccio perché il marito Teseo è dovuto partire. Il suo personaggio discende dal Sole, da Elio, e quindi è imparentata anche con Arianna, Pasife e Medea, tutte donne notoriamente non troppo sane di mente. Premesso il fatto che di solito le donne stavano in casa, lei viene presentata mentre distesa ammalata su un letto afferma di volere uscire nei boschi a cacciare o fare il bagno nelle sorgenti fresche per stare con Ippolito; ma sapendo di non poterlo fare digiuna e vuole morire. Il suo personaggio mi ha sempre fatto pena perché lei è la vittima per eccellenza: venera Afrodite, si dà al marito Teseo ma per colpa del figliastro diventa vittima della dea più potente e antica; tuttavia, pur di non perdere la propria dignità e quella dei suoi figli decide di immolarsi per loro!

Teseo, invece, è l’uomo greco per eccellenza: ha salvato la patria, è diventato immortale grazie alla propria progenie, è sposato e mangia. Non ha problemi con gli dei, anzi, il dio Poseidone gli deve pure un favore e quindi sembra strano che la vendicativa Afrodite lo abbia colpito nel profondo mettendolo indirettamente contro il figlio, anche se questa distanza è riscontrabile anche nei due differenti stili di vita: Teseo ha uno stile di vita tipicamente greco mentre quello del figlio sfocia nella castità sessuale e nella preghiera che non ha niente a che fare con la virilità. Ippolito è quello strano e quindi per gli Ateniesi, diffidenti contro le donne e chi non è tipicamente greco, è facile immedesimarsi in uno dei personaggi più amari della tragedia.

Gli dei in questa tragedia sono freddi, vendicativi e femmine: l’ateismo e secondo la mia infima opinione la misoginia regnano sovrani. Si mostra come le preghiere verso un’unica divinità sono inutili ma, anzi, rischiano di scatenare l’ira degli dei che per giungere al loro scopo usano anche gli innocenti.

Ippolito, il ragazzo che scatena il tutto, è lo strano figlio di un’Amazzone e non di un’ateniese, quello che mangia verdura al posto di carne, quello che preferisce la caccia al talamo nuziale. Ippolito è la vittima perfetta e per la sua diversità dalla cultura greca è anche lo strano per eccellenza, la vera causa di una rovina che si abbatte su un’intera famiglia!

Tra rivelazioni e promesse sconvolgenti, il silenzio e l’incomprensione dominano la tragedia, portando lo spettatore/lettore a chiedersi cosa è veramente importante tra l’onore e l’amore. Interessante è anche lo scottante ruolo della donna che deve prendere una decisione perché qui le donne non sono solo oggetti ma forse hanno una psicologia migliore degli uomini come in altre tragedie euripidee, anche se alla fine in questa per salvaguardare lo spettacolo della tragedia alle Dionisie ateniesi Euripide ha scelto l’azione meno potente e innovatrice usando per svelare una notizia tragica non la diretta interessata ma solo una donna inferiore.

Io consiglio anche la lettura di una traduzione libera, è abbastanza intrigante perché se comprate il libro giusto potete veramente aprirvi a un mondo intero e questo è stupendo; forse consiglio l’Ippolito velato perché è talmente controverso e volgare per i gusti ateniesi che potrebbe essere considerato troppo innovativo per l’epoca! Solo preparatevi alla tragedia finale…

Fonti e note:

Appunti presi alle superiori dalla mia professoressa R.F.

Biondetti, L., Dizionario di mitologia classica: Dei, eroi, feste, Milano, Baldini&Castoldi s.r.l., 1999

Euripide, Ippolito incoronato, prologo fino alla riga 23, tradotto da Susanetti D, libro della Feltrinelli.

L’immagine della copertina è presa da internet, la foto delle due pagine sono del libro citato sopra, la traduzione appiccicata sopra invece è scritta e stampata con la traduzione letterale fornita dalla mia stimata professoressa.

Indovinello mitologico

Chiamami madre delle meraviglie. I miei figli sono possenti, forti e feroci, da temere e mitizzare: non certo dei mostri! Non che io sia da meno eh! Sono famosa per il mio fascino che ha sedotto pure il figlio del re dei cieli o per il mio viso stupendo e le mie curve mozzafiato, almeno fino alla vita; perfino alcuni miei figli mi hanno amata, anche nei sensi più torbidi. Quindi è certo! Chi sono?

La risposta è in questo articolo.

Tradito dalla propria famiglia

Fenrir è uno dei figli di Loki avuti dalla gigantessa Angrbooa; gli altri due sono il serpente di Miogaror ed Hel.

Preso con gli dei dopo che loro seppero di loro, ebbe apparentemente una vita migliore dei suoi fratelli: infatti, il povero serpentello Miogaror fu gettato nelle profondità oceaniche ed Hel divenne la regina di nove mondi sconosciuti e distanti; e tutto ciò solo perché questi tre fratelli secondo le profezie erano destinati a portare sventure agli dei nordici.

Ma Fenrir era un lupo possente.

Salvato dai baratri in cui i fratelli erano stati mandati, crebbe in casa degli dei diventando sempre più grande e forte fino a diventare un pericolo considerando le profezie malauguranti e quindi non riuscì a sfuggire al suo triste destino. Dovette essere messo alle catene, perché era così pericoloso che ormai l’unico dio con abbastanza coraggio da avvicinarsi e dargli da mangiare era Tyr.

Gli dei, impauriti, prepararono una catena molto resistente e dissero al lupacchiotto di dimostrare la sua forza; lui, osservando l’oggetto, decise che era abbastanza sottile per lui, quindi si fece legare e con orgoglio riuscì a liberarsi. Ancora più spaventati, gli dei allestirono un’altra trappola con una catena più robusta e invogliarono il lupo a cimentarsi anche con quella promettendogli fama senza fine se fosse riuscito nell’impresa, cosa che ovviamente fece con successo.

Fenrir sembrava troppo forte e risoluto a rimanere libero.

Allora gli dei cominciarono a temere che la forza del lupo sarebbe veramente stata la loro rovina. Ma sfortunatamente per il loro bersaglio, il servitore Skirnir fu mandato in Svartalfaheimr, dove si fece fabbricare dai nani una catena speciale: era liscia e soffice come un nastro di seta ma straordinariamente robusta. Quando il messaggero tornò con la catena, gli dei andarono su un’isola sperduta del lago Amsvartnir e chiamarono il lupo, che venne. Nuovamente, gli proposero di dimostrare alla sua famiglia quanto fosse forte, ma Fenrir, che non era stupido, decise che si sarebbe cimentato in quella prova solo se avesse avuto un garante perché sospettava un inganno: infatti, aveva detto «Mi pare che non otterrò grande fama a spezzare un nastro così fine.  Ma se fosse fatto con inganno e astuzia, sebbene sembri così sottile, allora non mi farò legare».

Ovviamente, nessuno degli dei voleva rischiare di fare da garante e solo Tyr volle rischiare.

Tyr stese la mano con cui aveva nutrito il piccolo Fenrir tra le sue fauci e l’ignaro lupo lasciò che i suoi famigliari lo legassero. Legato, Fenrir si accorse che non poteva più liberarsi, era stato ingannato, gli avevano assicurato il contrario! E così, rimase incatenato e tutti gli dei risero di lui e del loro divino e felice destino spensierato; tutti gli dei tranne Tyr, la cui mano era tra le fauci voraci del povero lupo.

Non contenti, picchettarono con massi enormi la cima della catena e dopo che giustamente Fenrir aveva provato ad azzannarli gli conficcarono in bocca una spada, obbligandolo a stare per sempre con le fauci spalancate. Al povero lupacchiotto, non rimase altro che ululare la sua solitudine e il suo dolore, poiché la sua liberazione corrisponderà al crepuscolo degli dei, quando si fronteggerà in un duello mortale con la figura paterna che lo ha tradito.

Fonte:

Chiesa Isnardi, G., I MITI NORDICI, Milano, Longanesi collezione Il Cammeo, 1991

Pitone

Descrizione:

Serpente enorme, figlio della Terra che, prima di Apollo, era solito dare responsi all’oracolo sul monte Parnaso.

La leggenda:

La divina Era gelosa di Latona, che portava in grembo due figli di Zeus, la fece inseguire da Pitone e ordinò che in nessun luogo sotto il cielo ella potesse partorire. Allora Zeus chiese a Poseidone di offrire l’isola di Ogigia all’amata e di ricoprirla con un tetto di onde, cosicché l’ordine della Regina degli dei non fosse violato; e questo successe. Dopo che la mortale amante ebbe partorito Artemide e Apollo, passato del tempo, Apollo uccise Pitone perché il serpente aveva osato molestare, sotto ordine, la madre del dio e a Delfi fondò il suo famoso oracolo.

Cosa dicono i diversi mitografi:

Apollodoro narra che al posto di essere il dispensatori di oracoli di Delfi ne era solo il custode e che fu ucciso da Apollo perché il serpente lo teneva lontano dal posto; quindi, ucciso il rivale il dio della profezia ne diventò il nuovo custode. (Biblioteca)

Ovidio si concentra sul modus operandi del dio: infatti, scrive che Apollo lo usò come puntaspilli seppellendolo di frecce così tanto che «quasi svuotò la faretra» e, tutto orgoglioso del gesto, affinché il tempo non cancellasse il ricordo di tale assassinio il figlio di Latona istituì le gare Pitiche. (Metamorfosi)

Un’altra interpretazione del mito viene trovata nell’ Inno omerico ad Apollo, dove si cerca nell’episodio l’etimologia di Delfi: essa potrebbe chiamarsi così perché è il posto dove «l’ardente forza di Elio fece putrefare» il cadavere del povero Pitone e perché nel greco antico putrefare ha la stessa radice di Pitone. Ma cosa c’entra Delfi, morfologicamente parlando? Semplice: anticamente Delfi era chiamata Pito.

Commento personale:

Se non si è notato, tra Apollo e Pitone parteggio e con foga per il povero Pitone, l’ennesima pedina nelle mani degli dei, capricciosi e vendicativi. Quali colpe ha? Se lasciava vivere serenamente Latona sarebbe stato sicuramente ammazzato dalla Regina degli dei ed è stato ucciso per averle ubbidito… Una morte senza senso.

Comunque, sono stato in Grecia classica quest’anno e quindi  anche a Delfi. La guida, molto brava, ci ha raccontato la leggenda e ci ha spiegato che essa rappresenta il momento di transizione di due culti: all’inizio là veramente si adorava il dio Pitone, dispensatore di oracoli, ma poi le cose cambiano e il nuovo culto fu di Apollo; è facile pensare che metaforicamente il povero serpente sia stato veramente ucciso da Febo, il cui oracolo è sicuramente più famoso.

Fonte:

Biondetti, L., Dizionario di mitologia classica: Dei, eroi, feste, Milano, Baldini&Castoldi s.r.l., 1999

Tifeo, la disgrazia degli dei

Tifeo

Descrizione:

Nella Teogonia di Esiodo viene descritto così: «dalle spalle nascono cento teste di serpe, di terribile drago […] e voci s’alzavano da tutte le terribili teste, che suoni d’ogni sorta emettevano»; Apollodoro, invece, narra: «era più alto delle montagne, con la testa che sfiorava le stelle e, quando allargava le braccia, toccava l’occidente e l’oriente; da tutto il suo corpo spuntavano ali.»

Tifeo, chiamato da alcuni Tifone, è una delle più grandi disgrazie in cui sono si sono imbattuti gli dei dell’Olimpo.

Mitografia:

Secondo alcune leggende nacque dalla regina degli dei la quale, essendo furiosa con il marito a causa di Atena nata dalla testa del padre senza il contributo di Era, si era rivolta a Gea per poter fare quello che aveva fatto Zeus a lei stessa: concepire un figlio senza il contributo del coniuge. Tuttavia, il risultato fu disastroso. Era partorì un essere che nemmeno le assomigliava, diverso sia dagli uomini sia dagli dei.

Il mitografo Apollodoro racconta che Tifeo, per lui figlio di Gea e Tartaro, prese di mira gli dei dell’Olimpo, essendo stato creato dalla madre dopo la sconfitta sia dei Titani sia dei Giganti suoi fratelli. Dopo che gli dei erano fuggiti in Egitto e si erano nascosti trasformandosi in animali, solo il loro re Zeus, forse la vittima prescelta viste entrambe le versioni del mito, ebbe il coraggio di affrontare il loro aguzzino prima folgorandolo, poi falciandolo e infine in un combattimento a mani nude, in cui fu sconfitto. Tifeo allora rinchiuse Zeus nell’antro Coricio, dove gli tagliò i tendini e li nascose dentro una pelle d’orso custodita da una dragonessa, Delfine; fortunatamente il mito non finisce qui. Ermes soccorse il padre Zeus e riuscì a rubare i tendini e a riconsegnarglieli. Quindi, Zeus ritornò in forze e inseguì Tifeo fino in Tracia, dove respinse le montagne lanciategli contro dal gigante e infine, in Sicilia: lo intrappolò per sempre sotto la terra dalla quale certe volte Tifeo sembra ancora spruzzare via il fuoco dei fulmini di Zeus.

Simbolismo:

Simbolicamente, il mito di Tifeo simboleggia la possibilità di regressione dell’essere cosciente, la più decisa opposizione allo spirito evoluto: la ricaduta verso l’immediatezza dei desideri che è la caratteristica dell’animalità. Inoltre, essendo Tifeo stato generato come nemesi di Atena o secondo altre leggendo contro gli dei in generale egli è proprio l’istinto selvaggio che si oppone alla razionalità e quindi l’abbandono alla pulsione delle emozioni e dei sentimenti più feroci.

Fonti:

-Biondetti, L., Dizionario di mitologia classica: Dei, eroi, feste, Milano, Baldini&Castoldi s.r.l., 1999

-Chevalier J.; Gheerbrant, A., Dizionario dei simboli: Miti, sogni, costumi, gesti, forme, colori, numeri, Milano, BUR_Rizzoli saggi, 2015

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Il combattimento tra Zeus, a sinistra, e Tifeo, a destra.

 

Quando l’amore diventa storia

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L’Imperatore Adriano è famoso per la sua politica tuttalpiù di tolleranza e apertura, il suo famoso Vallo con cui cercava di difendere i confini della Britannia romana dalla gente del nord e per alcune sue riforme.

Non tutti sanno che Adriano, pur essendo sposato con Vibia Sabina, egli aveva avuto una relazione con Antinoo. Questo ragazzo della Bitinia era riuscito a entrare nelle sue grazie e stava sempre in sua compagnia, accompagnandolo nei viaggi; almeno fino a quando Antinoo non cade disgraziatamente nel Nilo.

Adriano, allora, non lo rinnega o dimentica: lo fa ascendere a dio e fa costruire decine di statue in tutto l’Impero allo scopo di ritrarlo e onorarlo.

Infatti, la statua che ho allegata qui la ho scattata in Grecia, a Delfi.

Scilla

Terribile mostro marino, stava sul lato calabrese dello Stretto di Messina e inghiottiva tutto quello che le passava davanti.

Nell’Odissea la madre di Scilla è Crateide e non si nomina il padre. Per Apollodoro è figlia di Crateide e di Trieno o di Forco. Per Apollonio Rodio i suoi genitori sono Ecate e Forco. Igino scrive nelle sue Favole che è figlia di Tifone e Echidna, oppure di Tifone e Crateide.

Secondo la leggenda narrata da Ovidio, il dio marino Glauco si innamorò di una giovane e bellissima Scilla, che lo respinse; allora Glauco si recò al palazzo della maga Circe per chiederle una pozione d’amore; la maga tuttavia, invaghitasi dell’uomo ed essendo stata respinta dall’oggetto del suo desiderio, in preda della gelosia creò una pozione magica e la riversò nelle acque dove Scilla era solita bagnarsi; quando Scilla andò a bagnarsi inconsapevole del pericolo, come toccò l’acqua si trasformò in un terribile mostro, conservando il suo aspetto umano fino all’inguine da cui spuntarono enormi cani latranti.

Secondo altri miti, il dio respinto non fu Glauco ma il vendicativo Poseidone il quale, subito l’affronto la trasformò in mostro.

La fama di Scilla è dovuta al dodicesimo libro dell’Odissea di Omero: dentro a un antro profondo «abita Scilla, orridamente latrando. La sua voce è come di cucciola nata da poco, ma essa è un mostro funesto… Dodici sono i suoi piedi, tutti informi, sei i lunghissimi colli, con sopra una testa orrenda e dentro tre file di denti, fitti e numerosissimi, ricolmi di morte nera». L’unica persona che riuscì a sfuggirle fu Odisseo, grazie ai consigli ricevuti da Circe.

Nella versione di Licofrone, Scilla viene chiamata «cagna selvaggia» e «leonessa divoratrice di tori»; venne uccisa da Eracle, ma resuscitata dal padre.

Inoltre, anche Apollonio Rodio la cita, poiché i suoi Argonauti riescono a evitarla grazie all’aiuto divino di Era e Teti, mentre una situazione analoga la propone Virgilio con il suo Enea, aiutato da Eleno.

Fonte: Biondetti, L., Dizionario di mitologia classica: Dei, eroi, feste, Milano, Baldini&Castoldi s.r.l., 1999

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Statuina custodita al Museo di Atene, fotografata da me^^

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Immagine trovata su Google

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Cratere greco conservato al Louvre

 

 

Elena di Troia

Un’origine, molte versioni

Omero afferma che suo padre è Zeus e sua madre è Leda, conquistata dal dio grazie alla sua trasformazione in cigno; rimasta incinta, Leda dà alla luce due uova da cui nascono Clitennestra, Castore, Polluce ed Elena. Un’altra versione narra di come Elena, figlia di Zeus e Nemesi, sia nata sempre da un uovo ma solo in seguito, dopo l’abbandono della madre, adottata da Leda e suo marito Tindaro. Tuttavia, secondo Esiodo, la fanciulla più bella di tutte è figlia di Oceano oppure creata da Zeus destinata a far scoppiare la guerra di Troia per eliminare il problema della sovrappopolazione.

Il rapimento da parte di Teseo

Molti scrittori narrano che Elena, ancora bambina (al massimo aveva solo dodici anni) è stata rapita da Teseo, allora un uomo di mezza età; una volta in mano del rapitore, egli la affida alla madre Etra, ad Afidna. La fanciulla vede la libertà solo in assenza del suo aguzzino, quando il padre Tindaro conquista la città, anche se un peso la aggrava: nonostante la giovane età, si scopre incinta; i suoi travagli terminano con Elena che, dopo avere partorito, affida la figlia alla sorella Clitennestra.

I pretendenti e il matrimonio

Passato del tempo dal sequestro di Elena, molti capi greci si recano da Tindaro a chiedere la mano della figlia e lui, per non scontentare nessuno, lascia che sia la figlia a decidere chi sposare: lei sceglie il re di Sparta Menelao, mentre a tutti gli altri rimane, sotto il consiglio di Odisseo, il dovere di giurare fedeltà e aiuto in caso di necessità al fortunato. Quindi, Elena sposa Menelao da cui ha “Ermione, che aveva l’aspetto dell’aurea Afrodite”.

L’incontro con Paride e la guerra di Troia

Paride viene ospitato da Menelao e sua moglie Elena per contraccambiare all’ospitalità che il troiano aveva offerto quando Menelao era andato a Ilio. L’incontro tra i due giovani è fatale: scocca l’amore (come aveva precedentemente giurato sarebbe successo Afrodite) e insieme scappano a Troia, dove si sposano.

Questo fa scatenare la guerra di Troia che dura per ben dieci anni, indetta da Menelao per riavere la moglie e supportato dagli altri capi della Grecia.

Dopo la morte di Paride in guerra, Elena sposa Deifobo, ma una volta conquistata Troia la donna consegna il marito a Menelao, per farsi perdonare.

Ritorno alla vita con Menelao e morte

Con il marito, pienamente perdonata, torna a Sparta dove passa una vita di rimpianti: infatti, nel quarto libro dell’Odissea, viene detto che durante un banchetto versa un filtro, presumibilmente oppio, nel vino. Dopo molto tempo, Menelao muore ed Elena, senza saperlo, va incontro alla morte a Rodi: la regina di quel posto, Polisso, era rimasta vedova a causa della guerra di Troia; appena le è possibile arresta la causa della sua vedovanza e la impicca.

Vita dopo la morte e divinizzazione

Secondo alcune leggende, dal momento della morte Elena vive nell’Isola Bianca, alle foci del Danubio, dove sposa Achille, anche lui abitante dell’isola, dal quale ha un essere alato chiamato Euforione.

Erodoto la chiama dea e le attribuisce un miracolo: una bambina che da piccola era molto brutta, poiché la nutrice la aveva portata al tempio di Elena a Terapne dove la divina camuffatasi da vecchia la aveva toccata e benedetta, una volta cresciuta era divenuta una delle donne più belle al mondo.

Inoltre Omero, come racconta nell’Odissea, fa predire a Proteo che Menelao, essendo il marito della divina Elena e genero del Re degli dei, non sarebbe mai morto ma alla fine della sua vita sarebbe vissuto in eterno nei Campi Elisi.

Le colpe di Elena nella Guerra di Troia

L’atteggiamento degli scrittori greci nei riguardi di Elena è spesso ambiguo: l’adultera più famosa è spesso giudicata l’incolpevole strumento del fato.

Nell’Iliade, quando la gente troiana chiede che venga cacciata dalla città è Priamo stesso ad affermare quanto lei sia senza colpe, chiamandola persino “figlia cara” e dicendole “tu per me non hai colpe, gli dei sono colpevoli”. Inoltre, è da ricordare che secondo Esiodo lei sarebbe stata creata da Zeus proprio per scatenare in futuro la guerra e quindi la sua non è una colpa ma una vita scelta per lei dal fato.

Per distogliere ogni colpa dalla povera figura di Elena, basti pensare alla leggenda narrata da Erodoto secondo il quale la ragazza sarebbe rimasta a Sparta e al suo posto sarebbe partita con Paride solo una parvenza, una nuvola.

L’unico autore esplicitamente ostile ad Elena di Troia è Euripide, che nella sua tragedia “Le Troiane” la raffigura come una terribile meretrice, la responsabile della guerra e tanto abile nella manipolazione delle sue vittime da riuscire a ingannare persino suo marito Menelao.

Giudizio personale sul personaggio e la sua storia

Intanto ti ringrazio di avere letto un testo tanto lungo e noioso.^^

Secondo me, Elena è la classica donna per cui un uomo farebbe qualsiasi cosa, che lei lo voglia o no, e questo per la mentalità greca era già un difetto; inoltre, è universalmente riconosciuta come la causa dello scontro più famoso della letteratura greca, quando in realtà è solo un pretesto.

A me il personaggio piace molto e ha una storia molto triste: rapita, stuprata, costretta a sposare un capo greco e quindi un uomo molto più grande di lei, vedova del suo più grande amore. È una roccia e infatti non è uno dei personaggi della letteratura classica, rappresenta la letteratura classica.

A te invece cosa suscita? Sei pro o contro Elena?

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