L’idra

Terza figlia di Echidna e Tifone; sorella della Chimera, del cane Orto e di Cerbero.

Questo mostro «era cresciuto nella palude di Lerna e si aggirava per la pianura uccidendo le mandrie e devastando la regione. L’Idra aveva un corpo immenso e nove teste: otto mortali e una, nel mezzo, immortale» (Apollodoro, Biblioteca). Il numero delle teste varia secondo gli autori, da una (Pausania) a cento (Diodoro Siculo e Ovidio). Dalle numerose gole usciva un alito pestifero che uccideva chiunque le si avvicinasse.
Eracle la «uccise col bronzo spietato» (Esiodo, Teogonia, 306-320). Dato che per ogni testa mozzata ne rinasceva un’altra –ma c’è chi dice due- Eracle ricorse all’aiuto del nipote Iolao; questi, man mano che Eracle tagliava le teste, bruciava la ferita con tizzoni ardenti. Eracle tagliò la testa immortale, la bruciò, la sotterrò e sopra vi pose un masso.

Simbolicamente, essa «raffigura i vizi multipli tanto sotto forma di aspirazione illusoriamente esaltata che di ambientazione ottusamente attiva. Abitando le paludi l’Idra si caratterizza specialmente come simbolo dei vizi più ottusi. Finché il mostro vive, finché la vanità non viene dominata, le teste –simbolo dei vizi- ricrescono, anche se con un’apparente vittoria si arrivasse a tagliarne l’una o l’altra» (Diel Paul). Il sangue dell’Idra è un veleno: Eracle vi intingeva le sue frecce; e se esso si mescolava con l’acqua dei fiumi i pesci non erano più commestibili. Questo confermerebbe l’interpretazione simbolica: tutto ciò che è collegato con i vizi o ne deriva si corrompe e corrompe.

Nella zoologia mitologica medioevale, il termine “idra” sta ad indicare un generico drago con molte teste. In alcuni bestiari medioevali è citato anche l’hydrus, un serpente nemico per antonomasia del coccodrillo, dal quale si fa inghiottire per poi lacerarne l’intestino (analogamente a come era detto fare l’icneumone).
Erasmo da Rotterdam nei suoi Adagia paragona la guerra all’idra di Lerna:
(LA): «Quinetiam bellum e bello seritur, e simulato verum, e pusillo maximum exoritur, neque raro solet in his accidere quod de Lernaeo monstro fabulis proditum est »
(IT): « E poiché guerra genera guerra, da guerra finta nasce guerra vera, da guerra piccina guerra poderosa, non di rado suole accadere ciò che nel mito si racconta del mostro di Lerna »

idra18
Fonti:
-[URL=https://it.wikipedia.org/wiki/Idra_di_Lerna]Wikipedia [/URL]
-Biondetti, L., <i>Dizionario di mitologia classica: Dei, eroi, feste</i>, Milano, Baldini&Castoldi s.r.l., 1999
-Chevalier, J e Gheerbrant, <i>Dizionario dei simboli: Miti, sogni costumi, gesti, forme, figure, colori, numeri</i>, Trebaseleghe, BUR_Rizzoli, 2015

Se volete leggere altri contenuti sui mostri e il mondo della letteratura e il cinema dark, vi consiglio questo forum.^^

Il blog di Tony XD

Gladiatori

Notte Morta

Notte Morta
È la sera del 31 Ottobre. Cammino solo guardando nell’oscurità i bambini che, veloci come le enormi libellule della terra, volano tra le strade. Le loro risate risuonano allegre nella notte, odo i loro passi risuonare nel cemento accompagnati dal cigolio degli zuccotti di plastica arancione straboccanti di dolci delizie. Sorridono, ignari dei dolori che governano il mondo, protetti dai loro genitori che tengono al guinzaglio i cani festosi.
Cani, che parola magnifica. Anche io una volta ne avevo uno, un cucciolo dal manto morbido e con baffi enormi del colore della crema. Per lui ero il suo dio, non faceva altro che adorarmi. I suoi occhioni neri come la pece mi scrutavano imploranti quando apparecchiavo la mia tavola ricca di carne, in attesa di un regalo; in quei momenti era particolarmente affettuoso. Uggiolava, perfino. E ora non c’è più, il candelabro spettrale se lo è portato via; l’ultimo ricordo che ho di lui è un’oscura luce. Il mio Dylan non c’è più, anche se ultimamente ho visto spesso un altro essere simile sebbene alquanto diverso.
Lo chiamano Absol, colui che è portatore di catastrofi, dicono. Mi ha fatto visita due volte: la prima al funerale di mia madre, pace all’anima sua, e l’altra a casa mia, leccandomi sinistro la mano pendente fuori dal lenzuolo mentre dormivo. Entrambe le volte sono riuscito a scorgere solo un bagliore chiaro nell’oscurità. Entrambe le volte mi è sembrato che i suoi stanchi e solitari occhi vuoti scrutassero la mia anima, cercando di comunicare un messaggio che evidentemente non ho compreso.
Le risate risuonano nelle strade lugubri gioviali, in contrasto con il mio animo. Dylan mi ha lasciato e non tornerà più e non riesco ad accettarlo. Mi sembra ieri che mi toccava con il suo tartufo la gamba e si aspettava le carezze, fiducioso, mi ricordo le serate passate da solo ad ascoltare la musica mentre studiavo, con il mio Dylannone a fissarmi devoto. Cucciolo. Il candelabro me lo ha strappato lasciando a me solo le sue carni, vuote. Lo ha rapito aiutato dalla solitudine, in giardino, dove sciagurato lo ho lasciato stanco. Non so come è morto, forse era troppo buono e il cuore non ha retto, forse il freddo con tutto il pelo che ha perso durante le cure. Il mio animo è corrotto da questo dubbio, non trovo riposo. Ma ora tra poco potrò chiederlo al lui, il mio cucciolone: la luna non è più chiara e bianca, ma emana una luce viola e debole come quella di una candela.Aspettami, mio Dylan, tra poco potrò di nuovo accarezzarti.

L’anatomista, di Diana Lama

Ciao a tutti^^

Ho deciso di condividere con voi un testo estratto dal libro “L’anatomista” di Diana Lama.
A me è piaciuto molto e ha fatto salire un’ansia pazzesca.
Buona lettura!

Capitolo 93
Mitzi sollevò il viso bagnato e si guardò allo specchio sopra il lavabo. Il bagno, come tutti gli altri della piscina, era immacolato. Dallo specchio poteva vedere una lunga successione di vani per la doccia tutti uguali, con la rubinetteria scintillante e gli appendini allineati, fuori.
Si sentiva meglio, ora che si era bagnata i polsi e la fronte con l’acqua gelata.
«Che ti succede?», chiese a bassa voce alla donna pallida di fronte a sé.
Non sapeva perché la vista di quell’arto artificiale scorporato l’avesse turbata così profondamente. Immaginò per un attimo di avere trovato invece un vero braccio appena reciso, con i tendini e le ossa sanguinanti e la carne contratta come plastica vecchia appena sopra i bordi dell’incisione. Sarebbe stato uno spettacolo scioccante, ma forse l’avrebbe colta più preparata che quel patetico pezzo d’alta ingegneria.
Martine Ascani, la ragazza nominata da Giamundo, quella cui l’arto era stato strappato, era un personaggio noto. Un idolo per il pubblico che seguiva le sue avventure sportive con affetto e partecipazione. Era amata per il suo talento, ma non solo per quello. Poco più di una bambina, aveva attraversato un incubo ed era sopravvissuta, andando oltre il suo handicap, anzi sfidandolo.
È un po’ come me, si sorprese a pensare Mitzi, e per un attimo un’idea le attraversò come una folgore il cervello, quando sentì il rumore.
Poco più di uno scricchiolio, tenue eppure chiaro nel silenzio assoluto, ora che aveva chiuso il rubinetto. Proveniva dal fondo, dove una fila di porte chiuse dava accesso ai gabinetti.
Aveva creduto di essere completamente sola lì dentro, mentre si bagnava la faccia, le tempie e i polsi bollenti e rimaneva, con le mani contratte sul bordo freddo del lavabo, a fissarsi nello specchio. Il viso pallido e le occhiaie nella luce fluorescente sembravano più profonde.
Il rumore si ripeté, inequivocabilmente più forte, tanto da non poter essere ignorato. Sembrava metallico, anche se ancora non capiva cosa potesse provocarlo.
«C’è qualcuno?», chiese senza girarsi, rivolta alla sua immagine nello specchio che la guardava con gli occhi sbarrati.
«C’è qualcuno? Chi c’è?», ripeté nel silenzio che le rimbalzava addosso. La voce le tremava.
L’aria nella stanza era immobile, ma le sembrava che la superficie dello specchio vibrasse all’unisono con il rimbombo che le partiva dal petto.
Fece un passo verso il fondo, dove le porte bianche dei gabinetti erano tutte chiuse, una lunga teoria che si perdeva dietro l’angolo.
Il rumore ricominciò. Proveniva da lì, ancora più forte ed era perfettamente riconoscibile adesso, come quello di due superfici metalliche che venissero strofinate l’una contro l’altra.
Un’immagine saettò nel cervello di Mitzi, due lame di rasoio sfregate tra di loro, come quelle che i barbieri di un tempo usavano affilare.
Si girò freneticamente verso l’uscita, con il cuore che le scoppiava nelle orecchie, in preda a un terrore cieco e assoluto. Con la coda dell’occhio scorse un movimento nello specchio: una delle porte più in fondo stava cominciando lentamente a schiudersi.

Carpe diem

Testo originale:
“Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios temptaris numeros. Ut melius quicquid erit pati!Seu pluris hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam,quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare Tyrrhenum, sapias, vina liques et spatio brevi spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invida aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.”

Traduzione:
“Tu non cercare, non è lecito sapere quale termine gli dei abbiano dato a me e a te, Leucone, e non interrogare i calcoli babilonesi. Quanto è meglio sopportare qualsiasi cosa accadrà, sia che Giove ci abbia assegnato più inverni sia questo inverno come ultimo che ora infrangendosi contro opposte scogliere affatica il mar Tirreno: sii saggia, filtra il vino, e taglia una lunga speranza essendo breve lo spazio della vita. Mentre parliamo, il tempo invidioso sarà già fuggito: cogli il giorno, per nulla fiduciosa nel domani.”

Strano! E’ un’ode composta tantissimi secoli fa, ma alla fine il messaggio è attuale.

Grazie Orazio per averci concesso un messaggio che può ancora insegnare molto.^^

Il gatto, per gli Indiani Pawnee, rappresenta:…

Il mostro

Miglior film della settimana

Speriamo bene!

Gladiatori

Schivai facilmente il colpo di spada e fendetti l’aria fino ad arrivare al suo braccio, che cadde tagliato dalla mia splendida arma. Il sangue usciva copioso, ma non potei godermi lo spettacolo perché il secondo gladiatore mi caricò con il pugnale in mano. Dovetti indietreggiare, ma poi riuscii a fargli cadere a terra il pugnale e a squartarlo, penetrandolo e ruotando la lama dentro di lui. Quanto godetti! Lo abbracciai mentre la spada lo trapassava. Poi lo buttai a terra sulla polvere. La folla mi adorava. Mi trascinai verso quello da finire e lo minacciai puntandogli la sua stessa arma alla gola. Guardai il mio Imperatore che fece segno di ucciderlo. Felice, lo decapitai e… Cavolo, mi sporcai la camicia nera e le mie fantastiche Nike! Comunque soddisfatto, raccolsi le armi e mi congedai, acclamato dalla folla. Adoro il Colosseo.
Il giorno dopo, urlai di rabbia. Avevano di nuovo dato la paternità dell’impresa a un serial killer! Buttai nel cestino il giornale e guardai intorno a me. Dovevo trovare dei nuovi combattenti.

La prossima volta i giornalisti avrebbero notato il mio valore.

Il gatto, per gli Indiani Pawnee, rappresenta:…

La cattura

Il mostro

Splendore

La cattura

Il vento era gelido e ci devastava.
Sapevo che avrei dovuto procurarmi una sciarpa, come mi aveva suggerito Lucinda: infatti, a causa del mio orgoglio mi ero ritrovata nel rigido clima autunnale coperta solo da una maglietta a maniche lunghe, una corta salopette e candide calze pesanti e con il mio bellissimo cappellino bianco che rischiava di volare via, ghermito dal vento.
Solo i miei cuccioloni mi davano conforto.
Zannabianca zampettava felice al mio fianco, con i suoi occhi rossi che scrutavano i verdeggianti giardinetti di Evopoli. Ogni tanto si avvicinava alle panchine e, anche se lo rimproveravo sorridendo, segnava il suo passaggio marcando il territorio. E mi guardava soddisfatto, per poi venire da me a farsi accarezzare il lungo mantello nero di pelo arruffato che aveva sulla schiena.
Psyco, invece, planava seguendo il soffio delle correnti autunnali. Le sue belle piume marroni erano aperte proprio per farsi cullare dal vento in salita, per poi chiuderle per scendere in picchiata, con la sua cresta gialla a forma di V che si abbassava buffa. Adorava volare in quel modo, sfruttando il vento per compiere la minima fatica e riuscire a guardarmi sempre. Poi, specialmente quella notte, ci anticipava e poi si posava sui tetti scuri per aspettarci.
Oltre a loro e alle stelle splendenti, a tenermi compagnia c’era anche la mia bellissima dragonessa Melodia dal piumaggio azzurro, che mi teneva stretta tra le sue soffici ali bianche e morbide mentre mi rapiva con le sue melodie che si confondevano con il respiro della regione.
Tutto era perfetto.

Erano le undici, ormai.
Mi ero svegliata alle dieci, ma un quarto d’ora era passato per mettere nella mia borsa infinitamente capiente i picchetti della tenda e fissare il resto ammassato sulla groppa della mia fantastica Melodia. Il tempo rimanente era trascorso nel tragitto dal sentiero roccioso alla città di Evopoli. Giunti là, avevamo rallentato il ritmo per riposarci un attimino su una delle panchine e per osservare l’andirivieni incessante delle onde dei laghetti, sconquassati dalle masse aeree.
Ormai avevo attraversato i verdeggianti giardini di Evopoli, oltrepassato una monolitica statua e percorso il viale principale costeggiato da stupende casette dal tetto scuro e dal centro Pokémon a sinistra e dal grande edificio del Team Galassia a destra, reso quasi nero e minaccioso dalla notte.
Riuscivo a vedere i grandi laghi e il molo. Non mancava molto al percorso 205 in mezzo al quale c’era il Bosco Evopoli. E in mezzo alla foresta la villa che mi interessava.
Melodia mi fece scendere a terra e subito Zannabianca e Psyco ci raggiunsero. Eravamo sul molo e vedevamo uno sfondo scuro che ci sovrastava. Al nostro passaggio le assi scricchiolavano e la brezza ci inondava. Ogni tanto sentivamo anche i pescioloni rossi che balzavano in superficie. Era bello.
E finalmente arrivammo nel bosco.

Già era notte. Già faceva freddo. Già eravamo soli. E quel bosco faceva venire i brividi.
Sentivo i fruscii. Le foglie che frusciavano. La foresta che respirava e mi chiamava a sé. La nebbia che avvolgeva ogni cosa nel mistero. Gli occhi che mi scrutavano. Il vento assassino che mi pugnalava. I monolitici alberi neri. I rami dalle grandi dita affusolate. La vastità del buio che ghermisce la vita.
Il Bosco Evopoli era misterioso di giorno e mortifero di notte.
Finalmente, Zannabianca iniziò ad abbaiare, indicando una giovane pineta, dietro alla quale si nascondeva il titanico edificio: l’Antico Chateau.
Essa era composta da pini ancora abbastanza sottili, data l’età. Ma erano cresciuti in modo irregolare e formavano un enorme ostacolo nel raggiungere la villa.
Ero disperata. Non potevo proseguire, ma ero troppo spaventata da quel bosco per tornare indietro. Ogni cosa era immobile, ma sembrava scossa da un respiro regolare. Anche i miei cuccioloni erano inquieti. Cercai di togliere di mezzo quegli arbusti, spingendo, tirando, imprecando, piangendo. Ma niente: non si muovevano.
Melodia mi accolse tra le sue calde ali di cotone, mentre Zannabianca veniva a leccarmi la mano. Solo Psyco rimaneva lontano da me, a fissare l’edificio protetto da quella odiata palizzata naturale. E lo guardava, credo, molto intensamente. Troppo intensamente. Forse sentiva qualcosa. Forse sentiva qualcosa, o qualcuno. Forse eravamo in pericolo… o magari già condannati. Forse…
Il mio pensiero venne interrotto da una canzoncina che mi fece pensare ai grandi Monte Scodella e Monte Argento, alle brezze marine miste al profumo di fiori, alla polvere delle Rovine d’Alfa ispezionate grazie alla mia arguzia, alle concitate gare di cattura dei coleotteri, agli incontri con le leggende raccontatemi sin da bambina: il mio Pokégear, donatomi da mia mamma, stava suonando, segnalandomi una chiamata in arrivo.
Sollevata, guardai il numero e risposi.
«Lucinda! Ciao!», esultai, mentre sollevata accarezzavo le celesti piume di Melodia.
«Cetra! Come stai?», ribatté l’amica.
«Lucy…», sospirai, mentre accarezzavo la mia nera iena.
«Stai bene? Mi sembri tesa»
«Sì, certo che sto bene», le risposi leggermente spiazzata e leggermente in imbarazzo per la domanda. Psyco continuava a fissare l’oscuro edificio.
«Allora», disse lei cambiando bruscamente argomento, «Lo hai catturato?»
«A dire il vero ancora no. E ho anche un piccolo problema»
«Cetra!», mi urlò nell’orecchio la ragazza, «Ma sei venuta da Johto proprio per lui!»
Confortata da Melodia e Zannabianca, scoppiai in una risata mezza isterica e per metà divertita. «Lo so! È che davanti al palazzo ci sono diversi alberi che impediscono il passaggio!»
Allora fu Lucinda a scoppiare a ridere. «Ma Zannabianca? E Psyco e Melodia? Non ti possono aiutare?»
«No. È un bosco misterioso e un po’ inquietante, Lucinda. Non mi fido a fare usare le loro abilità. Certo che se Widow mi ascoltasse, potrei tranquillamente usare le sue enormi lame»
A quelle parole, Zannabianca uggiolò e mi leccò la mano.
«E fatti ascoltare! Ora vado, ciao!» e mi chiuse il Pokégear in faccia.

Stanca scesi dalla mia bella dragonessa e rovistai nella mia borsetta, finché non trovai una Pokéball. La tirai fuori e la aprii.
Da essa, in un lampo che illuminò per un attimo il bosco a giorno, uscì una meravigliosa e imponente mantide del colore dello smeraldo con ali color crema e due enormi sciabole al posto delle zampe anteriori. Mi guardò torva.
«Widow! Smettila!», la rimproverai, «Dovresti aiutarmi, non fare così!»
Miracolosamente, dopo quella frustrazione racchiusa nelle mia parole, mi ascoltò.
«Taglia questi alberi, per favore»
E lei, dopo avere spostato Psyco, ci spianò la strada.

Finalmente, entrammo.

Tutto era nero per le tenebre fitte che avvolgevano quel posto sinistro.
All’inizio fu merito del mio intelligentissimo Psyco che non inciampai su una mattonella crepata: lui con la sua vista notturna mi salvò dalla caduta sostenendomi con le sue ali enormi. Quindi decisi di usare la torcia.
Con il flebile cerchio di luce, notai le mattonelle corrotte dal tempo. Inoltre, capii subito che quell’edificio era in disuso da parecchi decenni: un intenso odore di muffa impregnava quel fetido luogo, la polvere riempiva tutto il raggio della flebile luce e dal soffitto pendevano lunghe ragnatele.
Iniziammo ad avanzare, fino a quando non ci ritrovammo di fronte a un bivio: o salire le scale di legno scricchiolanti o proseguire nell’enorme stanza davanti a noi.
Scelsi di salire.
Zannabianca iniziò ad annusare il posto e ogni tanto starnutiva.
Melodia mi si strusciava addosso, intimorita da quelle tenebre.
Widow era arrabbiata come suo solito. Fu felice di tornare nella sua sfera a riposarsi.
Psyco fissava preoccupante un punto buio. Senza emettere suono.

Finite le scale mi ritrovai in un corridoio, scuro e tenebroso e lungo e stretto.
Spostai la torcia a destra e a sinistra e vidi una stanza, forse quella che conteneva Rotom. Feci per entrare, ma Psyco, vedendo qualcuno, mi bloccò. Solo quando si spostò dal passaggio, essendosi convinto che non sarei entrata in quella sala, urlai: avevo visto una bambina con un fiocchetto rosso a tenerle i capelli e un vestitino giallo che mi stava fissando.
Mentre si avvicinava nel raggio della mia debole torcia mi accorsi che era completamente ricoperta di sangue. I suoi occhi erano buchi vuoti, era tutta impiastricciata in un liquido denso e scuro e quando mi parlò dalla sua bocca uscirono un alito putrefatto e decine di piccoli vermetti.
Zannabianca scappò via abbaiando.
Non potei disperarmi per l’abbandono del mio primo cucciolone che fui ancora più terrorizzata: la cadaverica bambina mi esalò di fuggire, che ero ancora in tempo. E scomparve.
Non sapevo cosa fare. Mi portai le mani agli occhi per pensare. Non sapevo cosa fare! Dovevo fuggire o restare? Farmi coraggio o correre via? Non lo sapevo.
Furono gli avvenimenti a decidere per me: infatti, avevo dato la mia torcia a Melodia. Ma senza che me ne accorgessi ero rimasta sola. E al buio.
Decisi di proseguire.

La puzza era terribile. Le pareti del corridoio erano luride e ogni tanto andavo a sbattere contro dei vasi di piante secche e morte. Inoltre, le piastrelle erano danneggiate o assenti in molti, troppi punti e cadevo molto spesso. E sentivo qualcosa respirare, come se ci fosse qualcuno in quel terribile edificio. Non so perché non sono tornata indietro quando avrei potuto. So solo che ne ho pagato le terribili conseguenze.

Finalmente, le mie dita, sempre attaccate al muro, trovarono un buco: ero arrivata alla stanza. Feci per girarmi, ma inciampai su uno di quei vasi e caddi sulle ginocchia. Febbricitante e determinata, iniziai a trascinarmi sui gomiti, iniziando ad avere dei conati a causa della putrefazione che regnava in quel posto.
Ero quasi arrivata! Vedevo un’enorme figura davanti a me! Sentivo una presenza! Era lui!
Ero felice!
O almeno fino a quando non squillò il mio Pokégear: era arrivato un messaggio.
Finalmente, mi alzai e scossi il televisore. Poi lessi il messaggino e urlai ancora, indietreggiando mentre la creatura usciva dal televisore.
Il messaggino diceva:
“Cetra! Mi dispiace dirtelo ora, con tutta la strada che hai fatto, ma ho parlato con Ash. Lo ha già catturato lui il Rotom che abita nel televisore dell’Antico Chateu. Scusa.”


Anche questa mattina Lucinda è passata a salutarmi.
Si è seduta su una delle sedie pregiate di candida seta e di lavorato acero della sala da pranzo. Ha guardato il vuoto mentre mi riferiva la notizia.
«Oggi sono tornata da casa tua»
Nervosa, si portò una ciocca dei suoi capelli con i riflessi blu dietro all’orecchio.
«Sono tornata da Borgo Foglianova. Bel posto, molto tranquillo», sorrise triste. «Proprio un luogo ameno, situato in una radura in mezzo ai boschi. E anche casa tua è bella, con il tetto azzurro come il cielo. Proprio carina»
Sospirò.
«Ho dato in cura a tua mamma i tuoi cuccioloni, come avresti voluto. Le ho detto quello che è successo. Le ho detto che mi sento in colpa. Sono stata io a suggerirtelo. Non pensavo che questo posto fosse veramente infestato, di notte. Mi dispiace veramente tanto…»
Fece per aggiungere una cosa, ma suonò il suo PokéKron e lei dovette rispondere.
«Scusami, ma devo andare. Domani torno, te lo prometto!»
E corse via, dopo aver salutato la stanza, incerta.
L’ho vista andare via, l’ho seguita fino al portone, ho ricambiato il suo saluto, ringraziandola di avere riportato Melodia, Zannabianca, Psyco e Widow a casa, assieme ai miei pochi averi.
E sono tornata dentro, con la bambina che aveva tentato di avvisarmi e l’anziano maggiordomo.
La mia nuova famiglia.
Per l’eternità.

Il mostro Eccolo

Il mostro

 

Era una splendida giornata d’estate. Il 6 giugno 2014, per essere precisi.

Me lo ricordo perché la mattina fu molto afosa e la classe era una sauna.
Me lo ricordo perché la nostra prof di latino continuava a borbottare che poteva vedere il nostro sudore evaporare fino a creare un’enorme pentola a pressione.
Me lo ricordo perché il Mostro aveva chiaramente mostrato interesse nel rendere la splendida Isabella, la mia migliore amica, una delle sue povere vittime.

Lo sapevo! Lo sapevo che ce l’avrebbe fatta!
Lo avevo iniziato a temere mentre venivano consegnate le nostre terribili versioni di latino. Dopo che l’insegnante ci aveva comunicato che non le aveva nemmeno corrette da quanto schifo facevano, mi ero voltato alla mia sinistra per parlare con Isabella ed era stato allora che me ne ero accorto: i profondi occhi marroni del Mostro la stavano fissando.

Il Mostro ha iniziato a colpire sei anni fa. Da allora, sono decine i ragazzi rimasti improvvisamente soli. Alcuni hanno provato a vendicarsi, ma Lui è perfetto e i Suoi seguaci rimettono chiunque nel silenzio. Sempre.

A malincuore, vidi le ore passare tra le versioni catastrofiche di latino e le interrogazioni sulla Seconda Guerra Mondiale e infine le due ore di educazione fisica.

In classe, ci sono solo quattro maschi (io, il Mostro e due Suoi seguaci) e diciotto femmine, tutte splendide.
Quel giorno in spogliatoio eravamo noi due.

Sapevo che avrebbe provato a fare la sua mossa durante quelle due ore di ginnastica. Dovevo fare qualcosa. Non volevo perdere Isabella.

Lo osservai mentre depositava lo zaino sulla panca.
Non mi veniva in mente niente.
Ormai era a petto nudo, con la maglietta tra le mani.
Dovetti fare qualcosa. Mi sedetti e mi chinai a sciogliere i lacci delle scarpe.
Avevo la mente vuota!
Si sbottonò i jeans e…

Il Mostro di bellezza, uno dei più famosi playboy della scuola, mostrò una faccia che ai più era nascosta: fece di me una vittima.
Il Mostro aveva colpito ancora.

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Povera creatura 

Eccolo

La cattura

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Povera creatura

 

Esiste al mondo una creatura
che è stata creata contro natura,
idealmente molto favolosa
ma in realtà solo dolorosa.
Il mostro la abbandonò, terrorizzato
dal figlio del diavolo da cui era nato.
Dolori i fratelli e paure le sorelle,
le cose più belle sono le stelle
per una creatura dolce e amorevole,
data la sua natura finta e ingannevole.
Questo essere nato per ambizione
ha conosciuto anche l’ammirazione,
ma non da quelli del suo mondo:
solo da chi lo legge e lo trova d’orrori fecondo.

 

In questo periodo a scuola sto studiando Mary Shelley e il suo “Frankenstein, or the Modern Prometheus”. Abbiamo letto solo due pezzi tratti dalle lettere del dottor Frankenstein, quelle in cui lui dà vita alla sua creatura e nella seconda dove i due tengono il dialogo finale, prima di scontrarsi. Non mi sono mai sentito tanto triste come durante quella lettura, ovviamente triste per quella povera creatura! Quindi ho scritto questo per esternare la mia compassione per questo povero personaggio letterario.

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Eccolo

Ho pensato che alla fine gli animali domestici sono quelli che ci stanno accanto incondizionatamente e quindi ho scritto questo breve testo su Dylan, il mio cane e me.

Torno a casa… Sono stravolto: ore passate a scuola, pochissimo relax e poi subito a tennis.
Arrivo davanti alla porta di casa, inserisco la chiave nella toppa e giro… entro, finalmente, e mi tolgo dalle spalle la sacca.
Che stanco!
Mi tolgo la giacca e le scarpe, accendo la tv e guardo la squadra della scientifica di Las Vegas intenta a risolvere complicati crimini, nella serie di “CSI, Scena del crimine”.
So che oltre la porta del soggiorno, oltre il corridoio, oltre una porta aperta mia sorella è seduta alla scrivania a studiare. Non vale la pena salutarla…
So che i miei genitori sono via: papà a cantare nel suo coro, mamma alla sua riunione mensile dei medici…
Ma so anche che non sono solo nella stanza… So che c` è lui…
Lo chiamo… e lo chiamo ancora… e alla fine arriva… Lo sento mentre cammina verso di me, felice di vedermi dopo tante ore di assenza… I suoi occhi marroni mi scrutano nel profondo… I suoi peli neri risplendono creando mille sfumature, illuminati dalla lampada… Arriva, e appoggia la testa sulla mia gamba… E io allungo la mano per accarezzare lui e quel suo pelo di velluto.
Lui è con me e mi farà compagnia mentre mi riposo. C`è da anni… E ci sarà per sempre…
Dylan, il mio cane, creatura dolce e comprensiva.