Un’avventura nei boschi

Normalmente, di notte le lucertole vanno a dormire perché essendo a sangue freddo hanno bisogno del calore del sole per riempirsi di abbastanza energia per compiere un qualsiasi sforzo. Ecco, Lucy non era così.
Erano le sei di sera, il sole era tramontato da molto tempo e le due amiche ormai vagabondavano spaesate e scoraggiate nella foresta, consce di essersi perse ore prima; la piccola lucertola si era raggomitolata sopra alla testa della sua compagna di avventure Fuffy. Il pelo setoso della gattina ormai era diventato ispido e sporco a causa delle numerose trappole in cui erano cadute, le zampette doloravano urlandole di fermarsi e gli occhietti gialli brillavano nel buio anche se secchi e arrossati dalla stanchezza: dovevano decidere cosa fare.
«Lucy, sei sveglia?», chiese con un piccolo miagolio stanco, «Sono stanca… Non vorrei incontrare nuovi pazzi e mi fanno male le zampe…»
A quelle parole la lucertolina si stiracchiò tutta alzandosi dalla testa e zampettò fino alla schiena dove si raggomitolò. «Sstai tranquilla, amica mia, ssiamo quassi arrivate. Me lossento. Vuoi che ti dica la mappa che ho memorissato finora? Vuoi un masssaggino alla schiena?»
«Ah no grazie. Almeno so che sei sveglia. Quindi mancherà poco?», chiese lei speranzosa mentre saltava un tronco caduto. Le sue forze ormai sembravano solo un lontano ricordo ma la gattina temeva che tornando indietro avrebbe scatenato le risate generali e quindi decise di dimostrare a se stessa di potere continuare con la missione!
«Ma certo Fuffffy. Sstai tranquillina. Tuuutto andrà bene. Ti ricordi quanti nemici abbiamo affrontato? Per esssere delle novelline ssiamo brave.», le rispose la lucertolina. E quindi iniziò a zampettare sulla schiena, riscaldandola con il suo calore e sciogliendo i muscoli tesi della micetta.
«Ok. Andiamo avanti!» e proseguirono con la loro avventura.

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Se vuoi lasciarmi un commento riguardo al racconto e a come migliorare o se ti sia piaciuto, sono sempre lieto di leggere critiche costruttive. Ciao!

Racconto originale: Luminosa

Era stata una giornata soleggiata, calda.

Quando aveva posato il pettine d’avorio lavorato a mano e scolpito con le figure di un fiore morente, quando lo aveva posato sul comodino al fianco del letto non avrebbe mai potuto immaginare cosa quel giorno le sarebbe successo. Le sue labbra umide erano annoiate, passava il tempo a mangiucchiarsele mentre con le unghie nere con pois argentei tamburellavano sul tavolino servitore in mogano. Quando aveva posato il pettino d’avorio la luce del mattino la cercava, ma nonostante la luminosità della stanza quell’esile raggio non riusciva a oltrepassare la testata del letto: lei era nell’ombra mentre l’insegnante paonazzo di sudore farneticava davanti a una lastra nera piena di decorazioni inutili.

Era stata una giornata soleggiata, calda. Luminosa.

La aveva infastidita parecchio avere subito il dovere di sprecare una delle rare giornate di sole nella sua camera, dentro all’ombra con l’apparecchio appoggiato al mogano sulle lenzuola di lino rosso. Era stanca di dovere passare le giornate chiusa in casa, come se fosse una vergine chiusa in attesa che un signore le facesse la proposta di matrimonio; prima di passare di proprietà. Pure in quella giornata chiaramente soleggiata, per quanto le tende nere tirate potessero lasciare intendere, era dovuta restare in casa ad ascoltare ciò che quel noioso aveva da dire al resto della classe.

Era stata una giornata soleggiata, calda. Luminosa. Sprecata ad ascoltare.

I lunghi capelli d’oro, quasi scolpiti e manipolati in lunghi ricci con gli attrezzi del divino Efesto, le incorniciavano il viso lentigginoso. Era bianca, come il latte più puro senza alcuna impurità. Solo le lentiggini rosse sul naso e le guance rosee dipingevano distrazioni possibili a quegli occhi viola, scuri, profondi, in realtà di un blu così oscuro che la gente osservandola potesse ingannarsi di adorare una dea scesa in terra. Li aveva appena pettinati, lo strumento bianco era ancora posato sul comodino a fianco del letto a comodino, ma aveva subito ripreso a passarseli tra l’indice e il dito medio; il resto delle punte le coprivano il corpo che le lenzuola non erano in grado di coprire. Sospirava intrappolata nella trappola di mogano. Molte volte gli occhi le cadevano verso la testata, verso l’unica finestra, verso l’unico balcone della stanza; prontamente coperto con scuri tendaggi dalle servette imbecilli.

Era stata una giornata soleggiata, calda. Luminosa.

Era stata una giornata lunga e calda. Se qualcosa fosse successo lei se ne sarebbe accorta: ore passate rintanata a letto ad ascoltare un professore ciarlare mentre lei era rinchiusa nelle proprie stanze per studiare. Erano settimane, poi mesi, ora perfino anni che le costrizioni la costringevano a rimanere costretta a letto o se osava uscire costretta a indossare una maschera che nascondesse il naso e la bocca che tanti sventurati bramavano ma che lei non aveva mai concessa. E passava le ore con il suo strumento, di dolori e di piacere, di assuefazione e di dipendenza, per ascoltare ciò che i professori dal vivo non potevano ascoltare, per comunicare con persone non incontrate mai veramente o conosciute profondamente. Stava costretta a letto perfino in una giornata luminosa. Calda. Come lei.

Era stata una giornata calda.

Ma fu quando il computer si spense che rimpianse totalmente di non stare correndo a piedi nudi nel parco della sua villa che soleva chiamare giardino! Quando ogni attività nel mezzo si spense, lo schermo si oscurò e il riflesso di una deliziosa e pura ragazza dai capelli d’oro e le labbra fragolacee si mosse.

Luminosa.

Mentre si riprendeva dal suo spavento ignominioso, si accorse che aveva scalciato dal terrore: il tavolino appoggiato alla pelliccia di orso bruno che le fungeva da coperta si era ribaltato, con esso il congegno elettronico ormai irreparabilmente spezzato nei due pezzi della sua conchiglia. I lunghi capelli non erano più posati sui seni ma avevano deciso di plasmare la figura di una calda nube del tramonto senza vento, sparsi nell’aere, le labbra rosse si erano contratte in un urlo osceno, gli occhi viola si erano dilatati prima di venire racchiusi nelle palpebre per lunghi ed estemporanei minuti. Quando si riprese, si tirò a sedere, guardò alla propria destra e trasalì, coprendosi la propria viva purezza con la pelliccia morta: non era sola.

A osservarla in piedi si stagliava una donna altera, bella, di trascendente potenza. I lunghi capelli ricci le ricadevano mentre un sole splendente e luminoso li irradiava come fossero una piccola massa astrale capace di illuminare lo spazio circostante. Gli occhi blu così profondi da apparire violacei agli occhi esterrefatti della ragazza la fissavano rilassati, mentre le belle labbra scarlatte sorridevano placidamente. Indossava una veste trasparente che nascondeva in bella vista il corpo scolpito nella grazia divina, la copriva come se fossero state le lenzuola strappate via dal materasso di un letto a baldacchino, se si sforzava molto concentrandosi in tutta quella magnifica immensità, la ragazza poteva anche scorgere quelli che sembravano peli marroni sparsi sulla veste come se qualcosa simile ad una pelliccia vi fosse stata posata fino a un attimo prima. Ma erano gli occhi così profondi da apparire violacei agli occhi esterrefatti della ragazza che ne catturarono definitivamente l’attenzione: erano calmi, uno sguardo calmo, calma fu la voce che la ragazza udì:

«Ave, Maria, grátia plena, Dóminus tecum. Benedícta tu in muliéribus, et benedíctus fructus ventris tui, Iesus. Sancta María, Mater Dei, ora pro nobis peccatóribus, nunc et in hora mortis nostrae…»

E si inchinò mentre la ragazza, studentessa modello di un liceo classico, sbarrava gli occhi nei pressi della propria turbazione per gli eventi che sconvolsero la sua giornata calda, torrida e soleggiata passata fino a quel momento nell’ombra.

Racconto: Gli ingranaggi del cuore

«Sì, certo. Ci penso io!»

Tommaso chiuse l’ombrello, lo mise dentro all’ombrelliera posta vicino al muro vetrato e richiuse la porta dietro di sé. Guardò lo schermo del cellulare: Annalisa aveva riagganciato subito, era sempre molto impegnata. Così impegnata che lo aveva convinto a tornare al laboratorio da solo. Solo.

“Come al solito”, pensò mesto il ragazzo.

Ancora fradicio dalla tempesta che imperversava fuori dall’edificio, si tolse lo zaino di spalla e si diresse verso gli armadietti; guardandosi indietro, notò che gocciolava acqua a ogni passo, le sue orme marroni e amorfe sporcavano il pavimento di piastrelle grigie. Sospirò. Lontano, tra un rombo e un altro, intravide in mezzo ai lampi nel suo ufficio il professor Banavasi, ma noncurante di essere stato notato o meno, Tommaso raggiunse gli armadietti.

Là, aprì il primo che trovò aperto e vi mise il giaccone bagnato e lo zainetto, da cui aveva tirato fuori il quaderno per gli appunti, la penna e le cuffiette. Non gli importava che lo zaino e il giaccone essendo bagnati dovevano essere messi in un luogo più caldo e aerato di un armadietto: l’unica cosa che gli passava per la mente era finire il lavoro e prendere il treno per Lancenigo.

Non era andata come avevano previsto, doveva ricontrollare ogni singolo organismo.

Con Britney Spears nelle orecchie e grandi borse sotto agli occhi, il ragazzo si issò su uno degli sgabelli del laboratorio di microscopia e preparò gli appunti. Starnutì per l’odore della soluzione usata per mantenere morbidi e analizzabili gli insetti e rabbrividì per il tuono che stava rimbombando in quell’esatto momento: era stato così forte che pur avendo la musica a palla nelle orecchie lo aveva percepito a causa delle vibrazioni nel pavimento!

Quello che doveva fare era guardare meglio la larva di un insetto, l’aveva confuso con uno della famiglia delle Tipulidae, mentre in realtà apparteneva alle Limoniidae. Un errore imperdonabile, dovuto alla grande somiglianza delle forme e dei colori dei due campioni. Certo, almeno erano riusciti a identificare gli altri, ma solo lui poi aveva dovuto tornare in università, in laboratorio, nel cuore della tempesta, per riparare al danno creato dalla scorretta identificazione. Come sempre. Anche al torrente, quando avevano dovuto campionare, era stato l’unico a doversi immergere fino alle ginocchia per tenere il retino e sempre lui aveva dovuto raschiare il fondo del corso d’acqua per smuovere tutti gli organismi macro bentonici. Sempre e solo lui. Un lavoro di gruppo vissuto nella solitudine.

E questi insetti, tutti uguali da larve; e l’analisi di studio si basava proprio sulle larve, ovviamente! Ne avevano presi secchi interi, analizzati per ore e giorni. E ora era di nuovo lì. Sembrava quasi che quegli essere abominevoli e maleodoranti, così pieni di intrugli chimici perché non si rattrappissero su se stessi, lo sbeffeggiassero nella penombra della stanza: esseri informi dalla risata raccapricciante, con le loro antenne lunghe e spigolose, le loro grandi mandibole brulicanti di saliva e il corpo più simile a una sacca piena di pus e pronta a esplodere. Stavano là e lo deridevano, lo indicavano con le lunghe zampe dentate ma si nascondevano alla luce, non volevano essere notati, non volevano essere identificati. E Tommaso, a causa della luminosità della torcia del microscopio, li vedeva in controluce come esseri informi e…

E…

Un urlo lo svegliò. Una ragazza aveva urlato. E non c’erano più tuoni. Né pioggia. Le cuffiette erano spente, da esse non usciva musica. L’unico suono era il proprio respiro, mentre si accorgeva che la nebbia aveva invaso l’edificio, e che una ragazza stava urlando di dolore e spavento.

Dove si trovava? Tommaso poteva benissimo capire che il laboratorio, come almeno lo conosceva, era stato stravolto, non esisteva più.

Il lungo bancone bianco su cui aveva posizionato la propria postazione di analisi dei macrobioti era scomparso, lasciando un lungo e profondo solco. Per poco il ragazzo non cadde: si era assopito su quello che sembrava uno sgabello di legno, basso, umido, puzzolente, viscido. Tommaso non capiva cosa stesse succedendo: cos’era quel posto? Come poteva essersi mosso mentre era addormentato? E cos’era tutta quella nebbia che aveva inghiottito l’intero pavimento e sembrava scavalcare le finestre? Cos’era quella luce spettrale che la illuminava di un pallido azzurro?

Tommaso non capiva.

Per quel poco che riusciva a scorgere, la stanza sembrava completamente divelta. Tutte le piastrelle dei muri erano scomparse, lasciando il posto a logore assi di legno da cui filtrava lo spettrale alito demoniaco. Il ragazzo non osava nemmeno abbassare i piedi dal sostegno dello sgabello: avrebbe giurato che anche il pavimento fosse ricoperto di qualcosa di molle e fluido, che si muoveva come un ammasso informe di vermi! Ma era coperto dalla nebbia… Purtroppo, la nebbia ne copriva la vista, ma non l’orribile rumore viscido. Tutto in quella stanza era sbagliato.

Tommaso si tolse le cuffiette, erano zitte, se le mise in tasca. Non si era nemmeno accorto ce le avesse ancora addosso; il resto della roba, svanita, persa nella nebbia, dispersa come il bancone su cui si era addormentato. Non potendo vedere molto, provò ad ascoltare: sentiva il silenzio, non c’era un briciolo di vento, o il cinguettio degli uccelli, o il rumore assordante del traffico, dei clacson; solo un lamento, molto fievole, poco fuori la stanza, di una ragazza.

«Someone… Just… Help me please…»

Fu per lei che Tommaso scese con cautela dallo sgabello e mise i piedi fino al calcagno nell’ammasso di vermi, con la nausea che gli saliva in gola mentre avanzava verso la grande bocca nera che vedeva dall’altro lato della stanza, bocca dalla quale colava un liquido verdastro.

Il suono, il gemito, proveniva da una figura tutta raggomitolata su se stessa. Una ragazza probabilmente, dalle trecce, dalla voce roca ma femminea, dalla collanina che risplendeva ai raggi lunari. Lui la vedeva, mentre combatteva con la massa informe per spostarsi verso di lei; la vedeva raggomitolata a piangere. Smise di piangere solo quando la raggiunse.

Lei, noncurante dei vermi che ancora cadevano dalle scarpe e dai vestiti di Tommaso, emise un piccolo stridulino rauco e lo abbracciò. Tommaso sentì che aveva le guance completamente bagnate, gelide. Anche la spalla era bagnata, ma il liquido che il giovane sentiva non era freddo: era caldo e appiccicoso.

«Just… Just help me. Here I have a… This and a… And This!», disse la ragazza staccandosi all’improvviso da Tommaso, mentre prendeva da una propria tasca dei pantaloni un ago con un filo già attaccato ad esso.  Quindi iniziò a togliersi la felpa, si abbassò la spallina della maglietta e portò una mano del ragazzo all’altezza del taglio: «You do not have to be precise… Just… Just do it. And then the generator!»

Tommaso non capiva ma decise di accontentarla. Purtroppo non era mai stato un buon interprete dell’inglese, riusciva a capire solo qualche parola ogni tanto! Ma capiva il dolore della ragazza, il sangue caldo che fluiva, quell’odore metallico, viscido. Probabilmente doveva prendere quell’ago e ricucire la ferita, ma come fare?

Chiuse gli occhi e lasciò le sue mani condurre il lavoro. Incredibilmente, l’operazione andò a buon fine.

«I am fine, now. Thank you. He almost got me! And…»

Tommaso continuava a non capire. O meglio, più o meno capiva ma non intendeva il senso della frase! Chi l’aveva quasi catturata? E soprattutto, com’era riuscito Tommaso a curare la ragazza senza nemmeno guardare cosa stesse facendo? Tommaso era incerto, confuso, incapace di comunicare. Sapeva solo che si trovavano in un posto oscuro, che c’erano strani macchinari fermi e che qualcuno stava dando loro la caccia. Doveva fare qualcosa, dovevano fare qualcosa: lui non conosceva quello strano posto, era tutto nebbioso e…

Dei passi ovattati risuonavano nella nebbia; e un altro suono. Come metallico, metallo contro una superficie dura. Metallo trascinato, come una grossa unghia contro la lavagna. Un suono terribile, lento. Inesorabile.

La ragazza si drizzò allarmata e si guardò intorno, Tommaso la imitò.

«Move… Hide! Somewhere, fast! Fast, shit!» e corse via nella nebbia.

Tommaso sbatté le palpebre più volte. Da lontano poteva scorgere una figura immensa, bianca in mezzo a tutta l’oscurità grigia. Come la vide una scarica di terrore lo invase, terrore incondizionato, come se sapesse di essere di fronte al suo predatore: il suo istinto di preda stava prendendo il sopravvento! Ormai quella figura si stava avvicinando, doveva fare qualcosa! Ma cosa? Tornare nella stanza dei vermi era fuori discussione, quindi il ragazzo si guardò intorno. Ecco, quel cumulo di macerie avrebbe fatto il caso suo, corse a nascondersi lì, tra una cassettiera sfasciata e un telo di nylon lacero.

Attese che la misteriosa figura lo superasse.

Forse quella nebbia lo avrebbe celato.

La figura bianca lo raggiunse con passo pesante, il suono metallico era dovuto a un enorme piccone che si trascinava dietro, facendolo artigliare il terreno. Non era bianco, era avvolto in una tuta bianca, come quelle che si usano nelle ricerche e le analisi di materiali altamente pericolosi o tossici; i suoi occhi erano coperti da occhiali di protezione, ma il vetro non era scuro, era debolmente illuminato di rosso. Qualcosa, all’altezza degli occhi, emetteva una luce rossa. E se fossero stati gli occhi stessi a illuminare il vetro di rosso? Da quale orrore si stava nascondendo? E perché si trovava in quello strano mondo?

Dalla disperazione Tommaso affondò le mani nelle tasche della felpa, come se il gesto potesse scacciare tutte le ansia. Quasi cacciò un urlo. Una larva era rimasta là dentro, viscida, viva, vomitevole.

Proprio in quel momento la figura misteriosa lo guardò. Si avvicinò lentamente.

Tommaso trattenne il respiro, con la larva che gli danzava nella mano sinistra.

Non lo vide, quindi si allontano verso il muro opposto, sollevò il piccone e con un lungo arco lo usò per spaccare a più riprese prima la vernice, poi l’intonaco e infine i mattoni. Aprì un varco nell’oceano grigio fuori e si immerse in esso. Scomparve.

«Hey! Guy, where are you?»

Era la ragazza!

Tommaso uscì dal suo nascondiglio e riconobbe la sua elegante e longilinea figura. Le corse incontro, seguendola infine verso uno strano macchinario. Non sapeva se l’avesse scorto prima, la sua mente era ancora piena di adrenalina, di terrore.

Lei lentamente gli prese una mano e la portò nella parte inferiore del macchinario, dove si trovavano gli ingranaggi. Era pieno di rotelline, oggettini a scatto che erano duri, incastrati. Immobili. Poi portò la mano di Tommaso sul proprio cuore, e infine su quello del ragazzo. Quindi, lo condusse alla finestra e gli indicò un punto nella nebbia.

Tommaso spalancò gli occhi e deglutì. Una grande porta metallica si stagliava in fondo, troppo grande perché persino la nebbia potesse nasconderla. Era di metallo, illuminata con delle fiaccole sospese. Era una di quelle porte elettrice, sicuramente.

E infine, la ragazza lo riportò al macchinario e gli rimise la mano sul petto di lei.

«Help us… Repair the machine… Save us, save yourself, save us from Them!»

Tommaso prima guardò la sua faccia sfocata, poi il macchinario e infine in direzione delle grandi porte. Se erano elettriche voleva dire che qualcosa le doveva attivare. E quel qualcosa doveva essere quel macchinario, sicuramente. Un urlo indistinto risuonò nell’aria. Tommaso guardò la ragazza ed esalò un ok.

La ragazza lo abbracciò e insieme si misero a lavorare.

Non sapeva se sarebbe uscito dall’incubo, ma sapeva che finalmente non era solamente manovalanza. Era parte di un gruppo. Con un obiettivo comune.

Vivere.

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L’orrore della primavera

Un tempo una fata, Ver, si aggirava leggiadra sulla Terra. Al suo passaggio le piante si inchinavano, gli animali si prostravano e l’aria diventava pepata e petalosa. Lei era la fata della terra. Il suo potere era carnale. Impersonava il lato selvaggio dell’umanità.
Un giorno, questa terribile quanto passionale fata comparve davanti a un uomo. Egli era spaventato ed eccitato allo stesso tempo. Era quello l’effetto che lei faceva agli umani. La sua sensualità era troppa per quelle infime creature. I suoi dolci occhi di miele lo squadravano sensuali, mentre si avvicinavano a quelli del vecchio. Ella portava con sé uno scrigno d’oro. Si aspettava una frase sussurrata da quel sindaco. Ma niente. Depose il contenitore prezioso tra le sue mani tremanti. Quando l’uomo lo aprì, rimase sconvolto nel trovarci un cuore umano. Il suo volto si deformò dall’orrore quando vedendolo pulsare, notò che dal proprio petto non proveniva alcun battito.Mentre il vecchio si accasciava a terra lei se ne andò leggera. Disse solo cinque parole: domani prenderò tutti gli altri.
E scomparve in una nuvola di petali di rosa.

L’orrore della primavera ebbe inizio con l’avvistamento da parte di una coppia di una fanciulla eterea distesa in mezzo a un campo di fiori. L’uomo la guardava troppo intensamente. La ragazza gli sorrise e aprì le gambe. Il giorno dopo quella coppia fu ritrovata in stato di putrefazione, riconosciuta solo per l’esame delle ossa. La polizia presunse che la donna avesse ucciso il marito con il forcone in uno scatto d’ira e poi si fosse suicidata.
Quei due cadaveri furono i primi di una lunga serie, tutti caratterizzati dall’assenza del cuore tra i resti dei cadaveri.
Il secondo gruppo si trovava dentro a un canile. Tutte le gabbie e le porte erano aperte. Il detective James Glahan dai nastri vide una ragazza sensuale camminare leggera tra i corridoi, accompagnata dal direttore. Lei gli rivolse un provocante sorriso mentre lui apriva estasiato tutte le gabbie, schiacciando un bottone d’emergenza. Quindi egli si posizionava in ginocchio insieme a tutti gli altri e felice si lasciava sbranare dai cani e dai gatti. L’ultima sequenza mostrava la ragazza china a raccogliere i cuori dalle carcasse. Scomparve.
Il canile fu ritrovato in evidente stato di abbandono. L’erba aveva cominciato a crescere sui tetti e negli interni. L’edera ricopriva ogni parete. Solo la sala della sorveglianza era sopravvissuta alla distruzione dei macchinari. E dire che la giovane aveva guardato dritto nell’obiettivo della telecamera! Sorridendo dolcemente!
La polizia si rese conto che c’era una scia di morte: tutto era cominciato dalla coppia di contadini, poi l’azione si era spostata al canile e infine si era conclusa in un laboratorio, in cui erano stati distrutti tutti i macchinari di ricerca e i dati dei risultati.
Il particolare più inquietante era che la distruzione del villaggio era avvenuta tutta in poche ore. Tutte risalenti al giorno prima dell’arrivo della polizia e dell’FBI.
Le strade erano devastate dalla vegetazione. Che avevano inglobato i resti putrescenti della popolazione, tutta dal primo all’ultimo, riversa sulle strade. Tutti senza cuore. Come il sindaco prima di loro.
Nemmeno un animale era stato rinvenuto nell’arco di molti chilometri. Tutti scomparsi. Ma non i segni dei loro attacchi agli abitanti di quel villaggio. Erano state trovate sulle carni dilaniate perfino punture di formiche e di bombi. Qualsiasi animale aveva dato il suo contributo. E poi era sparito.
L’ultimo assalto avvenne in un laboratorio militare, celato da un anonimo villaggio di piccole dimensioni. Non dava nell’occhio. Anche là le autorità trovarono un massacro: tutti uccisi e privati del loro cuore. Anche in quel caso, a spiegare l’accaduto furono i nastri di sorveglianza. Essi mostrarono una ragazza libidinosa e di straordinaria bellezza aggirarsi leggera tra i corridoi scortata da due militari armati di mitra. Decisa andò nei sotterranei dove distrusse tutti i macchinari di ricerca . Poi sussurrò sensuale ai due assassini, due giovani ufficiali, di suicidarsi. Come al canile, scomparve in una nuvola di petali di rosa, dopo avere raccolto tutti i cuori. Dal primo all’ultimo.
Nessuno seppe spiegarsi nulla.
La natura si era svegliata e, furiosa per come l’umanità stava trattando le sue creature, si era fatta giustizia ammonendo quelle bestie immonde che si facevano chiamare umani. Solo chi era senza colpe fu risparmiato.

E tu, rispetti la natura?

Fonte

Tempo di pace

In un paesino di montagna, Pelaghe, vicino a Rizzios, nel Cadore, un giovane uomo osserva il proprio telefono cellulare. Sono ore che è impegnato a disperarsi, a chiedersi come mai nessuno gli scriva, come mai nessuno pensi a lui, come mai nessuno si ricordi di lui. È da minuti interi fermo, sul letto, dritto appoggiato allo schienale, teso e gonfio di lacrime; non piange solo perché è abituato. Con una mano tiene lo smartphone, nell’altra sfoglia ossessivamente il proprio diario. Un diario scritto a mano, dove riporre la propria desolazione e il proprio bisogno di compagnia, una compagnia che non ha e probabilmente non troverà in un prossimo futuro. Posa il cellulare sul letto, ai piedi, e prende con entrambe le mani quelle pagine ricolme di dolore e solitudine; una lacrima finalmente gli scende.

Fattosi coraggio, butta per terra il diario e afferra il telefono, lo accende e guarda nei suoi contatti: vuole telefonare a qualcuno! Quindi inspira, sospira e gli viene il singhiozzo. Tutto sconquassato da questi singhiozzi violenti e rumorosi, scorre i nomi delle persone che conosce e finalmente sceglie Luca, il suo unico amico fino a qualche tempo prima; prima che smettesse di messaggiargli. Sta fermo qualche secondo, nel frattempo una mosca inizia a ronzargli intorno, solo i singhiozzi testimoniano che egli sia una persona viva, in grado di comunicare. Il telefono squilla, i secondi passano, la telefonata viene respinta, il cellulare torna alla schermata principale. Il dolore gli spegne ogni speranza, perfino il singhiozzo.

Improvvisamente, dopo essere rimasto fermo con la lacrima splendente che gli scivolava addosso, sulla guancia scavata, suona l’allarme del telefono: sono le sedici in punto, si deve affrettare per non perdere l’unico autobus della zona per recarsi ad una seduta di psicoterapia. A lui, non è mai piaciuta la psicologa, lo infastidisce, lo mette a disagio parlare dei propri problemi, lo ha scritto ripetutamente perfino nel diario, ma i suoi genitori lo obbligano; quindi lui ci va.

Il percorso dalla palazzina in cui abita alla fermata è tranquillo, troppo tranquillo. Sente solo i propri passi, le popolazioni di conifere della zona lo circondano, non si vede una casa a vista d’occhio. Prima di trovare un’altra casa, un burrone si presenta nella sua maestosità: decine di metri di salvezza per cuori straziati come il suo. Lui molte volte ci ha pensato, di buttarsi. Mai veramente presa sul serio come soluzione, ma ci ha pensato: infatti, come potrebbe altrimenti uno stupido in sovrappeso come lui trovare la pace dei sensi? Se lo ripete sempre, borbottando tra sé e sé, si trova a ripeterlo anche quando arriva alla fermata dell’autobus dove trova Irene.

Irene siede sulla panchina verde, è bella come un fiore di Narciso, splendente come un torrente colpito dal sole, solare come una gemma sul punto di sbocciare. Siede sulla stessa panchina su cui si deve sedere il povero ragazzo, ma, impacciato, non sa cosa deve fare, non sa se restare in piedi e fare in modo di non compromettere quella visione con la propria orrida figura, non sa se sedere e sudare per stare accanto a una ragazza tanto, semplicemente, donna; lei è donna, una donna bella e splendente e solare, lui invece non si considera nemmeno un uomo.

Irene aspetta come lui, deve prendere un autobus come lui, per andare in un villaggio di montagna come lui, probabilmente aspetterà molto tempo prima di riuscire a ottenere il suo scopo proprio come lui, ma a differenza di lui non sente il bisogno di sentirsi accettata e non teme il confronto: come lo ha visto, gli ha chiesto se volesse sedersi accanto a lei «C’è posto, sai? Che fai in piedi tutto solo?». Ma lui invece non se la sente, suda e ha pure un leggero tic alla mano, che si chiude e apre con scatti irregolari.

Alla fine, però si siede.

Irene emana un profumo di rose fresche, quelle fresche ancora brillanti di rugiada, grandi rubini rossi impreziositi dai piccoli diamanti incastonati su di essi. Ogni tanto Irene guarda il proprio Smartphone, ogni tanto sorride alla natura, gli uccelli che sfrecciano sopra agli alberi, il vento sulle fronde che si porta dietro gli aghetti più marroni, gli animaletti indistinguibili che si spostano sul sottobosco e provocano un simpatico crepitio di foglie secche. Irene non sa che lui la sta fissando con la visione periferica dell’occhio, Irene non sa che lui sta sudando per pensare a cosa dirle e Irene non sa che il cuore di lui sta accelerando sperando che lei gli rivolga un sorriso. Irene sa solo di aspettare l’autobus per ritrovare a Calalzo una delle cose più banali di questo mondo ma che al ragazzo manca: gli amici.

«Ciao, sono… Sono…»

Irene, sentiti questi balbettii, si gira verso quello strano sconosciuto. Lo squadra velocemente, begli occhi scuri e profondi, mascella forte, e si chiede come mai stia balbettando; sorridendo, e toccandogli gentilmente una mano, glielo chiede esplicitamente. Lui non risponde, è troppo nervoso, vede grigio e la testa gli gira.

Deve appoggiarsi alla parete di vetro del loculo in cui è posta la panchina per aspettare i mezzi pubblici. Ma quando rinviene, non solo Irene è sparita, ma in lontananza l’autobus sta andando verso le montagne, verso il tunnel che collega Pelaghe a Rizzios. Finalmente piange.

«Veronica, pronto? Sì, sono io. Mi dispiace, ma non ho potuto prendere l’autobus e quindi non posso venire… Sì, lo so. Sto bene, sì sto bene. Possiamo fare la seduta venerdì prossimo? Sì… Certo, ci sarò. Arrivederci.»

Stanco e sfinito, reduce da un episodio per lui disastroso e umiliante, torna a casa. Non vede nemmeno il burrone presso il quale è solito fermarsi a disperarsi, non cerca nemmeno di riflettere sull’accaduto: sa cosa ha sbagliato, una volta a casa lo scrive sul diario, lo evidenzia sul diario, lo trascrive su un foglio e se lo appende alla parete di fronte al letto della propria camera. Un episodio tragico, un episodio, che lo ha mandato in crisi.

Tre giorni dopo, ad aprirgli la porta c’è Veronica, una donna di mezza età dal sorriso gioviale e dalle maniere rassicuranti. Con un sorriso largo e un gesto teatrale, spalanca l’ingresso al proprio studio e lo invita a sedersi.

«Buongiorno, carissimo! Come stai oggi?»

Il ragazzo, leggermente rassicurato dalle attenzioni ricevute, accenna un sorriso anche se i suoi occhi testimoniano l’enorme insicurezza che lo contraddistingue. «Bene, grazie. Mai stato… Meglio.» Lentamente, il giovane uomo segue la donna e si siede su una grande poltrona verde, posta a pochi centimetri dalla scrivania dietro alla quale prende posto su un’altra spaziosa poltrona la psicologa Veronica.

«Allora, carissimo, come hai passato questo mese?» Lo sta guardando dritto negli occhi; serena ma pur sempre diretta nelle parole e nelle azioni.

«Sì, certo. Bene, ho studiato molto sai? Ho anche preso dei sei, finalmente… Posso avere una caramella?»

«Su, non dimenarti e cerca di stare fermo. La caramella te la do se collabori, non puoi svicolare la tua attenzione non appena trovi qualcosa che ti mette in difficoltà! Come mai non sei venuto, martedì?»

Il ragazzo suda freddo: non sa se rivelare l’accaduto, la sua situazione in tutta la solitudine che la caratterizza, o tacere e inventare una scusa al momento; propende per la seconda, ma la giornata di martedì era stata troppo sfiancante, deve sfogarsi e lo fa.

«No nulla è che… Mi sento, mi sento solo. Terribilmente solo. Sento di aver perso i legami con le persone che mi circondano. Nessuno mi vuole. Nessuno mi cerca. Passo ore al computer ma non ho notifiche né su Facebook né su Instagram né su Twitter! Su Telegram e Whatsapp non arrivano messaggi, i soli che mi arrivano sono dei miei genitori per ricordarmi di stendere la biancheria, tirare dentro il bidone dell’umido e preparare la tavola! È… È come se vivessi in una grande bolla e non riuscissi a farla scoppiare! Io mi sento morire dentro, non voglio questa vita ma è la vita che mi sta dando questo! E… Posso avere una caramella?»

Veronica lo osserva attentamente, mentre chiude ripetutamente le dita della mano come se provasse a strangolare il dolore che lo strozza. Lei resta immobile, con i gomiti sul tavolo e le mani congiunte davanti agli occhi; è lui che si muove, finalmente, è lui che urla il suo disagio. Allora lei acconsente a fargli prendere una caramella dal vasetto di porcellana sul lato destro della superficie lignea.

«E perché non chiami mai i tuoi amici?», chiede allora con prudenza.

«Ma quali amici? Nessuno mi cerca, nessuno mi vuole! Prima ho chiamato Luca e lui… E lui… E lui ha riattaccato! Mi ha spento il telefono in faccia! Io… Non ce la faccio più. So che è tutta colpa di questo corpo, grasso e deforme. I miei non vogliono iscrivermi in palestra, so che se ci andassi e diventassi figo, tutto si risolverebbe! Sì, è questo il problema: la gente vuole stare con altra gente bella e sicura di sé, non con quelli come me.»

«E perché allora non ti fai nuovi amici? Cosa hai paura quando devi parlare con qualcuno che non conosci? Che ti giudichi? Che ti rifiuti?»

Il ragazzo sospira e si affloscia sulla sedia: «Che mi rifiutino e si prendano gioco di me.»

Finita la seduta, arrivato finalmente alla fermata tra Rizzios e Pelaghe, scende dall’autobus. Sorride, dalla psicologa si è finalmente aperto, le ha parlato come mai aveva fatto prima, le ha esposto le proprie insicurezze, come passa ore allo specchio a sollevare la pancia gonfia e disgustandosi di essa, come non parli mai con nessuno che non sia della propria famiglia. Ora, per le prossime tre settimane ha un compito: parlare con la gente che incontra per strada, al panificio, a scuola, in piscina.

Così, inizia a uscire, cercare nuove conoscenze, trascinarsi a scoprire nuovi posti. Si sente sempre stupido, brutto, grasso, rivoltante. Ma vede anche qualcos’altro oltre ai propri disastri: infatti, ormai non si ferma più a osservare il burrone vicino a casa, ma solo i tramonti delle sere che torna dal nuoto. Si sente meglio, meno pesante.

E quando, un giorno, alla stessa fermata del bus di qualche settimana prima, incontra di nuovo Irene, sempre sorridente mentre aspetta il proprio autobus, lui la saluta e prima che lei possa dire o fare qualsiasi cosa, lui forzatamente sorride timido e arrossato: «Ciao… Come, come ti chiami? Io sono… Io sono Leonardo…»

Pokémon Mistery Dungeon: Squadra Rossa

Trama:

Pokémon Mistery Dungeon: Squadra Rossa è un videogioco spinoff della saga videoludica dei Pokémon e parte fondamentale del suo franchise; è il primo capitolo della lunga saga dei Pokémon Mistery Dungeon. Come ogni videogioco della saga di Pokémon Mistery Dungeon, la trama ruota attorno a un ragazzo umano tramutato in Pokémon da forze misteriose  e che, risvegliatosi in un mondo dove i Pokémon vivono in armonia – o quasi – stringe amicizia con un altro Pokémon per formare una Squadra con cui aiutare la gente.

Pokémon Mistery Dungeon: Squadra Rossa, in particolare, ruota attorno alle Squadre di Soccorso e sulla maledizione di Ninetales che venne scagliata contro un umano egoista e vigliacco; a causa di ciò, apparentemente, il protagonista si ritrova nel mondo Pokémon nello stesso momento in cui iniziano le catastrofi naturali e, grazie al Pokémon che lo ha trovato svenuto che è diventato suo amico, inizia a indagare sulla natura della propria comparsa in quel mondo e del suo ruolo in tutto ciò, sempre aiutando gli altri Pokémon in difficoltà nel frattempo.

 

Impressioni iniziali:

Pokémon Mistery Dungeon: Squadra Rossa si presenta come un videogioco molto facile da capire, molto veloce, basato sull’esplorazione di Dungeon misteriosi (labirinti generati randomicamente) e sulle lotte a turni. All’inizio della propria avventura ci vengono poste alcune domande generali per darci a seconda di esse il Pokémon che meglio ci rappresenta tra gli starters e alcuni Pokémon molto famosi del franchise (fino alla terza generazione); il compagno delle nostre avventure, invece, lo scegliamo noi ma dev’essere diverso dal tipo del nostro personaggio.

La trama inizia subito dopo le presentazioni iniziali e l’incontro dei due protagonisti con la formazione della Squadra di Soccorso e il recupero di un cucciolo; quindi, si viene condotti alla propria casa e introdotti alla leggenda di Ninetales e ai disastri naturali.

Inutile dire che la grafica è in pixel-art e che ogni dungeon è caratterizzato da una serie di cromie ed elementi naturali; è una gioia per gli occhi ed è veramente facile farsi rapire dalle musiche allegre.

 

Gameplay:

Il gameplay è semplice e immediato: si esplorano i dungeon, si interagisce con oggetti e trappole per terra e si combatte a turni; i Pokémon oltre alle abilità e alle mosse hanno le statistiche riscontrabili nella saga principale ma anche una serie di abilità mentali, ottenibili tramite diverse caramelle gommose (che aumentano pure le statistiche). I pokémon e le mosse trovabili al suo interno sono quelli presenti fino alla terza generazione. Forse l’unica pecca del gioco è che seguendo assiduamente la trama senza fermarsi a rafforzare la Squadra si finisce sottolivellati rispetto ai boss che si affrontano, soprattutto per Articuno che è capace di colpire i protagonisti anche da lontano.

Per il resto è un bellissimo videogioco facile e divertente; una volta completata la storia principale, è possibile esplorare i dungeon avendo come leader della Squadra di Soccorso qualsiasi Pokémon arruolato.

Commento finale: 

Pokémon Mistery Dungeon: Squadra Rossa è un bel videogioco da giocare per tutto il tempo che si vuole sia da solo sia guardando un film nel frattempo. Mai noioso o uguale a se stesso, grazie alla storia post finale principale con la ricerca dei Leggendari e le nuovi missioni ha una giocabilità veramente lunga!

Pokémon Mistery Dungeon Squadra Rossa
Uno dei celebri drammi della saga!

Tieni, Venere, mia bella Venere

I suoi lunghi capelli d’oro spazzavano via ogni dubbio, era lei la giovane donna che era andato cercando l’intera giornata. Gli occhi luminosi di un folgorante e radioso arancione sembravano brillare durante il tramonto ed era stato quello ad allarmare l’uomo di avere finalmente trovato la propria vittima.

L’aveva cercata per molto tempo, era la sua missione uccidere quelli come lei. Aveva stanato e ucciso la Sgozzatrice di Ravenna, il suo corpo era stato trovato acefalo appeso a un ponte sul pelo dell’acqua; quindi, si era diretto a Parigi, era ciò che gli era stato detto mentre le strappava i denti. Nella capitale francese un giovane ragazzo preso dai fumi poco fuori da una discoteca era stato facilmente la successiva vittima, gli aveva tolto a mano con la tenaglia i canini e decapitato la testa con un seghetto da legno; il ragazzo era troppo fatto per accorgersi del dolore e del pericolo: era come una bambola a cui stava per essere strappata la testa, mentre lo guardava dicendogli senza nemmeno accorgersene il prossimo tassello dell’orrido che quella popolazione formava all’interno del mondo. La preda era una giovane donna, viveva tra gli agi di Venezia.

-Pensi non ti veda?-

La giovane donna vestiva un elegante vestito di pizzo bianco che le lasciava libere le braccia, lisce e snelle, il busto era coperto da un intricato disegno che le formava un roseto attorno alle sue forme deliziose; la gonna lunga e larga volteggiava mostrando maliziosamente le gambe belle per colpa del vento, per il quale lei con una mano si teneva saldato in testa il largo cappello bianco. Si trovava in una piazza, su una mattonella grigia, ad osservare la vetrina di una gioielleria, teneva il proprio ombrellino di seta candida poco lontano dal vetro per proteggersi dal sole e non macchiare la sua pelle immacolata di melanina. Lui le stava dietro, lei probabilmente lo aveva notato dal riflesso del negozio, scuro rispetto al sole morente che lo affrontava.

-Tu hai ucciso Anita e François, se fai qualcosa io urlo. Capito?-

La preda si voltò lentamente, era consapevole di essere una bellezza a cui gli uomini d’Italia potevano solo sospirare; sapeva che se lei avesse anche solo mostrato un minimo di disagio il vecchio uomo che le si parava di fronte sarebbe stato prima pestato a sangue e poi arrestato: le ignominie come lei avevano sempre plasmato la folla come più le aggradava. Solo allora, voltatasi, l’uomo poté scrutarle il viso e ne rimase folgorato, mai prima di quel momento aveva potuto essere toccato nel cuore da uno sguardo tanto dolce e puro; dovette indietreggiare e lei sorrise soddisfatta.

-Vogliamo andare a bere qualcosa, signore?-

La giovane donna si allontanò dalla vetrina e stando bene attenta a proteggersi dal sole con il suo ombrellino, si diresse verso il baretto dall’altra parte della piazza; quando si sedette, aspettò che l’uomo la raggiungesse al tavolino esterno, quello più visibile rispetto al resto della piazza e una volta riunitisi sorrise e depose il cappello. Un’onda d’oro si sprigionò da quel gesto, gonfiata dal vento e finalmente libera di nuotare nell’aere. Quindi, sempre tenendosi protetto il capo, prese tra le dita sottili il listino del menu e decise cosa prendere. I due, messisi d’accordo riguardo alle comande, ordinarono.

-Tu hai ucciso Anita e François, signore.-

-E la tua stirpe ha trucidato centinaia della mia razza, signorina. Questo lo sa vero?-

-Dettagli. Io non ho mai ucciso nessuno, io sono pura. Puoi dire lo stesso, signore?-

-No, ma qualcuno dovrà pure eliminarvi, signorina. Perché allora non chi ha perso il figlio?-

-Non è morto. Ha solo rinnegato il passato. Dovresti farlo anche tu, ti sentiresti meglio senza un morto sulla coscienza; ti godresti almeno oggi la speciale notte delle streghe. Tutti dovrebbero farlo: è unica.-

Detto ciò, la giovane ragazza rimase in silenzio e lasciò fuori di sé le urla che l’uomo le volgeva contro con estrema ferocia, aspettò che arrivasse il cameriere con la bottiglia di vino rosso e il salatino che l’uomo aveva ordinato e li lasciò tutti, andandosene eterea tra le viuzze di Venezia. Sapeva di essere nuovamente seguita, percepiva il sudore acre e fetido proveniente da quello strano vecchio e lui poteva capire dove la sua preda stesse andando grazie ai suoi rumoreggianti sandali bianchi con il tacco a spillo. La preda si muoveva come si muove un gatto: ammirata, elegante e irraggiungibile, di una perfezione innata e stranamente veloce nonostante il portamento fine; fu difficile starle dietro attraverso le numerose vie che si intrecciavano, i ponti che solerte attraversava e le piazze. Solo alla fine, la vide entrare in un cancelletto; allora la seguì all’interno di una proprietà privata ottocentesca, percependo con ansia il coltello da cucina che aveva comprato in aeroporto con un servizio da cucina.

-Dove sei? Sai benissimo che ti troverò! Vieni fuori.-

-Sono qui!-

Era una casa vecchia, costruita con lo sfarzo non più trovabile di questi tempi. Stava su più piani, tutti connessi da due scalinate in marmo bianco, una a est e un’altra a ovest; il pavimento era lucido e nero, le grandi finestre squadrate filtravano una luce sanguigna e sembravano preannunciare l’orrore di cui l’uomo sarebbe stato partecipe: presto un’altra testa sdentata si sarebbe aggiunta a una raccolta di abomini che lui teneva per salvaguardare il mondo. Non trovando nessuna prova di vita nel salone principale, nella biblioteca, nella sala da pranzo e nelle varie sale per l’agio degli ospiti, l’uomo raggiunse le scale ad ovest e attraverso quelle raggiunse il primo piano, totalmente diverso da cosa qualcun altro si sarebbe mai potuto aspettare da una creatura tanto dolce all’apparenza.

-Sto venendo da te! Spero… Spero tu provi tutto il dolore che ho provato io! E che hanno provato anche queste povere persone!-

-Certo, signore. Vieni, vieni, ti aspetto nuda.-

La voce proveniva dalla camera padronale, alla fine del corridoio. Se si fosse fermato a metà di esso, avrebbe potuto scorgere il cortile interno, impreziosito da una fontana anch’essa marmorea e dalle aiuole di rose rosse tutte intorno ad essa, ma la sua attenzione era totalmente rapita dalle decine di cadaveri in putrefazione e totalmente anemici riversati lungo il corridoio; a un certo punto, l’uomo dovette pure scavalcarne una pila ma alla fine raggiunse la camera da letto su cui la giovane donna dai lunghi capelli d’oro lo aspettava distesa e sorridente. Quando vide lei, il cuore di lui minacciò di fermarsi: mai prima di quel momento era stato toccato da tanto splendore. I seni piccoli ma sodi, i fianchi snelli ma le cosce larghe, il visetto malizioso e le mani che si contorcevano attorno al sesso, l’uomo cadde in ginocchio; gli occhi della preda ridevano.

-Su, vieni, non avere paura. Tuo padre non può più farti del male, fagli ciò che lui avrebbe fatto a noi. Uccidilo, amore, e offrimi il suo sangue.-

Dall’ombra protesa dalle tendine di quel baldacchino uscì un giovane prestante coperto solo da una lunga camicia sporca di sangue; era completamente vestito di sangue. Gli occhi di ghiaccio che tanta tenerezza trasmettevano durante l’infanzia ora lo guardavano gelidi, l’uomo capì che non avrebbe mai lasciato quel palazzo. E quando il vampiro con un colpo del machete che teneva in mano lo decapitò, ne ebbe la prova.

-Tieni, Venere, mia bella Venere, divora lo sterminatore. L’ho fatto per te!-

-Chiamami con il mio vero nome.-

-Certo, mia donna. Tieni, Alžbeta.-

 

 

Notte Morta

Notte Morta
È la sera del 31 Ottobre. Cammino solo guardando nell’oscurità i bambini che, veloci come le enormi libellule della terra, volano tra le strade. Le loro risate risuonano allegre nella notte, odo i loro passi risuonare nel cemento accompagnati dal cigolio degli zuccotti di plastica arancione straboccanti di dolci delizie. Sorridono, ignari dei dolori che governano il mondo, protetti dai loro genitori che tengono al guinzaglio i cani festosi.
Cani, che parola magnifica. Anche io una volta ne avevo uno, un cucciolo dal manto morbido e con baffi enormi del colore della crema. Per lui ero il suo dio, non faceva altro che adorarmi. I suoi occhioni neri come la pece mi scrutavano imploranti quando apparecchiavo la mia tavola ricca di carne, in attesa di un regalo; in quei momenti era particolarmente affettuoso. Uggiolava, perfino. E ora non c’è più, il candelabro spettrale se lo è portato via; l’ultimo ricordo che ho di lui è un’oscura luce. Il mio Dylan non c’è più, anche se ultimamente ho visto spesso un altro essere simile sebbene alquanto diverso.
Lo chiamano Absol, colui che è portatore di catastrofi, dicono. Mi ha fatto visita due volte: la prima al funerale di mia madre, pace all’anima sua, e l’altra a casa mia, leccandomi sinistro la mano pendente fuori dal lenzuolo mentre dormivo. Entrambe le volte sono riuscito a scorgere solo un bagliore chiaro nell’oscurità. Entrambe le volte mi è sembrato che i suoi stanchi e solitari occhi vuoti scrutassero la mia anima, cercando di comunicare un messaggio che evidentemente non ho compreso.
Le risate risuonano nelle strade lugubri gioviali, in contrasto con il mio animo. Dylan mi ha lasciato e non tornerà più e non riesco ad accettarlo. Mi sembra ieri che mi toccava con il suo tartufo la gamba e si aspettava le carezze, fiducioso, mi ricordo le serate passate da solo ad ascoltare la musica mentre studiavo, con il mio Dylannone a fissarmi devoto. Cucciolo. Il candelabro me lo ha strappato lasciando a me solo le sue carni, vuote. Lo ha rapito aiutato dalla solitudine, in giardino, dove sciagurato lo ho lasciato stanco. Non so come è morto, forse era troppo buono e il cuore non ha retto, forse il freddo con tutto il pelo che ha perso durante le cure. Il mio animo è corrotto da questo dubbio, non trovo riposo. Ma ora tra poco potrò chiederlo al lui, il mio cucciolone: la luna non è più chiara e bianca, ma emana una luce viola e debole come quella di una candela.Aspettami, mio Dylan, tra poco potrò di nuovo accarezzarti.

Gladiatori

Schivai facilmente il colpo di spada e fendetti l’aria fino ad arrivare al suo braccio, che cadde tagliato dalla mia splendida arma. Il sangue usciva copioso, ma non potei godermi lo spettacolo perché il secondo gladiatore mi caricò con il pugnale in mano. Dovetti indietreggiare, ma poi riuscii a fargli cadere a terra il pugnale e a squartarlo, penetrandolo e ruotando la lama dentro di lui. Quanto godetti! Lo abbracciai mentre la spada lo trapassava. Poi lo buttai a terra sulla polvere. La folla mi adorava. Mi trascinai verso quello da finire e lo minacciai puntandogli la sua stessa arma alla gola. Guardai il mio Imperatore che fece segno di ucciderlo. Felice, lo decapitai e… Cavolo, mi sporcai la camicia nera e le mie fantastiche Nike! Comunque soddisfatto, raccolsi le armi e mi congedai, acclamato dalla folla. Adoro il Colosseo.
Il giorno dopo, urlai di rabbia. Avevano di nuovo dato la paternità dell’impresa a un serial killer! Buttai nel cestino il giornale e guardai intorno a me. Dovevo trovare dei nuovi combattenti.

La prossima volta i giornalisti avrebbero notato il mio valore.

Il gatto, per gli Indiani Pawnee, rappresenta:…

La cattura

Il mostro

Splendore

La cattura

Il vento era gelido e ci devastava.
Sapevo che avrei dovuto procurarmi una sciarpa, come mi aveva suggerito Lucinda: infatti, a causa del mio orgoglio mi ero ritrovata nel rigido clima autunnale coperta solo da una maglietta a maniche lunghe, una corta salopette e candide calze pesanti e con il mio bellissimo cappellino bianco che rischiava di volare via, ghermito dal vento.
Solo i miei cuccioloni mi davano conforto.
Zannabianca zampettava felice al mio fianco, con i suoi occhi rossi che scrutavano i verdeggianti giardinetti di Evopoli. Ogni tanto si avvicinava alle panchine e, anche se lo rimproveravo sorridendo, segnava il suo passaggio marcando il territorio. E mi guardava soddisfatto, per poi venire da me a farsi accarezzare il lungo mantello nero di pelo arruffato che aveva sulla schiena.
Psyco, invece, planava seguendo il soffio delle correnti autunnali. Le sue belle piume marroni erano aperte proprio per farsi cullare dal vento in salita, per poi chiuderle per scendere in picchiata, con la sua cresta gialla a forma di V che si abbassava buffa. Adorava volare in quel modo, sfruttando il vento per compiere la minima fatica e riuscire a guardarmi sempre. Poi, specialmente quella notte, ci anticipava e poi si posava sui tetti scuri per aspettarci.
Oltre a loro e alle stelle splendenti, a tenermi compagnia c’era anche la mia bellissima dragonessa Melodia dal piumaggio azzurro, che mi teneva stretta tra le sue soffici ali bianche e morbide mentre mi rapiva con le sue melodie che si confondevano con il respiro della regione.
Tutto era perfetto.

Erano le undici, ormai.
Mi ero svegliata alle dieci, ma un quarto d’ora era passato per mettere nella mia borsa infinitamente capiente i picchetti della tenda e fissare il resto ammassato sulla groppa della mia fantastica Melodia. Il tempo rimanente era trascorso nel tragitto dal sentiero roccioso alla città di Evopoli. Giunti là, avevamo rallentato il ritmo per riposarci un attimino su una delle panchine e per osservare l’andirivieni incessante delle onde dei laghetti, sconquassati dalle masse aeree.
Ormai avevo attraversato i verdeggianti giardini di Evopoli, oltrepassato una monolitica statua e percorso il viale principale costeggiato da stupende casette dal tetto scuro e dal centro Pokémon a sinistra e dal grande edificio del Team Galassia a destra, reso quasi nero e minaccioso dalla notte.
Riuscivo a vedere i grandi laghi e il molo. Non mancava molto al percorso 205 in mezzo al quale c’era il Bosco Evopoli. E in mezzo alla foresta la villa che mi interessava.
Melodia mi fece scendere a terra e subito Zannabianca e Psyco ci raggiunsero. Eravamo sul molo e vedevamo uno sfondo scuro che ci sovrastava. Al nostro passaggio le assi scricchiolavano e la brezza ci inondava. Ogni tanto sentivamo anche i pescioloni rossi che balzavano in superficie. Era bello.
E finalmente arrivammo nel bosco.

Già era notte. Già faceva freddo. Già eravamo soli. E quel bosco faceva venire i brividi.
Sentivo i fruscii. Le foglie che frusciavano. La foresta che respirava e mi chiamava a sé. La nebbia che avvolgeva ogni cosa nel mistero. Gli occhi che mi scrutavano. Il vento assassino che mi pugnalava. I monolitici alberi neri. I rami dalle grandi dita affusolate. La vastità del buio che ghermisce la vita.
Il Bosco Evopoli era misterioso di giorno e mortifero di notte.
Finalmente, Zannabianca iniziò ad abbaiare, indicando una giovane pineta, dietro alla quale si nascondeva il titanico edificio: l’Antico Chateau.
Essa era composta da pini ancora abbastanza sottili, data l’età. Ma erano cresciuti in modo irregolare e formavano un enorme ostacolo nel raggiungere la villa.
Ero disperata. Non potevo proseguire, ma ero troppo spaventata da quel bosco per tornare indietro. Ogni cosa era immobile, ma sembrava scossa da un respiro regolare. Anche i miei cuccioloni erano inquieti. Cercai di togliere di mezzo quegli arbusti, spingendo, tirando, imprecando, piangendo. Ma niente: non si muovevano.
Melodia mi accolse tra le sue calde ali di cotone, mentre Zannabianca veniva a leccarmi la mano. Solo Psyco rimaneva lontano da me, a fissare l’edificio protetto da quella odiata palizzata naturale. E lo guardava, credo, molto intensamente. Troppo intensamente. Forse sentiva qualcosa. Forse sentiva qualcosa, o qualcuno. Forse eravamo in pericolo… o magari già condannati. Forse…
Il mio pensiero venne interrotto da una canzoncina che mi fece pensare ai grandi Monte Scodella e Monte Argento, alle brezze marine miste al profumo di fiori, alla polvere delle Rovine d’Alfa ispezionate grazie alla mia arguzia, alle concitate gare di cattura dei coleotteri, agli incontri con le leggende raccontatemi sin da bambina: il mio Pokégear, donatomi da mia mamma, stava suonando, segnalandomi una chiamata in arrivo.
Sollevata, guardai il numero e risposi.
«Lucinda! Ciao!», esultai, mentre sollevata accarezzavo le celesti piume di Melodia.
«Cetra! Come stai?», ribatté l’amica.
«Lucy…», sospirai, mentre accarezzavo la mia nera iena.
«Stai bene? Mi sembri tesa»
«Sì, certo che sto bene», le risposi leggermente spiazzata e leggermente in imbarazzo per la domanda. Psyco continuava a fissare l’oscuro edificio.
«Allora», disse lei cambiando bruscamente argomento, «Lo hai catturato?»
«A dire il vero ancora no. E ho anche un piccolo problema»
«Cetra!», mi urlò nell’orecchio la ragazza, «Ma sei venuta da Johto proprio per lui!»
Confortata da Melodia e Zannabianca, scoppiai in una risata mezza isterica e per metà divertita. «Lo so! È che davanti al palazzo ci sono diversi alberi che impediscono il passaggio!»
Allora fu Lucinda a scoppiare a ridere. «Ma Zannabianca? E Psyco e Melodia? Non ti possono aiutare?»
«No. È un bosco misterioso e un po’ inquietante, Lucinda. Non mi fido a fare usare le loro abilità. Certo che se Widow mi ascoltasse, potrei tranquillamente usare le sue enormi lame»
A quelle parole, Zannabianca uggiolò e mi leccò la mano.
«E fatti ascoltare! Ora vado, ciao!» e mi chiuse il Pokégear in faccia.

Stanca scesi dalla mia bella dragonessa e rovistai nella mia borsetta, finché non trovai una Pokéball. La tirai fuori e la aprii.
Da essa, in un lampo che illuminò per un attimo il bosco a giorno, uscì una meravigliosa e imponente mantide del colore dello smeraldo con ali color crema e due enormi sciabole al posto delle zampe anteriori. Mi guardò torva.
«Widow! Smettila!», la rimproverai, «Dovresti aiutarmi, non fare così!»
Miracolosamente, dopo quella frustrazione racchiusa nelle mia parole, mi ascoltò.
«Taglia questi alberi, per favore»
E lei, dopo avere spostato Psyco, ci spianò la strada.

Finalmente, entrammo.

Tutto era nero per le tenebre fitte che avvolgevano quel posto sinistro.
All’inizio fu merito del mio intelligentissimo Psyco che non inciampai su una mattonella crepata: lui con la sua vista notturna mi salvò dalla caduta sostenendomi con le sue ali enormi. Quindi decisi di usare la torcia.
Con il flebile cerchio di luce, notai le mattonelle corrotte dal tempo. Inoltre, capii subito che quell’edificio era in disuso da parecchi decenni: un intenso odore di muffa impregnava quel fetido luogo, la polvere riempiva tutto il raggio della flebile luce e dal soffitto pendevano lunghe ragnatele.
Iniziammo ad avanzare, fino a quando non ci ritrovammo di fronte a un bivio: o salire le scale di legno scricchiolanti o proseguire nell’enorme stanza davanti a noi.
Scelsi di salire.
Zannabianca iniziò ad annusare il posto e ogni tanto starnutiva.
Melodia mi si strusciava addosso, intimorita da quelle tenebre.
Widow era arrabbiata come suo solito. Fu felice di tornare nella sua sfera a riposarsi.
Psyco fissava preoccupante un punto buio. Senza emettere suono.

Finite le scale mi ritrovai in un corridoio, scuro e tenebroso e lungo e stretto.
Spostai la torcia a destra e a sinistra e vidi una stanza, forse quella che conteneva Rotom. Feci per entrare, ma Psyco, vedendo qualcuno, mi bloccò. Solo quando si spostò dal passaggio, essendosi convinto che non sarei entrata in quella sala, urlai: avevo visto una bambina con un fiocchetto rosso a tenerle i capelli e un vestitino giallo che mi stava fissando.
Mentre si avvicinava nel raggio della mia debole torcia mi accorsi che era completamente ricoperta di sangue. I suoi occhi erano buchi vuoti, era tutta impiastricciata in un liquido denso e scuro e quando mi parlò dalla sua bocca uscirono un alito putrefatto e decine di piccoli vermetti.
Zannabianca scappò via abbaiando.
Non potei disperarmi per l’abbandono del mio primo cucciolone che fui ancora più terrorizzata: la cadaverica bambina mi esalò di fuggire, che ero ancora in tempo. E scomparve.
Non sapevo cosa fare. Mi portai le mani agli occhi per pensare. Non sapevo cosa fare! Dovevo fuggire o restare? Farmi coraggio o correre via? Non lo sapevo.
Furono gli avvenimenti a decidere per me: infatti, avevo dato la mia torcia a Melodia. Ma senza che me ne accorgessi ero rimasta sola. E al buio.
Decisi di proseguire.

La puzza era terribile. Le pareti del corridoio erano luride e ogni tanto andavo a sbattere contro dei vasi di piante secche e morte. Inoltre, le piastrelle erano danneggiate o assenti in molti, troppi punti e cadevo molto spesso. E sentivo qualcosa respirare, come se ci fosse qualcuno in quel terribile edificio. Non so perché non sono tornata indietro quando avrei potuto. So solo che ne ho pagato le terribili conseguenze.

Finalmente, le mie dita, sempre attaccate al muro, trovarono un buco: ero arrivata alla stanza. Feci per girarmi, ma inciampai su uno di quei vasi e caddi sulle ginocchia. Febbricitante e determinata, iniziai a trascinarmi sui gomiti, iniziando ad avere dei conati a causa della putrefazione che regnava in quel posto.
Ero quasi arrivata! Vedevo un’enorme figura davanti a me! Sentivo una presenza! Era lui!
Ero felice!
O almeno fino a quando non squillò il mio Pokégear: era arrivato un messaggio.
Finalmente, mi alzai e scossi il televisore. Poi lessi il messaggino e urlai ancora, indietreggiando mentre la creatura usciva dal televisore.
Il messaggino diceva:
“Cetra! Mi dispiace dirtelo ora, con tutta la strada che hai fatto, ma ho parlato con Ash. Lo ha già catturato lui il Rotom che abita nel televisore dell’Antico Chateu. Scusa.”


Anche questa mattina Lucinda è passata a salutarmi.
Si è seduta su una delle sedie pregiate di candida seta e di lavorato acero della sala da pranzo. Ha guardato il vuoto mentre mi riferiva la notizia.
«Oggi sono tornata da casa tua»
Nervosa, si portò una ciocca dei suoi capelli con i riflessi blu dietro all’orecchio.
«Sono tornata da Borgo Foglianova. Bel posto, molto tranquillo», sorrise triste. «Proprio un luogo ameno, situato in una radura in mezzo ai boschi. E anche casa tua è bella, con il tetto azzurro come il cielo. Proprio carina»
Sospirò.
«Ho dato in cura a tua mamma i tuoi cuccioloni, come avresti voluto. Le ho detto quello che è successo. Le ho detto che mi sento in colpa. Sono stata io a suggerirtelo. Non pensavo che questo posto fosse veramente infestato, di notte. Mi dispiace veramente tanto…»
Fece per aggiungere una cosa, ma suonò il suo PokéKron e lei dovette rispondere.
«Scusami, ma devo andare. Domani torno, te lo prometto!»
E corse via, dopo aver salutato la stanza, incerta.
L’ho vista andare via, l’ho seguita fino al portone, ho ricambiato il suo saluto, ringraziandola di avere riportato Melodia, Zannabianca, Psyco e Widow a casa, assieme ai miei pochi averi.
E sono tornata dentro, con la bambina che aveva tentato di avvisarmi e l’anziano maggiordomo.
La mia nuova famiglia.
Per l’eternità.

Il mostro Eccolo