Tieni, Venere, mia bella Venere

I suoi lunghi capelli d’oro spazzavano via ogni dubbio, era lei la giovane donna che era andato cercando l’intera giornata. Gli occhi luminosi di un folgorante e radioso arancione sembravano brillare durante il tramonto ed era stato quello ad allarmare l’uomo di avere finalmente trovato la propria vittima.

L’aveva cercata per molto tempo, era la sua missione uccidere quelli come lei. Aveva stanato e ucciso la Sgozzatrice di Ravenna, il suo corpo era stato trovato acefalo appeso a un ponte sul pelo dell’acqua; quindi, si era diretto a Parigi, era ciò che gli era stato detto mentre le strappava i denti. Nella capitale francese un giovane ragazzo preso dai fumi poco fuori da una discoteca era stato facilmente la successiva vittima, gli aveva tolto a mano con la tenaglia i canini e decapitato la testa con un seghetto da legno; il ragazzo era troppo fatto per accorgersi del dolore e del pericolo: era come una bambola a cui stava per essere strappata la testa, mentre lo guardava dicendogli senza nemmeno accorgersene il prossimo tassello dell’orrido che quella popolazione formava all’interno del mondo. La preda era una giovane donna, viveva tra gli agi di Venezia.

-Pensi non ti veda?-

La giovane donna vestiva un elegante vestito di pizzo bianco che le lasciava libere le braccia, lisce e snelle, il busto era coperto da un intricato disegno che le formava un roseto attorno alle sue forme deliziose; la gonna lunga e larga volteggiava mostrando maliziosamente le gambe belle per colpa del vento, per il quale lei con una mano si teneva saldato in testa il largo cappello bianco. Si trovava in una piazza, su una mattonella grigia, ad osservare la vetrina di una gioielleria, teneva il proprio ombrellino di seta candida poco lontano dal vetro per proteggersi dal sole e non macchiare la sua pelle immacolata di melanina. Lui le stava dietro, lei probabilmente lo aveva notato dal riflesso del negozio, scuro rispetto al sole morente che lo affrontava.

-Tu hai ucciso Anita e François, se fai qualcosa io urlo. Capito?-

La preda si voltò lentamente, era consapevole di essere una bellezza a cui gli uomini d’Italia potevano solo sospirare; sapeva che se lei avesse anche solo mostrato un minimo di disagio il vecchio uomo che le si parava di fronte sarebbe stato prima pestato a sangue e poi arrestato: le ignominie come lei avevano sempre plasmato la folla come più le aggradava. Solo allora, voltatasi, l’uomo poté scrutarle il viso e ne rimase folgorato, mai prima di quel momento aveva potuto essere toccato nel cuore da uno sguardo tanto dolce e puro; dovette indietreggiare e lei sorrise soddisfatta.

-Vogliamo andare a bere qualcosa, signore?-

La giovane donna si allontanò dalla vetrina e stando bene attenta a proteggersi dal sole con il suo ombrellino, si diresse verso il baretto dall’altra parte della piazza; quando si sedette, aspettò che l’uomo la raggiungesse al tavolino esterno, quello più visibile rispetto al resto della piazza e una volta riunitisi sorrise e depose il cappello. Un’onda d’oro si sprigionò da quel gesto, gonfiata dal vento e finalmente libera di nuotare nell’aere. Quindi, sempre tenendosi protetto il capo, prese tra le dita sottili il listino del menu e decise cosa prendere. I due, messisi d’accordo riguardo alle comande, ordinarono.

-Tu hai ucciso Anita e François, signore.-

-E la tua stirpe ha trucidato centinaia della mia razza, signorina. Questo lo sa vero?-

-Dettagli. Io non ho mai ucciso nessuno, io sono pura. Puoi dire lo stesso, signore?-

-No, ma qualcuno dovrà pure eliminarvi, signorina. Perché allora non chi ha perso il figlio?-

-Non è morto. Ha solo rinnegato il passato. Dovresti farlo anche tu, ti sentiresti meglio senza un morto sulla coscienza; ti godresti almeno oggi la speciale notte delle streghe. Tutti dovrebbero farlo: è unica.-

Detto ciò, la giovane ragazza rimase in silenzio e lasciò fuori di sé le urla che l’uomo le volgeva contro con estrema ferocia, aspettò che arrivasse il cameriere con la bottiglia di vino rosso e il salatino che l’uomo aveva ordinato e li lasciò tutti, andandosene eterea tra le viuzze di Venezia. Sapeva di essere nuovamente seguita, percepiva il sudore acre e fetido proveniente da quello strano vecchio e lui poteva capire dove la sua preda stesse andando grazie ai suoi rumoreggianti sandali bianchi con il tacco a spillo. La preda si muoveva come si muove un gatto: ammirata, elegante e irraggiungibile, di una perfezione innata e stranamente veloce nonostante il portamento fine; fu difficile starle dietro attraverso le numerose vie che si intrecciavano, i ponti che solerte attraversava e le piazze. Solo alla fine, la vide entrare in un cancelletto; allora la seguì all’interno di una proprietà privata ottocentesca, percependo con ansia il coltello da cucina che aveva comprato in aeroporto con un servizio da cucina.

-Dove sei? Sai benissimo che ti troverò! Vieni fuori.-

-Sono qui!-

Era una casa vecchia, costruita con lo sfarzo non più trovabile di questi tempi. Stava su più piani, tutti connessi da due scalinate in marmo bianco, una a est e un’altra a ovest; il pavimento era lucido e nero, le grandi finestre squadrate filtravano una luce sanguigna e sembravano preannunciare l’orrore di cui l’uomo sarebbe stato partecipe: presto un’altra testa sdentata si sarebbe aggiunta a una raccolta di abomini che lui teneva per salvaguardare il mondo. Non trovando nessuna prova di vita nel salone principale, nella biblioteca, nella sala da pranzo e nelle varie sale per l’agio degli ospiti, l’uomo raggiunse le scale ad ovest e attraverso quelle raggiunse il primo piano, totalmente diverso da cosa qualcun altro si sarebbe mai potuto aspettare da una creatura tanto dolce all’apparenza.

-Sto venendo da te! Spero… Spero tu provi tutto il dolore che ho provato io! E che hanno provato anche queste povere persone!-

-Certo, signore. Vieni, vieni, ti aspetto nuda.-

La voce proveniva dalla camera padronale, alla fine del corridoio. Se si fosse fermato a metà di esso, avrebbe potuto scorgere il cortile interno, impreziosito da una fontana anch’essa marmorea e dalle aiuole di rose rosse tutte intorno ad essa, ma la sua attenzione era totalmente rapita dalle decine di cadaveri in putrefazione e totalmente anemici riversati lungo il corridoio; a un certo punto, l’uomo dovette pure scavalcarne una pila ma alla fine raggiunse la camera da letto su cui la giovane donna dai lunghi capelli d’oro lo aspettava distesa e sorridente. Quando vide lei, il cuore di lui minacciò di fermarsi: mai prima di quel momento era stato toccato da tanto splendore. I seni piccoli ma sodi, i fianchi snelli ma le cosce larghe, il visetto malizioso e le mani che si contorcevano attorno al sesso, l’uomo cadde in ginocchio; gli occhi della preda ridevano.

-Su, vieni, non avere paura. Tuo padre non può più farti del male, fagli ciò che lui avrebbe fatto a noi. Uccidilo, amore, e offrimi il suo sangue.-

Dall’ombra protesa dalle tendine di quel baldacchino uscì un giovane prestante coperto solo da una lunga camicia sporca di sangue; era completamente vestito di sangue. Gli occhi di ghiaccio che tanta tenerezza trasmettevano durante l’infanzia ora lo guardavano gelidi, l’uomo capì che non avrebbe mai lasciato quel palazzo. E quando il vampiro con un colpo del machete che teneva in mano lo decapitò, ne ebbe la prova.

-Tieni, Venere, mia bella Venere, divora lo sterminatore. L’ho fatto per te!-

-Chiamami con il mio vero nome.-

-Certo, mia donna. Tieni, Alžbeta.-

 

 

Notte Morta

Notte Morta
È la sera del 31 Ottobre. Cammino solo guardando nell’oscurità i bambini che, veloci come le enormi libellule della terra, volano tra le strade. Le loro risate risuonano allegre nella notte, odo i loro passi risuonare nel cemento accompagnati dal cigolio degli zuccotti di plastica arancione straboccanti di dolci delizie. Sorridono, ignari dei dolori che governano il mondo, protetti dai loro genitori che tengono al guinzaglio i cani festosi.
Cani, che parola magnifica. Anche io una volta ne avevo uno, un cucciolo dal manto morbido e con baffi enormi del colore della crema. Per lui ero il suo dio, non faceva altro che adorarmi. I suoi occhioni neri come la pece mi scrutavano imploranti quando apparecchiavo la mia tavola ricca di carne, in attesa di un regalo; in quei momenti era particolarmente affettuoso. Uggiolava, perfino. E ora non c’è più, il candelabro spettrale se lo è portato via; l’ultimo ricordo che ho di lui è un’oscura luce. Il mio Dylan non c’è più, anche se ultimamente ho visto spesso un altro essere simile sebbene alquanto diverso.
Lo chiamano Absol, colui che è portatore di catastrofi, dicono. Mi ha fatto visita due volte: la prima al funerale di mia madre, pace all’anima sua, e l’altra a casa mia, leccandomi sinistro la mano pendente fuori dal lenzuolo mentre dormivo. Entrambe le volte sono riuscito a scorgere solo un bagliore chiaro nell’oscurità. Entrambe le volte mi è sembrato che i suoi stanchi e solitari occhi vuoti scrutassero la mia anima, cercando di comunicare un messaggio che evidentemente non ho compreso.
Le risate risuonano nelle strade lugubri gioviali, in contrasto con il mio animo. Dylan mi ha lasciato e non tornerà più e non riesco ad accettarlo. Mi sembra ieri che mi toccava con il suo tartufo la gamba e si aspettava le carezze, fiducioso, mi ricordo le serate passate da solo ad ascoltare la musica mentre studiavo, con il mio Dylannone a fissarmi devoto. Cucciolo. Il candelabro me lo ha strappato lasciando a me solo le sue carni, vuote. Lo ha rapito aiutato dalla solitudine, in giardino, dove sciagurato lo ho lasciato stanco. Non so come è morto, forse era troppo buono e il cuore non ha retto, forse il freddo con tutto il pelo che ha perso durante le cure. Il mio animo è corrotto da questo dubbio, non trovo riposo. Ma ora tra poco potrò chiederlo al lui, il mio cucciolone: la luna non è più chiara e bianca, ma emana una luce viola e debole come quella di una candela.Aspettami, mio Dylan, tra poco potrò di nuovo accarezzarti.

Gladiatori

Schivai facilmente il colpo di spada e fendetti l’aria fino ad arrivare al suo braccio, che cadde tagliato dalla mia splendida arma. Il sangue usciva copioso, ma non potei godermi lo spettacolo perché il secondo gladiatore mi caricò con il pugnale in mano. Dovetti indietreggiare, ma poi riuscii a fargli cadere a terra il pugnale e a squartarlo, penetrandolo e ruotando la lama dentro di lui. Quanto godetti! Lo abbracciai mentre la spada lo trapassava. Poi lo buttai a terra sulla polvere. La folla mi adorava. Mi trascinai verso quello da finire e lo minacciai puntandogli la sua stessa arma alla gola. Guardai il mio Imperatore che fece segno di ucciderlo. Felice, lo decapitai e… Cavolo, mi sporcai la camicia nera e le mie fantastiche Nike! Comunque soddisfatto, raccolsi le armi e mi congedai, acclamato dalla folla. Adoro il Colosseo.
Il giorno dopo, urlai di rabbia. Avevano di nuovo dato la paternità dell’impresa a un serial killer! Buttai nel cestino il giornale e guardai intorno a me. Dovevo trovare dei nuovi combattenti.

La prossima volta i giornalisti avrebbero notato il mio valore.

Il gatto, per gli Indiani Pawnee, rappresenta:…

La cattura

Il mostro

Splendore

La cattura

Il vento era gelido e ci devastava.
Sapevo che avrei dovuto procurarmi una sciarpa, come mi aveva suggerito Lucinda: infatti, a causa del mio orgoglio mi ero ritrovata nel rigido clima autunnale coperta solo da una maglietta a maniche lunghe, una corta salopette e candide calze pesanti e con il mio bellissimo cappellino bianco che rischiava di volare via, ghermito dal vento.
Solo i miei cuccioloni mi davano conforto.
Zannabianca zampettava felice al mio fianco, con i suoi occhi rossi che scrutavano i verdeggianti giardinetti di Evopoli. Ogni tanto si avvicinava alle panchine e, anche se lo rimproveravo sorridendo, segnava il suo passaggio marcando il territorio. E mi guardava soddisfatto, per poi venire da me a farsi accarezzare il lungo mantello nero di pelo arruffato che aveva sulla schiena.
Psyco, invece, planava seguendo il soffio delle correnti autunnali. Le sue belle piume marroni erano aperte proprio per farsi cullare dal vento in salita, per poi chiuderle per scendere in picchiata, con la sua cresta gialla a forma di V che si abbassava buffa. Adorava volare in quel modo, sfruttando il vento per compiere la minima fatica e riuscire a guardarmi sempre. Poi, specialmente quella notte, ci anticipava e poi si posava sui tetti scuri per aspettarci.
Oltre a loro e alle stelle splendenti, a tenermi compagnia c’era anche la mia bellissima dragonessa Melodia dal piumaggio azzurro, che mi teneva stretta tra le sue soffici ali bianche e morbide mentre mi rapiva con le sue melodie che si confondevano con il respiro della regione.
Tutto era perfetto.

Erano le undici, ormai.
Mi ero svegliata alle dieci, ma un quarto d’ora era passato per mettere nella mia borsa infinitamente capiente i picchetti della tenda e fissare il resto ammassato sulla groppa della mia fantastica Melodia. Il tempo rimanente era trascorso nel tragitto dal sentiero roccioso alla città di Evopoli. Giunti là, avevamo rallentato il ritmo per riposarci un attimino su una delle panchine e per osservare l’andirivieni incessante delle onde dei laghetti, sconquassati dalle masse aeree.
Ormai avevo attraversato i verdeggianti giardini di Evopoli, oltrepassato una monolitica statua e percorso il viale principale costeggiato da stupende casette dal tetto scuro e dal centro Pokémon a sinistra e dal grande edificio del Team Galassia a destra, reso quasi nero e minaccioso dalla notte.
Riuscivo a vedere i grandi laghi e il molo. Non mancava molto al percorso 205 in mezzo al quale c’era il Bosco Evopoli. E in mezzo alla foresta la villa che mi interessava.
Melodia mi fece scendere a terra e subito Zannabianca e Psyco ci raggiunsero. Eravamo sul molo e vedevamo uno sfondo scuro che ci sovrastava. Al nostro passaggio le assi scricchiolavano e la brezza ci inondava. Ogni tanto sentivamo anche i pescioloni rossi che balzavano in superficie. Era bello.
E finalmente arrivammo nel bosco.

Già era notte. Già faceva freddo. Già eravamo soli. E quel bosco faceva venire i brividi.
Sentivo i fruscii. Le foglie che frusciavano. La foresta che respirava e mi chiamava a sé. La nebbia che avvolgeva ogni cosa nel mistero. Gli occhi che mi scrutavano. Il vento assassino che mi pugnalava. I monolitici alberi neri. I rami dalle grandi dita affusolate. La vastità del buio che ghermisce la vita.
Il Bosco Evopoli era misterioso di giorno e mortifero di notte.
Finalmente, Zannabianca iniziò ad abbaiare, indicando una giovane pineta, dietro alla quale si nascondeva il titanico edificio: l’Antico Chateau.
Essa era composta da pini ancora abbastanza sottili, data l’età. Ma erano cresciuti in modo irregolare e formavano un enorme ostacolo nel raggiungere la villa.
Ero disperata. Non potevo proseguire, ma ero troppo spaventata da quel bosco per tornare indietro. Ogni cosa era immobile, ma sembrava scossa da un respiro regolare. Anche i miei cuccioloni erano inquieti. Cercai di togliere di mezzo quegli arbusti, spingendo, tirando, imprecando, piangendo. Ma niente: non si muovevano.
Melodia mi accolse tra le sue calde ali di cotone, mentre Zannabianca veniva a leccarmi la mano. Solo Psyco rimaneva lontano da me, a fissare l’edificio protetto da quella odiata palizzata naturale. E lo guardava, credo, molto intensamente. Troppo intensamente. Forse sentiva qualcosa. Forse sentiva qualcosa, o qualcuno. Forse eravamo in pericolo… o magari già condannati. Forse…
Il mio pensiero venne interrotto da una canzoncina che mi fece pensare ai grandi Monte Scodella e Monte Argento, alle brezze marine miste al profumo di fiori, alla polvere delle Rovine d’Alfa ispezionate grazie alla mia arguzia, alle concitate gare di cattura dei coleotteri, agli incontri con le leggende raccontatemi sin da bambina: il mio Pokégear, donatomi da mia mamma, stava suonando, segnalandomi una chiamata in arrivo.
Sollevata, guardai il numero e risposi.
«Lucinda! Ciao!», esultai, mentre sollevata accarezzavo le celesti piume di Melodia.
«Cetra! Come stai?», ribatté l’amica.
«Lucy…», sospirai, mentre accarezzavo la mia nera iena.
«Stai bene? Mi sembri tesa»
«Sì, certo che sto bene», le risposi leggermente spiazzata e leggermente in imbarazzo per la domanda. Psyco continuava a fissare l’oscuro edificio.
«Allora», disse lei cambiando bruscamente argomento, «Lo hai catturato?»
«A dire il vero ancora no. E ho anche un piccolo problema»
«Cetra!», mi urlò nell’orecchio la ragazza, «Ma sei venuta da Johto proprio per lui!»
Confortata da Melodia e Zannabianca, scoppiai in una risata mezza isterica e per metà divertita. «Lo so! È che davanti al palazzo ci sono diversi alberi che impediscono il passaggio!»
Allora fu Lucinda a scoppiare a ridere. «Ma Zannabianca? E Psyco e Melodia? Non ti possono aiutare?»
«No. È un bosco misterioso e un po’ inquietante, Lucinda. Non mi fido a fare usare le loro abilità. Certo che se Widow mi ascoltasse, potrei tranquillamente usare le sue enormi lame»
A quelle parole, Zannabianca uggiolò e mi leccò la mano.
«E fatti ascoltare! Ora vado, ciao!» e mi chiuse il Pokégear in faccia.

Stanca scesi dalla mia bella dragonessa e rovistai nella mia borsetta, finché non trovai una Pokéball. La tirai fuori e la aprii.
Da essa, in un lampo che illuminò per un attimo il bosco a giorno, uscì una meravigliosa e imponente mantide del colore dello smeraldo con ali color crema e due enormi sciabole al posto delle zampe anteriori. Mi guardò torva.
«Widow! Smettila!», la rimproverai, «Dovresti aiutarmi, non fare così!»
Miracolosamente, dopo quella frustrazione racchiusa nelle mia parole, mi ascoltò.
«Taglia questi alberi, per favore»
E lei, dopo avere spostato Psyco, ci spianò la strada.

Finalmente, entrammo.

Tutto era nero per le tenebre fitte che avvolgevano quel posto sinistro.
All’inizio fu merito del mio intelligentissimo Psyco che non inciampai su una mattonella crepata: lui con la sua vista notturna mi salvò dalla caduta sostenendomi con le sue ali enormi. Quindi decisi di usare la torcia.
Con il flebile cerchio di luce, notai le mattonelle corrotte dal tempo. Inoltre, capii subito che quell’edificio era in disuso da parecchi decenni: un intenso odore di muffa impregnava quel fetido luogo, la polvere riempiva tutto il raggio della flebile luce e dal soffitto pendevano lunghe ragnatele.
Iniziammo ad avanzare, fino a quando non ci ritrovammo di fronte a un bivio: o salire le scale di legno scricchiolanti o proseguire nell’enorme stanza davanti a noi.
Scelsi di salire.
Zannabianca iniziò ad annusare il posto e ogni tanto starnutiva.
Melodia mi si strusciava addosso, intimorita da quelle tenebre.
Widow era arrabbiata come suo solito. Fu felice di tornare nella sua sfera a riposarsi.
Psyco fissava preoccupante un punto buio. Senza emettere suono.

Finite le scale mi ritrovai in un corridoio, scuro e tenebroso e lungo e stretto.
Spostai la torcia a destra e a sinistra e vidi una stanza, forse quella che conteneva Rotom. Feci per entrare, ma Psyco, vedendo qualcuno, mi bloccò. Solo quando si spostò dal passaggio, essendosi convinto che non sarei entrata in quella sala, urlai: avevo visto una bambina con un fiocchetto rosso a tenerle i capelli e un vestitino giallo che mi stava fissando.
Mentre si avvicinava nel raggio della mia debole torcia mi accorsi che era completamente ricoperta di sangue. I suoi occhi erano buchi vuoti, era tutta impiastricciata in un liquido denso e scuro e quando mi parlò dalla sua bocca uscirono un alito putrefatto e decine di piccoli vermetti.
Zannabianca scappò via abbaiando.
Non potei disperarmi per l’abbandono del mio primo cucciolone che fui ancora più terrorizzata: la cadaverica bambina mi esalò di fuggire, che ero ancora in tempo. E scomparve.
Non sapevo cosa fare. Mi portai le mani agli occhi per pensare. Non sapevo cosa fare! Dovevo fuggire o restare? Farmi coraggio o correre via? Non lo sapevo.
Furono gli avvenimenti a decidere per me: infatti, avevo dato la mia torcia a Melodia. Ma senza che me ne accorgessi ero rimasta sola. E al buio.
Decisi di proseguire.

La puzza era terribile. Le pareti del corridoio erano luride e ogni tanto andavo a sbattere contro dei vasi di piante secche e morte. Inoltre, le piastrelle erano danneggiate o assenti in molti, troppi punti e cadevo molto spesso. E sentivo qualcosa respirare, come se ci fosse qualcuno in quel terribile edificio. Non so perché non sono tornata indietro quando avrei potuto. So solo che ne ho pagato le terribili conseguenze.

Finalmente, le mie dita, sempre attaccate al muro, trovarono un buco: ero arrivata alla stanza. Feci per girarmi, ma inciampai su uno di quei vasi e caddi sulle ginocchia. Febbricitante e determinata, iniziai a trascinarmi sui gomiti, iniziando ad avere dei conati a causa della putrefazione che regnava in quel posto.
Ero quasi arrivata! Vedevo un’enorme figura davanti a me! Sentivo una presenza! Era lui!
Ero felice!
O almeno fino a quando non squillò il mio Pokégear: era arrivato un messaggio.
Finalmente, mi alzai e scossi il televisore. Poi lessi il messaggino e urlai ancora, indietreggiando mentre la creatura usciva dal televisore.
Il messaggino diceva:
“Cetra! Mi dispiace dirtelo ora, con tutta la strada che hai fatto, ma ho parlato con Ash. Lo ha già catturato lui il Rotom che abita nel televisore dell’Antico Chateu. Scusa.”


Anche questa mattina Lucinda è passata a salutarmi.
Si è seduta su una delle sedie pregiate di candida seta e di lavorato acero della sala da pranzo. Ha guardato il vuoto mentre mi riferiva la notizia.
«Oggi sono tornata da casa tua»
Nervosa, si portò una ciocca dei suoi capelli con i riflessi blu dietro all’orecchio.
«Sono tornata da Borgo Foglianova. Bel posto, molto tranquillo», sorrise triste. «Proprio un luogo ameno, situato in una radura in mezzo ai boschi. E anche casa tua è bella, con il tetto azzurro come il cielo. Proprio carina»
Sospirò.
«Ho dato in cura a tua mamma i tuoi cuccioloni, come avresti voluto. Le ho detto quello che è successo. Le ho detto che mi sento in colpa. Sono stata io a suggerirtelo. Non pensavo che questo posto fosse veramente infestato, di notte. Mi dispiace veramente tanto…»
Fece per aggiungere una cosa, ma suonò il suo PokéKron e lei dovette rispondere.
«Scusami, ma devo andare. Domani torno, te lo prometto!»
E corse via, dopo aver salutato la stanza, incerta.
L’ho vista andare via, l’ho seguita fino al portone, ho ricambiato il suo saluto, ringraziandola di avere riportato Melodia, Zannabianca, Psyco e Widow a casa, assieme ai miei pochi averi.
E sono tornata dentro, con la bambina che aveva tentato di avvisarmi e l’anziano maggiordomo.
La mia nuova famiglia.
Per l’eternità.

Il mostro Eccolo