Suspiria: Argento vs Guadagnino

Buongiorno! Oggi torno a parlare di cinema horror con un articolo di cui avevo accennato la preparazione un po’ di tempo fa: il confronto tra il Suspiria di Dario Argento e il Suspiria di Luca Guadagnino!

Entrambi i Suspiria poggiano le basi sullo stesso canovaccio, ispirato al romanzo Suspiria de Profundis. Tuttavia, è doveroso mettere in chiaro che senza il classico di Dario Argento, il nuovo film di Guadagnino non sarebbe mai esistito: infatti, la versione più recente prende dal classico i personaggi, gli eventi chiave e la sequenza delle morti; riscrivendo il tutto in modo più forbito, senza misoginia e con un simbolismo molto più eccelso ed elaborato.

TRAMA

Il Suspiria di Argento è un film horror, una fiaba nera su di una giovane ballerina che andata in una scuola tedesca per perfezionare la propria tecnica di danza classica si ritrova invischiata in un covo di streghe.

Il Suspiria di Guadagnino invece è un thriller paranormale con qualche accenno al genere horror. La trama di base è molto simile, ma qui lo spettatore sa da subito che la protagonista è in pericolo e che le insegnanti sono streghe: il punto focale del film è il percorso di formazione della protagonista in una Germania divisa dal muro di Berlino!

UCCISIONI E INCANTESIMI

Il Suspiria del Darione è un film crudo, violento, dove la morte è punitiva e non lascia scampo: le vittime scappano, ma forze quasi fiabesche le raggiungono sempre per costringerle al silenzio. Tuttavia, il sistema magico è molto semplice e non spiegato, è possibile fare ipotesi anche sugli autori degli omicidi: è stata la Mater Suspiriorum o una delle sue adette grazie alla sua influenza?

Il remake invece vantando una sceneggiatura molto più curata e approfondita spiega il tutto molto meglio: la magia è legata alla volontà e alla mente. Le streghe utilizzano il metodo delle bambole, perché quello che fanno loro si ripercuote sulla vittima, che siano lacrime per impedirle la vista o semplici movimenti che torturano chi non è pronto a compierli. Interessante inoltre che pur essendoci scene di violenza, la morte viene negata alle vittime rendendole quasi dei fantocci e saranno loro stesse a chiederla a fine film, quasi per uscire dal torpore dell’oblio.

LA DANZA

Nel cult la danza è classica, ma è di puro contorno: la scuola poteva essere di canto e la trama non sarebbe cambiata di una singola virgola. Anzi, ho contato le scene in cui la danza compare e sono solo 2 ( di cui una è spezzata in due segmenti). E in queste scene i ballerini… si muovevano, senza una direzione, senza un esercizio preciso; volteggiavano per il gusto di muoversi. Deludente.

Nel remake, invece, la danza moderna è un elemento fondamentale della narrazione e prende parte di un’interessante dicotomia: l’arte è dolore e passione, le scene in cui le ballerine danzano sono quelle in cui le vittime vengono distrutte. Inoltre, non bisogna dimenticare che la danza moderna, per sua stessa definizione, è legata alle emozioni e quindi è legabile a livello di simbolismo al sabba.

SCENOGRAFIE E MUSICHE

Suspiria in entrambi casi è iconico: se Dario Argento si concentra su scenografie grandiose e musiche intense, Luca Guadnagnino predilige ambienti semplici e musiche d’atmosfera (oltre a quelle per le scene di danza).
Personalmente, a livello scenografico ovviamente il film di Argento è memorabile, ma il merito è anche (o solo?) di Tovoli e Bassan che insieme tra fotografia e scenografia hanno creato un’esperienza visiva iconica.

IMPRESSIONI PERSONALI

Da questo rapido e piccolo confronto tematico e di sceneggiatura, è intuibile che io preferisca la versione di Luca Guadagnino anche se non bisogna che senza il classico argentiano non ci sarebbe stato nulla. Quel film nei decenni è entrato nell’immaginario collettivo.
Ma Guadagnino crea un film profondo, un dramma che fa dell’orrore solo l’ennesimo strumento espressivo. Inoltre è apprezzabile come il corpo della donna, sebbene senza paura venga mostrato nudo o in posizioni possibilmente eccitanti, venga normalizzato e mai eroticizzato. Un bellissimo film, il suo Suspiria; peccato abbia floppato, sarei stato curioso di vedere i seguiti e Una terza madre decente.

E voi? Avete mai visto uno dei due Suspiria? Quali pensieri avete a riguardo? Se avete voglia di leggere il mio articolo sul Suspiria di Luca Guadagnino lo trovate a questo link. Ciao!

Buon compleanno a me: 5 film del 1998 per festeggiare!

Buongiorno! Oggi compio 24 anni e per festeggiare ho deciso di condividere con voi 5 titoli usciti nel mio stesso anno, che ho scelto e che apprezzo!

The Faculty. Famoso film horror fantascientifico per teenagers, possiede un cast importante e scene alquanto inquietanti. Il film è un mix di La Cosa e L’invasione degli ultracorpi, con un pizzico di biologia aliena e una fotografia da urlo (adoro il lavoro sulle ombre). Il tutto assume livelli ancora più alti perché avevo appena visto Signs di Shyamalan e questo film è molto meglio, oltre al fatto che su TimVision avevo provato a veder The Faculty più di 5 volte!

Mulan. Uno dei Classici Disney che riguardo più spesso, assieme a Le follie dell’Imperatore, forse perché il film è uno dei Classici che più si discosta dal modello classico della principessa passiva e indifesa. Io ovviamente conoscendo il cartone fin dall’infanzia ho nell’immaginario della mia mente le canzoni adatte al pubblico italiano, ma apprezzo tantissimo (e preferisco) I’ll make a man out of you. Poi adoro come hanno trattato il tema dell’identità personale e di genere, con un finale e una lotta finale che rafforza il tutto. Stupendo, c’è poco altro da dire.

The Truman Show. Film di cui ho già brevemente parlato sul blog, mi spaventa sempre perché a livello teorico ha la stessa struttura di Matrix, Fight Club o The Signal: non ci si può fidare della realtà! Che sia frutto di macchine, esperimenti sociali, deliri di un pazzo o rapimenti alieni, come possiamo fidarci di ciò che viviamo? Jim Carrey risponde perfettamente alla domanda: se non ci fidiamo dobbiamo avere fiducia in noi stessi e forzare quell’unico difetto che potrebbe incrinare il reale fittizio per scoprire la reale realtà, nel bene e nel male!

Genitori in trappola. Tassello fondamentale della mia infanzia, non mi capaciterò mai di quando la Lohan sia stata capace di rovinarsi la carriera in questo modo. Film rivisto mille volte, anche se di recente ho notato un clamoroso errore di illuminazione in una delle due gemelle (quella sdoppiata col PC in postproduzione, che aveva una luce totalmente diversa dal resto della stanza). Comunque le due bambine sono deliziose, soprattutto nella prima parte quando si menano e nella terza quando menano la futura matrigna. Anche per altri è un classico d’infanzia?

Z la formica. Se c’è qualcosa che non dimenticherò mai dai ricordi d’infanzia sono le termiti. E ho detto tutto. Trauma. Comunque, un film d’animazione profondo e divertente capace di farci pensare; a dirla tutta non lo riguardo da anni ma ce lo avevamo prima in cassetta e poi in DVD ed è proprio un bel filmetto. Chicca: ho scoperto solo di recente che in originale era doppiato da Woody Allen! E vedo ora mentre scrivo che in originale il cast di doppiaggio è supermegaiperstellare! Non sapevo! E voi?

E voi? Quali sono i vostri film del 1998 preferiti? E mi farete gli auguri di buon compleanno o come da tradizione ormai da anni mi lascerete sono un like? Vedremo.

Invece, per chi non lo sapesse oggi pure Stephen King compie gli anni e quindi per festeggiarlo condivido con voi alcuni link importanti a tema:
– i miei auguri dell’anno scorso: qui
– un confronto tra Pet Sematary e le sue trasposizioni: qui
– un confronto tra un’opera di Lovercraft e una di King: qui
– la mia riflessione sul matt… romanzo It: qui

E con questo è tutto. Ciaone e alla prossima!^^

Il mio primo lavoro: 4 mesi e mezzo come allestitore in un magazzino farmaceutico

Buongiorno! Ieri ho svolto la mia ultima notte di lavoro e quindi ho deciso di spiegare finalmente cosa cavolo ho fatto negli ultimi 4 mesi, anche per tirare le somme di questo abbondante terzo di anno.
Ho lavorato per un’agenzia interinale presso un magazzino farmaceutico, come allestitore: arrivava la cassa nel mio settore, la riempivo con i prodotti richiesti e la mandavo nel prossimo.

Trovare questo lavoro è stato veramente gratificante perché per tutto il 2021 cercavo un lavoro part-time e dopo la laurea triennale conseguita nella prima metà del 2022 mi sentivo parecchio frustrato: mi ero già rivolto perfino ad altre due agenzie! Inoltre, avevo già ricevuto 2 rifiuti, di cui solo uno esplicito (gli altri si sono evaporati, ‘sti stronzi), e i rifugi ormai avevano già preparato il proprio staff per la stagione estiva (anche là, solo un gestore si è degnato di rispondermi).

Potete capire quanto felice fossi quando questa nuova agenzia interinale mi ha proposto ben due posti! E il primo colloquio era per questo magazzino farmaceutico a 10 km da casa mia, dove si erano presentati come molto interessati alla mia persona: avrei fatto un mese di prova pagata come un dipendente normale e poi se ci fossimo trovati rispettivamente bene, il mio contratto sarebbe stato allungato.
E il contratto mi è stato allungato fino al 15 settembre!

Bravo me

Il mio lavoro è stato principalmente di allestitore.

Un lavoro semplice ma nel quale la squadra è fondamentale: ogni cassa rappresenta una farmacia che si rifornisce dentro al nostro magazzino, un lavoratore in media deve fare 100 casse all’ora minimo, le casse sono tante ed è facile che un settore vicino (o il mio) si blocchi per le troppe casse; e qui ovviamente entrano in gioco gli altri colleghi, che si assicurano che il flusso di casse non si interrompa mai.
Avevo al polso un computerino che mi indicava i prodotti da mettere nella cassa, e l’input avveniva tramite il laser che leggeva il codice della cassa; automaticamente, la cassa letta dal laser rivelava i prodotti di ogni settore.

I prodotti invece nel settore sono sistemati in armadi aperti e catalogati in scaffali, lungo un ordine orizzontale; quello che leggevo io era: SETTORE; CORRIDOIO; ARMADIO; SCAFFALE; DISPOSIZIONE ORIZZONTALE. In numeri. Una bella caccia al tesoro.
E poi ci sono 10 settori, ognuno con almeno un dipendente ad allestire le casse nel proprio settore. Più i jolly e i capiturno.

Molta gente.


Troppa gente, era soffocante in mezzo a quei corridoi stretti

Oltre alla mia ala di lavoro, ce n’erano altre: i voluminosi per i prodotti più grossi, il refill delle macchine automatiche (che erano l’inizio della catena al piano superiore) e la preparazione delle casse per la loro dipartita, una volta piene.

E poi i prodotti.

Ho spiegato che è un magazzino farmaceutico perché vendono alle farmacie, ma non fatevi incantare: non ci sono solo medicine e omeopatici! Innanzitutto, c’è tutto un reparto veterinario. Poi alimenti (senza glutine, proteine o senza lattosio). La roba per il sesso e l’intimo (dildi, gel, preservativi, vibratori, lavande, pere, ecc ecc), perfino pannoloni per uomini. Nei voluminosi ho trovato di tutto, perfino aspirapolveri e roba per il mare (salvagenti).

E poi ci sono i prodotti infami. E si divino in due categorie:
1. Quelli che non si staccano dalla matrice di plastica (gel Durex) o che hanno un velo di plastica che non si toglie manco col taglierino (Kukident);
2. Quelli con la scatola rinfrangente (Dermovitamina) o bombata (gli odiosi tappi per le orecchie), con i codici del ministeriale impossibili da leggere col laser.

Il problema molte volte delle casse è che richiedono molti prodotti disposti su più corridoi (un settore ne ha minimo 2 e massimo anche 6) e quindi mi ritrovavo carico di roba anche di vetro pur sapendo che se fossi tornato ogni volta alla cassa per svuotarmi del carico avrei perso fin troppo tempo.
Il mio settore preferito è il 23 perché almeno là le casse sono molto centrate rispetto ai corridoi, permettendo un facile e veloce deposito dei prodotti nella cassa durante gli spostamenti tra i corridoi.

E il problema dei lavoratori è che è sì un lavoro a ore, ma non ha orario: chi fa part-time come me è caldamente invitato a fare ore extra per finire gli ordini delle casse e quindi se il macchinario centrale che muove le casse per il magazzino si blocca o c’è poco personale, è possibile andare avanti a lavorare fino all’una del mattino.
Perché io facevo turno solo serale, ufficialmente dalle 19 alle 23.
E poi è frustrante vedere gli altri che sanno che a una certa vanno via essere più lenti, rassicurati.

E sticazzi.

Comunque, là ho lavorato con due gruppi di persone (entrambi i turni, perché una settimana fanno sera e l’altra mattina, alternandosi) e con certi alti e bassi mi sono trovato bene. Con i miei orari riuscivo a sconfinare nel notturno e la paga per un part-time era molto buona; mi hanno perfino dato le ferie per il matrimonio di mia sorella!
Sono felice di questa esperienza, è stata formativa e mi ha aiutato a riflettere e di parlare anche con molte persone fuori dal mio giro di conoscenze.

L’unica domanda che mi pongo è: cosa ti spinge a scegliere di lavorare là per tutta una vita? Io non reggerei e quasi tutti i lavoratori di lunga data si rifiutano di svolgere un part-time!

Una cosa positiva del lavoro: mi lasciava la mente libera di vagare verso le cose veramente importanti 😀

Fanfiction: IL BALLO DELLA MORTE ROSSA

«Quindi questo abito mi permetterà di confondere il mio corpo tra quegli altri della gente?»

«Beh, è un vestito, sì. Con la maschera e il fondotinta passerai inosservata. Queste in allegato sono le planimetrie della magione a inizio secolo, se c’è un caveau deve essere ai piani inferiori. Maa… Tutto questo per un fossile?»

«Sempre. La mia sorella non è morta, sta solo dormendo in un sonno di roccia e io la sveglierò!»

«Ok, buona fortuna. Harleene arriverà a mezzanotte, come d’accordo. Ricordati di prendere anche i gioielli esposti, a noi piacciono quelli! Buona fortuna!»

«Mi conosci, non ho bisogno di fortuna in mezzo ai tuoi simili. Grazie, invece.»


Era un’afosa serata di Giugno nella Magione Frankhlyn, una delle ville più antiche di tutta la metropoli. Una grande festa in maschera era stata proclamata dall’ultimo scapolo d’oro dell’importante dinastia e tutte le persone più in vista erano accorse per la celebrazione.

Nessuno avrebbe fatto caso a lei, come donna. Tutti si sarebbero soffermati sulla maschera da Morte Rossa, i più depravati sulle mammelle abbondanti; nessuno avrebbe riconosciuto la sua voce, la sua pelle, la sua natura. La maschera era veneziana, rubata per lei da un marinaio incantato; coprendole il volto fino alle labbra carnose e gli occhi gialli con un velo di pizzo, quella maschera era il volto tumefatto di un appestato, decorato con fibre d’oro e lunghe penne rosse; la lunga chioma fulva era lasciata libera di frusciare sulle spalle nude, lungo il costato.
Per quell’occasione aveva indossato un abito regalatole dalla sua amica, l’umana dalle nove vite. Uno splendido abito da ballo scarlatto aderente lungo il busto e le esili braccia e che esplodeva lungo i fianchi in un’ampia gonna a campana a pois rossi, con una generosa apertura in mezzo al seno che riusciva a malapena a contenere il decolleté generoso: quella sera, sarebbe stata la dea di quelle bestiole a sangue caldo.

Pur non piacendole l’idea di nascondere con il trucco la propria pelle, giudicato anormale da quelle creature rosee, e di indossare decoramenti tanto insulsi, non aveva avuto dubbi: il richiamo di quella povera sorella indifesa, esposta al pubblico ludibrio, era troppo disperato per non accoglierlo.

Come lo aveva percepito, era accorsa a tendere la sua trappola su tutte le prede necessarie al completamento del piano. E tutto era andato come previsto.

La donna, nascosta la propria identità dalla grande maschera, sporse la testa all’infuori della limousine e con una cascata di onde rosse ne uscì dalla portiera aperta. Squadrò l’usciere e si voltò verso la limousine, aspettando che il suo accompagnatore la raggiungesse.
Sapeva che doveva aspettare: lo aveva scelto anziano, anziano e stupido, anziano e senza nessuno che lo potesse salvare. Lo aveva scelto perché quell’uomo anziano risultava tra gli invitati al ballo in maschera, lo aveva scelto perché stanco com’era dalla vita, aveva resistito poco all’odore della donna; era bastato un saluto da parte di lei e quell’uomo, che aveva creato la propria fortuna dal nulla con orgoglio e sagacia, aveva rinnegato la propria umanità diventando il suo burattino.
Ora, lentamente, quello stupido uomo stava scendendo dalla sua limousine con l’invito in mano, andando incontro inconsapevole alla morte. La Morte Rossa sorrise trionfante mentre lo raggiungeva a metà strada.

La Morte Rossa si fermò in mezzo al viale a farsi ammirare, con tutte le altre persone venivano rapite nei sensi dal dolce profumo che si levava dalla pelle di lei. Poi riprese a camminare, sempre tenendo a braccetto il suo anziano accompagnatore, lungo la fastosa scalinata marmorea nella calca di ricchi snob.

L’aria era frizzante, per la Morte Rossa. Sotto la maschera, la donna poteva sentire come le piante del parco percepissero la sua presenza, sentiva la terra respirare di un lento e lungo pulsare mentre le radici le si avvicinavano e le fronde frusciavano sussurrando il suo nome. Quello che circondava la grande villa era uno dei giardini con gli alberi più antichi, faggi e querce perlopiù; ma le siepi e gli svariati tipi di fiori abbondavano in quel piccolo paradiso dei giardinieri. Per lei invece era la morte della natura, una ragione in più per uccidere quel sacco di carne: tutte quelle creature erano ostacolate nella loro crescita, subendo amputazioni e sfoltimento del loro essenziale manto verde!

Avrebbe salvato pure loro, un giorno. Ma non quel giorno: la donna scelse di non compromettere la missione e arrivata al grande portone d’ingresso, si guardò attorno soddisfatta rimirando le squisite fattezze della hall: alla fine, il primo dei suoi sandali vertiginosi fece contatto con il mosaico dell’atrio, era dentro.
Lei e il vecchio uomo assieme ad altri invitati arrivati più o meno come loro furono guidati nella grande sala da ballo, agghindata con i tendaggi più sfarzosi. Un’orchestra stava eseguendo una melodia a un lato della stanza, dall’altra erano situati i camerieri con i tavoli del buffet; al centro c’era la pista da ballo per le coppie, sotto a uno splendido candelabro di cristallo.

Come la donna dalla maschera mortifera osservò il mondo lussuoso di anziani attorno a lei, notò che il costume che le aveva dato l’amica di carne era quanto mai azzeccato: chiunque era abbindato a festa, nascondendo il viso dietro a una maschera. Uccelli, animali di vario tipo, semplici mascherine che coprivano gli occhi, complicati copricapi legati sotto al mento, imitazioni di personaggi e oggetti della cultura popolare. Gli uomini indossavano le maschere come unico ornamento fantasioso sopra ai frac e agli abiti da sera, ma le donne invece si erano sbizzarrite nella scelta di quale meraviglia indossare: non solo maschere elaborate nei dettagli e nei materiali, ma anche un tripudio di abiti da sera e gioielli!

Un invitato in particolare attirò l’attenzione della Morte Rossa. Era un prestante topino di campagna, con il corpo più strabiliante che la donna avesse notato quella sera.
Abbandonò il vecchio, lasciandolo al suo destino: massimo trenta minuti, il veleno avrebbe fatto effetto, lasciandolo in una pozza di carne liquefatta e sangue ribollito sul pavimento.

Era tempo di divertirsi prima di pensare all’ospite: era a una festa, e di sicuro il cavaliere a cui si era interessata era un bello che con lei avrebbe ballato.

Con incedere lento e sensuale, attenta a mostrare ogni curva umana che il suo corpo anormale era riuscito a mantenere, si avvicinò all’uomo. L’essere fatale indossava una maschera che mostrava solo le labbra carnose e il mento, lui invece una maschera di stoffa argentea molto sottile, ampliata nell’immagine del topo con il trucco. Erano entrambi molto affascinanti. Lui aveva gli occhi azzurri e uno sguardo -da quel poco che si poteva vedere- da felino, abbellito da un mento forte e una folta chioma scura di capelli lisci: altro che topo, quell’uomo era un vero leone!

«Mi concedi questo ballo, mio bel topino?», fece lei offrendogli la mano. Lui accettò senza nemmeno pensarci.

Fi in quel momento, quando lui si disse interessato, che la Morte Rossa si diresse al centro della pista, dove lo aspettò in mezzo alle altre coppie danzanti.

Silente e sinuosa, si stagliava nella folla come un albero centenario in un campo di fiori selvatici. Vertiginosi vortici di gonne, frac e ornamenti si muovevano attorno a lei, come foglie sospinte nel vento intorno alla betulla frusciante. Lei stava ferma, dolce nella fragranza ma altera nell’aspetto, in attesa del suo leonesco cavaliere.

Quando i due presero a danzare il loro tango, divennero il sole della galassia di ospiti che si fermarono ad osservarli, accerchiandoli con i loro sguardi rapiti.
Lei era alta e l’abito rosso mostrava le lunghe gambe dalla gonna e le mammelle prosperose davanti; ma lui era molto più alto di lei, la dominava con i gelidi occhi azzurri, rapito dall’odore che proveniva dal caldo corpo femminile. Un tango. Uno dei balli più sensuali e intimi, in cui entrambi mostrarono la forza della passione danzando, lei con un gioco di gambe spettacolare e una passione senza eguali, lui stringendole i fianchi e scuotendole la schiena con una forza che tutta la prendeva, stringendola a sé in un abbraccio di passione. Una coppia di fuoco, con la lunga cascata di ricchi che si muoveva senza sosta come un grande serpente che inghiottiva le menti di tutti quelli presenti, ma senza fretta: nessuno poteva staccare gli occhi da lei.
Era la loro dea.
E quando il tango terminò, i due danzatori restarono avvinghiati in un abbraccio appassionato, sotto agli occhi ammaliati dei presenti. Era calda quella serata, in quella stanza il calore animale era condensato in grandi gocce di sudore e passione sul volto nascosto dell’uomo. Lei sorrideva, compiaciuta della reazione che scatenava in quelle stupide bestiole.
Mentre silenziosa faceva scendere la mano di rosso guantata dalle larghe spalle lungo il fianco scolpito fino all’inguine dell’uomo, lui provò a baciarla. Lei rise. E si distolse: «No, Bruce, non sei tu la preda che questa femme fatale desidera. Vai, ti libero dal giogo!»
Lo cacciò via, a cuccia: era il momento di agire. Disperato, l’uomo si ritirò a fumare in giardino con un’espressione disperata sul volto mentre lei si disperdeva nella folla; la calca perse interesse in lei e tornò a dialogare o a danzare come prima che ella entrasse nella pista da ballo.

La Morte Rossa si trovava a quella festa per un uomo, il proprietario della magione, il rapitore di sua sorella dormiente nel sonno di roccia. E fu da lui che quindi andò, con una coppa di champagne in mano. Corretto, ovviamente.

«Buonasera, mio buon ospite.», ella sussurrò offrendogli un calice di champagne, «Una festa superba!»

Dopo un saluto formale alla misteriosa invitata, John Frankhlyn osservò prima la maschera di grandi piaghe e tormenti, poi abbassò lo sguardo sui grandi seni quasi scoperti, deglutì, sorrise e accettò il bicchiere. Rotto il ghiaccio e rinvigorito dal dolce profumo di lei, la ringraziò e rinnovò il saluto, questa volta sorridendo e stringendola in un abbraccio affettuoso e sentito. E alla fine del loro vicendevole benvenuto, l’ospitante bevve un sorso dello champagne. In qualche secondo, gli occhi di un marrone scuro dell’uomo si tinsero di verde, un verde clorofilla. La Morte Rossa lo osservò perdersi da sotto la maschera.
Prima che qualche personalità loquace o un uomo di servizio la interrompessero, la Morte Rossa prese a braccetto l’uomo e si lasciò guidare attraverso la villa, uscendo dalla sala da ballo: John Frankhlyn, dal momento stesso che gli occhi gli si furono tinti di verde, conosceva benissimo le intenzioni della propria dama e non le avrebbe tradite per nulla al mondo.

Soli e scaltri, i due iniziarono a dirigersi verso i piani inferiori, verso il caveau della vittima, verso la vera ragione dell’apparizione della creatura antropomorfa.

I due stretti in un abbraccio inscindibile camminavano nel buio, con la poca luce lunare che faticava a penetrare gli alti e frondosi alberi antichi del parco che circondava la villa.
Si muovevano veloci tra ritratti di famiglia e tendaggi scuri, calpestando raffinati tappeti siberiani sotto alle volte a crociera dei corridoi e dei saloni che attraversavano; ogni tanto, la donna si fermava ad osservare le stanze che attraversavano. Inorridiva. Erano tutte adornate con raffinate raffigurazioni floreali alle pareti e mobili di alto pregio in castagno placcati in argento. Nessuna pianta, nemmeno in vasetti. Quella villa era la morte della natura, la vittoria dell’arroganza sulla terra.

E poi, dopo diversi minuti, accadde.

Si trovarono di fronte a uno specchio a figura intera. Superficie di platino lavorato, incorniciato da ottone e pietre preziose, smeraldi e zaffiri probabilmente. Dalla lavorazione sembrava essere antico, modificato di recente. Lei, infine, si tolse anche la maschera e quel raccapricciante abito rosso rimanendo con i piedi scalzi e un tanga a coprire ciò che era stato un tempo il suo corpo mortale, prima dell’incidente in laboratorio.
Si osservò per vedere quanto del suo corpo umano fosse rimasto immutato.
Questa donna dalla pelle anormale, ora ancora coperta da un pesante fondotinta rosaceo, appariva estranea alla natura di femmina umana. La sua bellezza era ancora maggiore, trascendentale. La figura era alta e formosa, con una forma a doppio calice: larghe spalle e un seno abbondante, una vita stretta e un bacino abbondante, ma le gambe e le braccia erano esili come se fossero le radici e i rami di un albero.
Sembrava che un’edera avesse avvolto la donna e attraverso i legami l’avesse sfigurata stringendola in una stretta mortale; o che non fosse più umana ma una betulla antropomorfa. Era troppo magra in alcuni punti, troppo abbondante in altri; come se una pianta cercasse di apparire simile alle prede che tanto desidera!
Il viso una volta rotondo e pieno, era diventato oblungo e dalle guance scavate, e le labbra una volta piccole si erano ingrossate diventando gravide di veleni: se qualcuno l’avesse baciata e lei avesse desiderato avvelenarlo, avrebbe potuto uccidere la vittima in pochi secondi.
 

Ma si era fatto tardi, l’ora concordata si avvicinava, e la fu Morte Rossa, ora se stessa, riprese a braccetto la sua vittima ammaliata, in una stretta per le deboli braccia dell’uomo quasi lacerante e, trovate le scale, scesero al piano inferiore dove alla fine del cammino si ritrovarono davanti a una grande porta blindata di metallo lucidissimo.

«Apri. Ah, tesoro, mi sai dire che ore sono?», chiese lei rivolgendo lo sguardo ai piani superiore, verso il soffitto.

L’uomo, in una sorta di trance, prima aprì la porta blindata del caveau, quindi le avvicinò il polso destro su cui portava un Rolex. Erano le undici abbondanti, quasi la mezza. Soddisfatta, la donna dai selvaggi capelli rossi gli si avvicinò e squadrandolo come un cobra con il topo lo baciò sulle labbra. Lui, esterrefatto da tanta passione, rispose al bacio con maggiore intensità, assaporando il dolce nettare delle sue labbra. Prima portò le mani ad accarezzarle la lunga fronda rossa, poi scese a sfiorarle le labbra e infine si soffermò sui grandi seni.
Fu allora che la vita dell’uomo si spense, con il cadavere irrigidito che si riversò contro la donna; lei ridendo cristallina si scansò di lato e osservò il proprio lavoro.

Ma poi, la donna che fu la Morte Rossa entrò nel caveau.

E mentre la fu Morte Rossa entrava a ispezionare i reperti archeologici di quella bestiola a sangue caldo, l’uomo avvelenato iniziò a rattrappirsi, consumato da un veleno che aveva iniziato a invadere ogni vaso sanguigno dopo il bacio tanto desiderato: le labbra si tinsero di un opaco verde clorofilla mentre il sangue veniva ripudiato dal corpo a fiotti, uscendo dai pori della pelle in una grande pozza attorno al cadavere, per poi essere sostituito da cloroplasti e cellule protette da una spessa parete cellulare. Se all’inizio il cadavere era riverso in una posizione scomposta sul pavimento marmoreo, con il passare dei secondi la posizione diventava sempre più rigida, con i legamenti che si bloccavano e si ingrandivano diventando più simili a rami che a braccia e gambe e collo: per quando la femme fatale fosse uscita, della vittima umana sarebbe rimasta solo una corteccia che un tempo assomigliava all’uomo che fu.

«Bene bene bene. Se io fossi uno sporco umano, per di più uomo, dove lascerei una povera pianta indifesa?»

Ora la misteriosa femmina si aggirava nel seminterrato, al primo piano dell’enorme camera blindata che si estendeva su ben tre piani. Erano passate le undici di notte da molto tempo, era quasi la mezza.

Resesi conto dell’ora, le sottili dita della femmina con un solo colpo a mano aperta distrussero i vetri di protezione della collezione di antichità e si infilarono in quei cubi frantumati prelevando e riponendo nel sacco tutto ciò che la donna riteneva potesse essere di valore, un sacco che aveva trovato mentre si faceva guidare dal suo ospite nella villa.

Quindi, soddisfatta, scese le scale, e si ritrovò al secondo piano interrato: gemme preziose e gioielli. Tanto interessavano alle sue amiche di carne e sangue.
C’era su freddi scaffali di legno una ricca collezione di pietre e metalli ancora allo stato grezzo, preservati da campane di vetro e un’illuminazione poco intensa. Davanti a ciascun elemento della collezione era posizionata una medaglietta con sopra il nome e le caratteristiche; provenivano da tutto il mondo. Tutto finì nel sacco. Ma dall’altra parte della stanza, oltre una vetrata attraversabile aprendo una porta di vetro, si trovavano i gioielli e poi oltre ad essi le scale per scendere all’ultimo piano del caveau. Quei gioielli avrebbero reso la donna dalle nove vite ancora più ricca e riconoscente verso l’amica delle piante.

Ma fu al terzo piano inferiore della magione che la missione vide la sua soluzione. La fu Morte Rossa increspò le labbra carnose in un sorriso: era vicina alla sorella da salvare!

«Mia povera piccola indifesa amica. Eccoti qui, ma cosa ti hanno fatto? Qui non puoi stare, hai bisogno di vivere di nuovo, ecco ti aiuto io.»

Dentro a una piccola teca di cristallo che custodiva il piatto forte della collezione del miliardario c’era il fossile di una delle prime piante mai apparse sulla Terra, la più antica mai ritrovata! E raggiuntala, un risolino di soddisfazione e di pura gioia eruppe dalla gola della donna. Quindi senza esitazioni spaccò con un pugno la teca di vetro dentro alla quale la pianta addormentata in una matrice rocciosa asfissiava.
La liberò e la strinse alla guancia.

La misteriosa donna e la sua sorella antica si erano ricongiunte.

La fu Morte Rossa era finalmente pronta ad andarsene, ma non aveva finito: la villa, con tutti i suoi ospiti all’interno, si reggeva ancora sulle proprie fondamenta e anche tutti gli ospiti del miliardario ingrato dovevano pagare, e la donna sapeva cosa fare. Depose il sacco con la refurtiva a terra, sul pavimento.
Dopo aver osservato quella stanza rivestita di metallo bianco e illuminata artificialmente, resa dall’uomo aliena alla terra dentro alla quale era stata scavata, sospirò e rivolse lo sguardo verso il proprio addome.
Se prima indossava un misero tanga come unico indumento, si tolse anche quello, rimanendo come quando la Natura l’aveva forgiata anni prima. Immise le sottili dita dentro alle proprie labbra verginee e da esse ricavò un piccolo seme bianco, poco più piccolo di un chicco di riso; lo depose a terra, sulle piastrelle bianche. Subito, da esso ne uscirono mille serpi di edera velenosa che si scagliarono contro il pavimento sventrandolo, contro le pareti strappando le varie assi di metallo fino a ritrovare il terreno e immergersi in esso come fossero radici.
E mentre lei lasciava il caveau risalendo le scalinate interne e poi uscendo dalla porta blindata, queste edere la seguirono nell’ascesa verso il parco, invadendo ogni angolo prima dei tre piani del caveau e poi della villa.

In giardino, nuda e scalza, naturale, con la refurtiva nella mano sinistra e il pezzo di roccia organica nell’altra, tornò fuori, nella brezza estiva, raffrescata dalla notte. Gli uccelli al suo passaggio cantavano le melodie più stupende, le lucertole uscivano dalle loro tane per osservarla, i dobermann che infestavano la proprietà ai danni delle persone non volute si limitarono a guaire e offrirle la loro vulnerabile pancia se avesse voluto accarezzarli.
Ma lei, volle solo richiamare il suo passaggio per andarsene. Era ora di dire addio a tutte quelle persone. A momenti, sarebbe comparso un grande bulbo bianco dal terreno che…

«Hei, non vorrai mica lasciarmi qui! Dopo che li ho tenuti buoni per te!». Una voce risuonò alle spalle della donna floreale.

L’essere dagli occhi con iridi enormi e gialle come il fiore proibito si girò lentamente verso la sorgente della voce acuta e sgraziata, non prima di avere messo nel bocciolo gigante apparso dalla terra il sacco e il fossile.
Ad averla chiamata era una giovane donna, sulla trentina, dai capelli biondi rischiarati dalla luna raccolti in due codini ai lati della calotta cranica. Era appoggiata alla parete del capanno degli attrezzi dei giardinieri, al suo fianco c’era un enorme martello chiodato.
Le due si diedero un lungo bacio mentre i loro corpi si abbracciavano e un sorriso si dipingeva sul viso di entrambe.

«Non mi stavo mica dimenticando della mia bestiola preferita, tranquilla! Invece, fai uscire i tuoi uomini: la villa sta per crollare su se stessa.»

La bionda si staccò dall’abbraccio e si pulì le labbra, godendo del sapore di zucca marcia che proveniva dalla sua amica. Scomparve per qualche minuto dentro alla villa, e ne uscì facendo mille ruote fino a raggiungere la Rossa amica dentro al bocciolo, abbracciandola allegra. E mentre la misteriosa invitata non più mascherata scompariva con la sua amante dentro alle interiora della terra all’interno di un grande bozzolo candido come la neve, centinaia di uomini e donne urlavano mentre le edere strappavano la terra sotto al peso della villa facendola crollare su stessa. Morirono tutti i presenti.

«Harley, tesoro, dimmi, sono morti tutti vero? A parte i tuoi sottoposti non è andato via nessuno. Giusto?»

«Ehm… Quasi. Sono riusciti a eludere la sorveglianza solo tre persone: il miliardario Bruce Wayne, la figlia del commissario Barbara Gordon e il sindaco Adam Smith.»

«Non importa, la mia sorella è al sicuro. Grazie del diversivo.»


MEMORIE DI UNA GATTA LADRA, giorno 21 giugno 2001

Miao.

Trovare la tana della Rossa è stato facile: mi aveva detto che si trovava lungo la costa a est di Gotham e sapendo che da poco tempo un terremoto aveva elevato alcune grotte dal mare, avevo supposto che si potesse trovare in una di quelle. Arrivai via mare, con un motoscafo preso in prestito alla guardia costiera; o meglio, si sarebbero accorti della mancanza solo al mattino seguente, presumo oggi. È sempre bello sentire le onde infrangersi, il sapore di sale, la brezza sul viso. Un bellissimo modo per recuperare il bottino.
All’inizio non ero sicura di trovarla in una delle grotte, stavo navigando da mezz’ora avanti e indietro ma senza alcun risultato palpabile. Poi i miei sensi felini hanno fremuto: non appena il vento cambiò direzione, alle mie narici arrivò l’inconfondibile puzzo di zucca marcia.
Da ciò trovare la tana di Ivy è stato molto facile, mi è bastato parcheggiare il motoscafo ai piedi della scogliera e scalarla con i miei artigli di ferro e l’uso di una corda da arrampicata. L’olezzo mi ha guidato meglio di una luce nel buio, in dieci minuti ero dentro all’antro.

La tana della Rossa è diversa da qualsiasi altra tana immaginabile: non c’è mobilio, o finestre, o porte, o dispense per il cibo. Non c’è nulla di antropico. Quando entrai nella tana, la puzza di zucca marcia sovrastava la salinità dell’ambiente, intollerabile; all’inizio vidi solo una marea di piante, ogni tipo di albero e arbusto, pianta erbacea e rampicante, tutte attorno ad Harley e a un essere ricoperto di papaveri rossi, i fiori preferiti di Harley, e quell’essere era Poison Ivy per i nemici ma per noi semplicemente Pamela. Quelle piante non sembravano semplici piante, ma ramificazioni dell’essenza stessa di Pam, circondandola, cercandola, incurvandosi verso di lei ad ogni suo inspiro ed allontanandosi ad ogni espiro. Ivy era il loro sole, la sua sola presenza permetteva la loro sopravvivenza all’interno di quella che era una grotta marina, ancora tanto umida e coperta qua e là di pozzanghere. Ma le piante sopravvivano grazie alla Rossa, la loro mamma, e grazie alla Rossa tutte erano prodighe di attenzioni verso Harley, che canticchiava sdraiata accanto a lei.

Mi videro, io le salutai. Harley mi fece cenno di avvicinarmi, mentre la Rossa si limitava ad osservarmi con i suoi penetranti occhi gialli.

Ci salutammo, Harley era frizzante come suo solito, sentirla parlare è come ascoltare il canto altalenante di un usignolo, ma molto più acuto e sgraziato. Ivy invece mi salutò fredda, con un tono profondo, come se non stesse parlando il corpo fiorito al fianco di Harley ma tutta la massa di piante nella grotta.

Era ovvio che Pamela non mi volesse nella sua tana, con tutte le sue preziose piante, le sue cosiddette ‘sorelle’. Mi sbrigai a chiedere com’era andato il piano.
Harley, sempre sorridente e piena di energia, proruppe in una risatina e si sporse ad annusare i fiori lungo tutto il corpo dell’amante. Poi estasiata tornò a sdraiarsi come una bambina che aveva appena ricevuto il più bello dei regali, mentre un’edera sopra la sua testa si stava abbassando rivelando nel suo rampicante tanti piccoli petali di papavero rosso danzanti solo per lei. Lei sembrò apprezzare, a me si rizzò ogni pelo che avevo in corpo.

«Splendidamente, non ci sono dubbi a riguardo. Quelle stupide bestie nemmeno si saranno accorte della sparizione dei reperti e della mia sorella. Harley, la mia dolce Harley, ha fatto un lavoro egregio. Solo tre persone sono sopravvissute: Bruce Wayne, Barbara Gordon e il Sindaco Smith. Mi bastano, non ci do troppa importanza. Invece, cosa ne pensi della mia sorella? Non la trovi una pianta eccezionale?»

Quale pianta?, stavo per chiedere, confusa. Poi la notai. Mi si accapponò la pelle, di nuovo ogni singolo pelo del mio corpo si rizzò, un soffio di paura mi salì dalla gola e indietreggiai; il tutto mentre la Rossa mi osservava soddisfatta. Non lo avevo notato prima, ma c’era qualcosa di orrendo all’interno della grotta! Se il pavimento era ricoperto di piante verdi, grandi e piccoli, indifese e predatrici, il soffitto era ricolmo di alghe nere e sottili, sembravano dei sottili serpenti pronti a cadere su di me e divorarmi. Deglutii.
Le chiesi spiegazioni.

«Come vedi, la mia sorella è rinata. Per ora è ancora debole, si deve ambientare al nuovo clima, ma non appena si riprenderà, io e lei faremo grandi cose! Stanne certa, Gotham e tutte le altre cittadine pagheranno per quello che hanno fatto contro le mie sorelle! Ora va’, e prendi con te anche il bottino –non so che farmene di quella spazzatura rubata alla terra– e Harley. Vi avviserò quando noi attaccheremo, tranquilla. Ora andate!»

E un rampicante mi consegnò il bottino, fino a quel momento custodito dentro alle fronde di un piccolo arbusto. Harley di controvoglia baciò la sua amante sulle labbra e si alzò, venendo verso di me. Uscimmo dalla grotta con il bottino da spartirci in mano, ognuna che lo sollevava con una mano. Saltammo in mare dalla scogliera e ci issammo sul motoscafo.
All’orizzonte, in procinto di andarcene, ci girammo a guardare la scogliera. Della grotta ora si vedevano solo velenosi rampicanti verdi strisciare lungo la roccia a chiudere il passaggio e un’inquietante massa nera che si espandeva.

Un bel piano, che mi ha fatto ottenere tanti gioielli e reperti da rivendere, al netto di qualche ricerca architettonica. E con quel bel fascinoso di Bruce che è sopravvissuto, abbiamo rasentato la perfezione.

Sono proprio curiosa di vedere cosa combineranno la mia amica Ivy e quella sua ‘sorella’ ex-fossile. Harley non sembra darci peso, ma temo che per Gotham e per Bruce ci saranno tempi molto brutti.

In ordine da sinistra: Poison Ivy, Harley Quinn e Selina Kyle; non sono come descritte nel racconto ma per farvi un’idea dei personaggi.

10 film con il triangolo amoroso

Buongiorno! Vi scrivo dalle mie ferie, che sfrutto per presenziare al matrimonio di mia sorella senza lo stress del lavoro serale. Le mie prime ferie! E oggi, in clima festivo, vi parlo di film con il fatidico triangolo amoroso, nemico di ogni relazione! Buona lettura.^^

E io come Kate, nel film The Holiday, col cuore devastato che manco una persona mi vuole, altro che due!

Anatra all’arancia. Stupenda commedia con Monica Vitti e Ugo Tognazzi nei ruoli di una coppia aperta che per tutto il film si stuzzica portando nella casa sul mare ognuno il proprio amante. Interessante a livello sociale e dall’umorismo elegante, prende il nome dal piatto che unisce la coppia.

Bohemian Rhapsody. Chi non ha visto sto successone? Anni fa era dappertutto, ha oscurato perfino quel gioiellino di Rocketman (che ho preferito guardare al cinema) e la relazione platonica tra Freddie e Mary è ferrea, cosicché le avventure amorose di entrambi creano una serie di triangoli concatenati fino all’esibizione a fine film, in cui i due vertici del triangolo osservano Freddie Mercury brillare sul palco!

Miss Pettigrew. Commedia in costume molto, molto carina interpretata da una splendida Frances McDormand e una splendente Amy Adams; è quest’ultima a dividersi tra più uomini, incapace di decidere se seguire il cuore o la promessa di una carriera. Un film da recuperare assolutamente.

Fascino. Rita Hayworth è una ballerina e deve scegliere anche lei se rimanere fedele al suo amore o seguire il successo e sposare un ricco imprenditore che le possa permettere di esibirsi nel suo teatro. Anche questo è una perla, da guardare.

Totò le Mokò. Il nome del protagonista dice tutto sulla qualità del film, no? Qui Totò non solo si ritrova a capo di una sanguinosa banda di criminali ad Algeri, ma pure in un triangolo amoroso tra la ragazza di cui si innamora e la donna della banda. Saranno più forti le minacce dei criminali aizzati dalla gelosa o l’amore per la giovane ingenua?

Chiamata per il morto. Non mi ricordavo del film ma ora che ho letto la pagina su Wikipedia ve lo consiglio. Tuttavia, è un thriller con le spie, per cui il triangolo è terreno di spoiler!

The Wedding Planner – Prima o poi mi sposo. Lo so, JLO non è la migliore attrice sulla piazza ma i suoi film, commedie sdolcinate, sono a lieto fine e le trovo rassicuranti. Poi trovo sempre appassionante come in questi film cerchi di trasmettere della ragazza della porta accanto, molto dolce e acqua e sapone, mentre nei video è la figa pazzesca di turno.

Via col vento. Su, dai. Manco spreco tempo.

Angry games: la ragazza con l’uccello di fuoco. Se il triangolo era presente in Hunger Games, poteva mancare nella sua (poco riuscita) parodia? A una prima visione può anche fare ridere, ma è comicità non solo demenziale ma pure molto volgare; non è ai livelli di Scary Movie, e molti non apprezzano nemmeno quella saga…

Parterperfetto.com. Commediola sentimentale con Diane Lane che nella ricerca di un nuovo amato si butta nei siti d’incontri e alla fine si ritrova divisa tra l’appuntamento perfetto e l’uomo eccitante. Simpatici gli interpreti ma niente di che.

E siamo arrivati alla fine della lista. Conoscevate tutti i film? Se volete, avevo già fatto una prima parte contenente più film famosi, ma anche qui a parte qualche titolo la lista è notevole.
E domani, il matrimonio! Ciao!

Schitt’s Creek: quando i ricchissimi diventano poveri

Buongiorno! Oggi torno a parlare di serie televisive con Schitt’s Creek, una delle sitcom canadesi recenti più premiate degli ultimi tempi! Parla di una famiglia di divi che cade in disgrazia e si rifugia a Schitt’s Creek, un paesino dimenticato da Dio in Canada nel quale iniziano a gestire un motel.

Da sinistra: Johnny Rose, Moira Rose, David Rose, Patrick, Stevie, Alexis Rose

Per chi ama il cinema americano e quello canadese, la serie presenta alcune ricchezze: il cast è interamente canadese; è stata ideata, scritta e recitata da Eugene Levy (il papà in American Pie) insieme al figlio Dan Levy; come coprotagonista c’è Catherine O’Hara, che potreste aver visto in cosucce come Mamma, ho perso l’aereo e Beetlejuice.

Nell’arco di sei splendide e spiritose stagioni, la trama ruota attorno ai 4 componenti della famiglia:
– Johnny Rose, un imprenditore che cerca di risollevarsi cogestendo il motel, con Roland e Stevie;
– Moira Rose, un’ex attrice televisiva e teatrale che pian piano si integra nella vita della località;
– David Rose, il figlio pansessuale e futuro gestore di un emporio che offre i prodotti tipici del luogo;
– Alexis Rose, la bella figlia che dopo aver ripreso gli studi inizia una carriera nella pubblicità e nel management.

Oltre ai quattro componenti della famiglia nel cast principale ci sono pure Emily Hampshire nel ruolo di Stevie e Chris Elliott, che interpreta il socio, al motel di Johnny, Roland Schitt. Dalla terza stagione viene introdotto anche il personaggio di Patrick, interpretato da Noah Reid.

Schitt’s Creek è una piccola perla. L’ho adorata: era il mio appuntamento il martedì notte dopo il mio turno di lavoro!

Ho iniziato a guardarla dalla seconda stagione, a pezzi e quando capitava, ma è dalla terza stagione che ho provato un forte interesse quando viene introdotto il personaggio di Patrick e shippavo tantissimo lui e David. E spoiler, la foto che ho scelto ritrae il cast nell’ultimo episodio, quando giravano il loro matrimonio!
Infatti, Schitt’s Creek è una sitcom esplicitamente queer, dove la storia d’amore tra David e Patrick è volutamente normalizzata senza alcun accenno di omofobia nel villaggio: i Levy hanno voluto regalare una serie che possa mostrare una romance senza ostacoli e drammi nel mezzo, coronata da una serie di battute.

Quindi, le tematiche sono:
– la caduta dalla ricchezza alla povertà, con la costruzione di nuove abitudini e legami affettivi e sociali;
– la comunità queer;
– tutto il gossip e il dietro le quinte del cinema, della televisione e del teatro;
la ricerca dell’amore e della propria identità;
– tante risate, anche interne alla trama.

Come avrete capito, io ho adorato la serie, mi faceva sognare e martedì scorso quando è andata in onda l’ultima replica mi si è spezzato il cuore. Dovevo parlarne sul blog!

Comunque, Schitt’s Creek non si concentra su un solo personaggio ma dà spazio a tutti: vediamo i drammi esagerati di Moira alla povertà e come il marito cerca di rincuorarla mentre manda avanti il motel, il percorso di maturazione dei figli.
Anzi, il personaggio meglio caratterizzato è Moira Rose, incarnata da una Catherine O’Hara in splendida forma. Mi è dispiaciuto aver guardato la serie in italiano perché in originale era l’attrice stessa a modificare il proprio copione utilizzando un antico linguaggio anglo-canadese; non mi sorprende che abbia catalizzato la quasi totalità dei premi: lei è elegante, iperbolica, una diva delle soap che prima si deve adattare e poi con il proprio narcisismo si butta a capofitto nella vita sociale e artistica del villaggio. Da adorare.

Gli episodi, inoltre, sono molto corti e con un ottimo ritmo. Riescono a mostrare la progressione delle loro vite alternando tutto ciò con grandi dosi di umorismo sempre ilare e graffiante. E la storia procede bene, con continui paragoni tra il lusso della bella vita e la ruralità della località.
Alexis, poi, nei dialoghi continua a citare le feste e le celebrità che era solita incontrare in quanto ereditiera mentre i genitori confrontano spesso la loro realtà attuale agli sfarzi del passato. Solo David apprezza la nuova vita: trova la scopamica Stevie, che diventa poi la sua migliore amica, apre il suo emporio e conosce Patrick. A fine serie, sarà David l’unico a rimanere a Schitt’s Creek col marito e l’amica.

La theme song è molto ritmata con dei tamburi tipo da orchestra militare (quelli piccolini da suonare con le bacchette, per capirci) e pur essendo molto carina mi ha sempre ricordato una cosa militare per l’appunto; la colonna sonora generale invece è molto pop e varia diventando funzione narrativa della scena.

I costumi, il trucco e gli ambienti invece rispecchiano perfettamente i personaggi e la loro astrazione sociale: se perlopiù le scenografie sono semplici perché rispecchiano i gusti di un quartiere canadese immerso nella campagna, i costumi sono caratteristici e descrivono perfettamente i personaggi che li indossano.
Moira, David e Alexis in particolare sono caratterizzati da un vestiario specifico: Moira è la diva che indossa sempre parrucche, trucco pesante e abiti appariscenti e d’alta moda; David è fissato con i maglioni e gli abiti scuri; Alexis è la modaiola che veste sempre sexy e tiene al suo look.
E fanno contrasto con i look più semplici degli abitanti di Schitt’s Creek.

Schitt’s Creek quindi è una perla della televisione canadese che vorrei recuperare guardandola non più dalle 11 all’1:30 di notte ma in prima serata con calma e freschezza; in inglese sub inglese, se possibile.
Una serie fresca, pop, con numerose citazioni e tanti giochi di parole, mai oscena e con tante buone intenzioni che vengono sempre portate avanti con successo grazie a una scrittura intelligente e un cast di primordine. Consigliatissima!

Consiglio 5 film, agosto

Buongiorno! Agosto è passato e con ciò tre date si avvicinano prepotentemente:
-il matrimonio di mia sorella
-la fine del mio lavoro
-il mio compleanno
Ma oggi siamo qui per parlare di cinema e quindi, come ogni primo del mese, ecco qui la Top5 delle mie visioni mensili!

Cute girl. Debutto cinematografico del regista Hou Hsiao-hsien, è una commedia taiwanese del 1980 ambientata tra Taipei e le campagne circostanti. La storia ruota attorno all’amore tra due giovani, lei di ottima famiglia e lui presentato come un architetto; dopo essersi conosciuti per vie traverse in campagna dove lui era lì per lavoro e lei per sfuggire dagli impegni e dalla famiglia, si ritrovano in città. Dovranno lottare per il loro amore. Il film è veramente delizioso, ha una comicità elegante che gioca sulla regia e le angolazioni per stupire lo spettatore, oltre a mostrare un cast affiatato e scene molto allegre. Le musiche aiutano tantissimo a creare questa atmosfera molto giocosa e piena di speranza. A costruire il dramma, esiste il lato sociale e familiare del Taiwan e della Cina: lei è già impegnata e quindi sa già che il loro amore non è destinato a durare! Lo consiglio vivamente, lo trovate su Raiplay.

Scarpette rosse e i sette nani. Intelligente film d’animazione che rielabora le fiabe europee, in una storia che riflette sull’immagine e sull’importanza che essa detiene nei rapporti umani e sociali. I dettagli di trama e grafica sono ammirevoli e tutto fila tranquillamente con il giusto mix di avventura, magia e umorismo: una piacevole commedia per bambini e adulti con personaggi molto interessanti.

Questo pazzo sentimento. Commedia con una Bette Midler in ottima forma, semplice e senza pretese; quando la scelsi su TimVision pensai fosse tipo a It’s Complicated con Meryl Streep, anche se qui la relazione adulterina tra ex-coniugi è non solo plateale ma fonte di scandali. Molto simpatico come film, niente di innovativo ma i protagonisti forniscono buone prove di recitazione, il cast di supporto lavora bene. Consigliata per una serata di tranquillità.

Batman Returns. Ne ho parlato abbastanza qui.

Occhi senza volto. Cult, gotico moderno in bianco e nero del 1959 che potete trovare su Raiplay. Stupendo, elegante e profondo. Non mostra mai l’orrore ma l’angoscia e la disperazione regnano sovrani, almeno nella villa, aiutati da una colonna sonora potente; tutto ciò contrasta moltissimo con le scene all’aperto, dove la folla urbana e un allegro motivetto risollevano il morale ed esaltano la cupezza della villa degli orrori. In un certo senso, lo scienziato pazzo è anche capibile: come dice lui, il suo lavoro potrebbe fornire all’umanità un successo senza precedenti! Ma ciò che colpisce veramente è la maschera della figlia, un volto inespressivo che mostra la disperazione solo attraverso gli occhi che rappresentano l’unico punto della ragazza visibile. Capolavoro, lo dovete vedere.

E siamo giunti alla fine. Conoscete tutti i film che ho citato? Qual è la vostra Top5 del mese? Ciaoo!^^

Batman Returns: i freak invadono Gotham + Buon compleanno Tim Burton!

Il 25 Agosto 1958 nasceva Tim Burton, uno dei più grandi artisti eclettici e sognatori del cinema.
Batman Returns uscì nei cinema nel 1992, quest’anno festeggia il trentesimo anniversario.


Buongiorno! Oggi torno con uno speciale burtoniano per due grandi anniversari molto importanti!
Sono molto felice di parlare di questa perla dei cinefumetti, anche se devo ammettere che da piccolo non capivo cosa ci fosse di tanto straordinario in essa: pochi combattimenti stratosferici ma più risse da strada, tanta politica e una riflessione sull’eroe e i freak. Sono felice di apprezzarlo ora.

Trama:
Batman riemerge dalle tenebre e dal mistero della notte per un’altra avventura a Gotham City. Questa volta deve combattere il malvagio, folle e pericolosissimo Pinguino oltre a doversi occupare anche di una seconda minaccia: la subdola e seducente Catwoman.

Temi:
– decostruzione dell’eroe
– solitudine
– dualità
– maschere pirandelliane

Introduzione:

Batman Returns è un film molto intenso che in due ore racconta della lotta politica dell’alta borghesia di Gotham che è costretta a vedersi rinfacciata ogni sua ipocrisia: uomini emergono da metaforiche fogne, donne rivendicano la loro libertà fin troppo a lungo repressa, politici corrodono le risorse in nome della propria autorità e forse una figura archetipica e fissa come Batman non è più adatta ai tempi!

Tim Burton riesce a costruire una fiaba dove sono i freak a regnare e dove, ancora una volta, il Cavaliere Oscuro risulta il personaggio meno intenso della partita. A regnare nell’immaginario di questa fiaba dai toni scuri sono due personaggi: il viscido Pinguino e l’ambigua Catwoman.

Catwoman:

Catwoman per Burton era sempre stata fonte di attrattiva, assieme al Joker. Vederla poi interpretata da Michelle Pfeiffer è stata la perla al lavoro: lei è perfetta per il ruolo. L’attrice si era allenata nell’uso della frusta per poter recitare tutte le scene con essa, e le sue incredibili espressioni che fa quando per esempio viene rianimata dai gatti sono genuine!

Personalmente trovo che le si addica molto il trucco burtoniano e insieme i due hanno creato una delle antieroine più iconiche della storia, non mi sorprende che poi si siano rincontrati per Dark Shadows. Una donna affascinante e carismatica, dotata di un talento genuino in grado di portare sullo schermo un personaggio afflitto dalla dualità tra la ricerca dell’amore e della vendetta, tra la remissiva e affettuosa Selina e la graffiante e selvaggia Gatta Ladra.

Da notare come Selina Kyle nelle prime scene sia vestita come la tipica cessa: occhiali, capelli raccolti, vestito coprente e dal colore smorto; e sia caratterizzata dalla tristezza grazie a un carattere remissivo e un appartamento femminile ma volutamente desolante. Con la trasformazione invece scopre il trucco, distrugge quella che era la sua tana sicura per approcciarsi al mondo e indossa un costume chiaramente sadomaso.

Due sono le citazioni da ricordare del personaggio:
“I don’t know about you, Miss Kitty, but I feel much yummier!”
“Always waiting for some Batman to save you!”

Il Pinguino:

Il Pinguino, invece, non esercitava molta attrattiva su Tim Burton e quindi, per renderlo più tragico e interessante, ha preso a piene mani dalla storia di Killer Croc aggiungendo il tema del circo per maggiore varietà.
Per Tim Burton i veri villain hanno sempre una tragedia alle spalle: infatti nel prologo ci viene presentato Oswald Coblepot non come un bel bambino ma come una bestia feroce e orrorifica; e bisogna attendere la prima scena dopo i titoli di testa per la presentazione fisica.

Girare le scene del Pinguino per Tim Burton è stato molto difficile: essendo Los Angeles la città ospitante dovevano raffreddare gli studios per il benessere dei pinguini e le location erano sempre molto strette.
Ma almeno la morte del Pinguino, così lunga e straziante, è piaciuta a Tim Burton: non apprezzava particolarmente il personaggio, ha avuto difficoltà a gestire gli studios, ma almeno con il Pinguino ha potuto mettere in scena la tragica e fondamentale lenta morte del mostro! Come nei monster movies di una volta, quelli che apprezza tanto.

Danny DeVito per molti è troppo caricaturale ma secondo me è molto buono per il ruolo dell’incel voluto nemmeno dalla società. Curiosità: più si arrabbia e più la sua bocca si scurisce e gronda schifezze.
In lui il ruolo dell’outsider, del freak genuino, che cerca di imporsi sulla società che lo ha rifiutato, è chiaro ed evidente. Anzi, nel film il Pinguino si autodefinisce colui che riporta a galla i segreti, scava nella menzogna e in quanto custode delle menzogne di Gotham si ritiene in grado di sconfiggere non solo la borghesia ipocrita ma perfino Batman. Un pelino arrogante.

DeVito un grande attore, se il film non fosse stato così dialogico le sue scene potevano essere mute e si capiva lo stesso tutto.

Gotham e i personaggi secondari:

Gotham qui è sempre più cupa, straordinariamente abitata (se ci fate caso, i film burtoniani non sono mai molto popolati) e realizzata molto spesso tramite modellini. E qui torniamo al suo amore per i modellini e la stop-motion, di cui avevo già discusso tempo fa in questo articolo.
Per esempio, lo zoo è interamente filmato su un modellino per permettere quelle bellissime riprese aree e la costruzione di quei fantastici edifici dalle forme strane e peculiari.

Gotham è grande, un labirinto di grattaceli fondati sul duro lavoro operaio, come indicano le enormi statue in piazza. Certo, quando vengono rapiti i bambini mi aspettavo diverse cose: che il trenino fosse più lungo per contenere ben più bambini; che si fermasse in una zona residenziale leggermente più di alto rango; che la scena fosse più lunga e non solo funzionale alla trama.
Sembra quasi che Tim Burton abbia pensato Gotham come basata sugli operai e il loro lavoro senza mai mostrarli veramente perché alle feste pubbliche o private ci stanno solo gli uomini ricchi.

Il castello Wayne invece è lontano dalla città, per permettere a Bruce Wayne di godere della solitudine e della privacy che tanto ricerca; anche se alla fine del castello ci sono rivelate solo la Batcaverna e la sala col camino.

Shreck, che è interpretato da Christopher Walken, è forse il vero villain della storia. Viene ricattato dal Pinguino per i suoi affari sporchi e si vede costretto ad aiutarlo; cerca di convincere Bruce Wayne a perora la sua truffa; cerca di uccidere più volte la povera Selina Kyle.
Oswald non ha tutti i torti a chiamarlo un mostro.
Walken interpreta questo personaggio viscido e ambiguo splendidamente. Ha un’espressività assurda, Tim Burton adora lavorare con lui e non mi sorprende che anni dopo i due tornino a lavorare insieme in Il mistero di Sleepy Hollow!

E per concludere, Michael Gough ci regala un sobrio e scaltro Alfred. Qui aiuta Batman dalla Batcaverna e, cosa ben più importante, stimola la relazione tra Bruce Wayne e Selina Kyle.
Interessante curiosità: c’è lui nella prima scena dopo i titoli di testa!

Batman Returns è un grande film, grande film che Tim Burton all’inizio non voleva nemmeno fare. Ma alla fine lo ha girato, anzi lo ha costruito, a mano con amore. Qui si riflette sulla figura del freak e dell’eroe, sulla società perbenista e sul ruolo sociale delle persone.

Unico neo la sceneggiatura, che presenta alcuni buchi di trama. Un esempio piuttosto semplice da notare è quando in una scena Bruce Wayne sembra empatizzare con il Pinguino perché il villain proclama in televisione la sua intensione di ritrovare i propri genitori, salvo poi nella scena successiva Bruce Wayne è nella Batcaverna a indagare perché trova tutto ciò sospetto.

Grazie Tim Burton e buon compleanno!

PS: non mi sono dimenticato di Michael Keaton come Batman/Bruce Wayne, ma ne ho già parlato per il prequel. Ciao!

PPS: avete capito qual è il mio personaggio del film? 🙂

Un amore distrutto dall’odio

“ Non troppo tempo fa in una terra vicina vicina e durante una notta tempestosa, una ragazza dai lunghi capelli rossi di sangue corse al suo laptop e sporcandolo tutto digitò sulla tastiera, cercando un indirizzo internet. Era appena riuscita a scappare, gli aveva piantato un coltello nella tempia, a quello più vicino, mentre all’altro non aveva nemmeno pensato: doveva scappare. Sapeva che stava arrivando con quella sua amica, quella dotata di uncini, la stavano cercando l’avrebbero trovata. Il dormitorio non era così grande…
Gli occhi gialli guardarono la pagina caricarsi e poi scelsero nella lista di sezioni quella che poteva dargli una risposta: Creature Misteriose & Mitologiche. Però ci metteva troppo a caricarsi e li sentiva arrivare! I lunghi capelli toccavano terra e i pezzi di metallo ad essi continuavano a strusciarsi sul legno, provocando inquietanti fruscii che terribili si univano alle risatine della donna che guidava lentamente l’ansimante suo amico. Ormai erano alla porta!
Consapevole di non riuscire a scoprire altro, la ragazza corse in bagno e si guardò allo specchio, rivoltandosi per ciò che vide. I capelli di carbone si erano tinti di porpora, la pelle chiara era rossiccia e la tuta che aveva usato per correre le era rimasta incollata, zuppa qual era di sangue. Le ricordava un film quella visione ma non volle approfondire: chiuse la mano a pugno e ruppe lo specchio, urlando di rabbia e fregandosi delle schegge: al massimo doveva preoccuparsi di avere rivelato la propria posizione ai suoi inseguitori! Quindi dalle macerie raccolse un coltello corto ma con un filo sottilissimo, nascosto fino a un secondo prima dietro al vetro riflettente dello specchio.
Ora si balla, carni da macello. E io sono la vostra macellaia!
Ora erano alla porta della camera e sentiva che l’uomo stava caricando. Lo sentiva ansimare, lo sentiva muggire con la sua bocca ricolma di carne cruda, grosso enorme come un vitello cannibale! E poi Bang! I due entrarono e si guardarono attorno, mentre i lunghi capelli di lei prendevano possesso della stanza posandosi sulla foto di due bambini che sorridevano all’obiettivo a bordo di un carro armato, poi sul letto ricolmo di libri di mitologia e dell’orrore, quindi sul tappeto sporco della scia rossa che partiva dall’entrata e arrivava alla sedia girevole viola scuro e infine sulla porta dell’armadio a destra e del bagno a destra. L’uomo si limitò ad aprire al massimo le narici e fiutare la sua preda. Nel bagno.
Subito si preparò a caricare per sfondare ciò che li separava dalla belle brunetta, consapevole che la sua alleata non sarebbe mai riuscita a sfondare una porta in legno con i suoi uncini: non aveva abbastanza forza! E allora prese la carica. E allora abbassò la testa e piegò il braccio, pronto a distruggere pure quella misera lastra di legno che miseramente separava quei due mostri dalla loro preda. E allora corse ruggendo contro la porta, con le corna perpendicolari pronte a uccidere quella ragazza tanto stupida da barricarsi in un bagno. E morì.
La ragazza dai lunghi capelli neri ma completamente sporchi del sangue del suo primo aguzzino aveva aperto la porta completamente, sbilanciando la corsa del toro e incastrandolo nella finestra, fabbricata fortunatamente proprio davanti alla porta, centrale alla stanzetta. Subito Jennifer aveva richiuso la porta bloccando il demone senza mani e lasciandolo solo con le sue urla acute di rabbia e frustrazione e aveva tagliato i tendini delle ginocchia all’individuo davanti a lei, mentre di dimenava cercando di uscire da quella trappola ma invano; quindi, accasciatosi, la bella brunetta gli aveva conficcato da dietro il coltellino proprio nell’ultima vertebra, quella che collegava il cranio al corpo, e rimestava entrava e usciva a piacimento saliva e scendeva mentre nuovo sangue scaldava quelle dita sapienti. Quindi aveva spalancato ancora di più la finestra e lo aveva espulso, facendolo precipitare per cinque piani di un titanico edificio.
Ora toccava al demone giapponese e la bella sadica aveva una splendida idea. Quindi uscì sul balcone e le gridò di seguirla, sicura che la donna non avrebbe perso l’occasione di trafiggerla con i suoi innumerevoli uncini e mangiarsela lentamente. E… 


Tom aveva richiuso il libro e mi aveva guardato, con uno sguardo intenso. Gli piaceva scrivere di cose non troppo leggere e anche se non era molto bravo la passione che ci metteva rendeva tutto più interessante, intrigante e affascinante. Ci eravamo conosciuti grazie al laboratorio di scrittura, subito piaciuti. Di lui mi piacevano la grande fantasia e l’allegria che sprigionava, gli occhi grigi che colpiti dal sole diventavano argentei, i capelli rossi e morbidi, da accarezzare, il fisico poi ovviamente. Anche io scrivevo, scrivevo di una ragazza una fata tipo, che andava in un castello e finiva nei guai; un racconto incompleto ma mi piaceva scrivere e ciò mi accomunava molto a lui… A Tom.

Quel giorno era venuto a casa mia per la prima volta, ci vedevamo sempre fuori. Sulla porta di casa, faccia a faccia, mi aveva baciato scherzosamente con un bacio a stampo e dopo un abbraccio molto caloroso e profondo, era entrato. Dopo essersi fermato un attimo sulla porta del salone a contemplare la brutta stanza ammobiliata solo da un grande divano giallo posto davanti al televisore e dalla poltrona a fiori di mia mamma, si era sfilato lo zaino e seduto sul divano, facendomi segno di imitarlo al suo fianco. Felice, ero accorso a soddisfare la sua richiesta e chinandomi a togliere dei cuscini avevo tirato fuori il mio bellissimo quaderno su cui scrivevo racconti. Quando avevo iniziato a raccontare, lui si era tolto la maglietta mostrando un fisico scolpito e notato che continuavo a leggere nonostante ciò ridendo si era messo ad ascoltare senza battere ciglio, preso dalla lettura composta con tanta volontà ma poco talento.

Eccola qui:
Era un fredda notte d’Inverno, la flebile candela disegnava giochi di ombre sul suo volto, mentre il resto della camera era avvolto nel buio. Lucinda scriveva sul suo diario frasi di ansia, di terrore, temeva: la misteriosa figura di cui non riusciva a scorgere il volto la osservava, dalle profondità dell’antico castello di pietra solida e fredda, e lei ricambiava lo sguardo. Il grande orologio a pendolo suonava la mezzanotte e il suo rintocco scuoteva il cuore della povera ragazza, che non sapeva cosa fare: avvisare gli amici che la presenza era effettivamente lì oppure solo la padrona di casa, annidata nella Torre Est? Lei non lo sapeva. Le sembrava quasi di scorgere, quando non guardava, le figure dei quadri terrificanti muoversi dalle torture in cui erano raffigurate e sporgersi verso di lei grondando sangue sul pavimento; oppure che qualcosa mentre dormiva si muovesse sotto al letto e nel buio provasse a strisciare verso di lei e le mangiasse il viso; o che dalle finestre di vetro temperato qualcosa entrasse di soppiatto con gli artigli scoperti e le zanne pronte a banchettare lasciandola per sempre in quel castello buio e freddo. Di questo scriveva nel suo diario, una scrittura piccola, sottile, claustrofobica come si sentiva in un posto dove le sue peggiori paure sembravano realizzarsi.
Facendosi coraggio, dopo che l’orologio a pendolo aveva suonato altre due volte, la ragazza con braccio tremante afferrò la candela e si alzò e, temendo che una mano dal buio l’afferrasse, iniziò a camminare verso il centro della stanza e, posta la luce sul pavimento, tremando si inginocchiò. Guardò che sotto al letto non ci fosse niente, ma singhiozzò: nel buio qualcosa si muoveva! Era veloce, piccolo ma la guardava con occhi maligni, correva verso di lei. Subito, lei si ritrasse e cadde, per colpa dello slancio, nell’armadio e tutti gli appendini le sembrarono afferrarla come dita scheletriche. Urlò, invano. Il topo continuò la sua corsa fin sotto l’armadio e scomparve nel buio da dove era comparso.
Lucinda, con il viso rigato dalle lacrime, si dispiacque di avere urlato perché nemmeno lei sapeva quali orribili serpenti aveva risvegliato, quali incubi la attendevano in silenzio con calma, quali spaventi la avrebbero colta, la mano nel buio che l’avrebbe presa. E due colpi, a malapena udibili nel silenzio che stava ingoiando l’anima della povera ragazza, provennero dalla porta spessa, che lei, con il cuore in gola, aprì.”


E solo dopo avere avuto un suo parere feci quello che aveva sperato fin dall’inizio, con un sorriso sulle labbra e la gioia negli occhi. Mi piaceva baciarlo, sentire le sue labbra, la lingua sul collo e là dietro all’orecchio. Mi piaceva sentirlo, vicino a me, caldo e… Beh, non serve dilungarsi troppo! Ci eravamo divertiti, è ovvio.

Alla fine, dopo che se n’era andato, rimasi abbastanza soddisfatto della serata: avevamo parlato, migliorato i nostri testi e poi passato il pomeriggio a divertirci come non facevo da tempo. Aveva detto che i miei occhi blu sono fantastici e che era stato davvero divertente passare con me il pomeriggio, che ci saremmo rivisti. Io ero felice all’epoca, era bello (da me l’occhio ha sempre fatto il proprio dovere nella scelta) ed era molto allegro, ottimo per il mio carattere mogio e facilmente deprimibile. Ma non mi richiamò più, per giorni e giorni, finché alla fine decisi che forse avevo affrettato le cose…

Solo dopo una settimana scoprii che era stato ritrovato un cadavere in un crepaccio, vicino a casa mia. Aveva tutto. Documenti, sodi, perfino lo zaino con tanto di quaderno con cui si esercitava a scrivere racconti; non era stata una rapina, ma probabilmente un crimine dell’odio: al giornale hanno detto che è stato torturato prima di morire, prima di essere stato buttato… là… come si butta la spazzatura nel cestino… e alla televisione hanno detto che gli è stato inciso sul petto DIE FAG! Al mio Tom…
Al mio Tom.




The Middle: l’importanza di non mostrare sempre la ricchezza

The Middle è una serie televisiva americana che seguo da parecchi mesi, grazie alle repliche su Italia 2 al primo pomeriggio. Raccontata da Frankie, The Middle è una sitcom familiare sulle vicende degli Hack, una famiglia americana dei giorni nostri.
La particolarità di The Middle? Gli Hack sono quasi poveri.

Non so se ci avete fatto caso, ma molto spesso nei film e nelle serie tv americane la famiglia è legata alla ricchezza.

I film più famosi sono sempre ambientati nei quartieri tranquilli, dove ci sono tante belle villette eleganti in cui sogni e drammi condiscono le trame dei personaggi.
Avete presente?
I grandi giardini verdi su cui il postino ogni mattina lancia il giornale, il lampione sotto al quale gli adolescenti si scambiano il primo bacio, la piscina attorno alla quale si riunisce il quartiere.
E non solo!
Ma anche l’interno delle case è sempre arioso, spazioso e sfarzoso. Le villette americane sono sempre costruite su (minimo) due piani: nel pian terreno c’è la parte della convivialità con soggiorno, sala da pranzo, cucina e altre stanzette mentre al primo piano si trovano i bagni e le camere da letto.

La gente nei media americani più famosi può avere difficoltà a sbarcare il lunario, possono esserci casalinghe depresse che osservano l’idraulico con troppo interesse o la figlia emarginata che a scuola subisce bullismo.
Ma sono tutte persone a basso rischio e con una vita agiata.

Quanti di noi vivono in villette a più piani e hanno studiato nelle migliori scuole, senza mai dover badare alle spese e agli sprechi? Quanti di noi fanno viaggi familiari in altri stati per tante lunghe settimane?

Per fare qualche esempio:
– nei film horror, Scream al massimo, il serial killer si nasconde nella casa e attacca la vittima senza che questa non senta nulla;
Ragazze a Beverly Hills, un intero film su ragazze ricche e le loro vite a scuola;
I Jefferson, una famiglia nera nell’America anni ’80 è descritta come ricca e in ascesa nel loro sfarzoso appartamento;
CSI: Miami, letteralmente ogni caso è legato a un personaggio ricco sfondato.

Questi erano solo alcuni degli infiniti esempi della televisione e del cinema americano. Gli Americani sono letteralmente fissati con la ricchezza. Dopotutto, è proprio su questo che si basa il sogno americano e hanno perfino un detto che lo celebre: the bigger the better.

Ma la povertà dove la mettiamo?

In America, in Italia e nel mondo la povertà e la vita normale supera di gran lunga come numeri la ricchezza ma sembra quasi che gli Americani vogliano sempre metterla sotto al tappeto o nascosta dietro una facciata. Non mi vengono in mente tanti film o serie tv legati al tema della povertà o degli adolescenti problematici.
Qualche nome?
Freddom Writers;
Sister Act;
Pensieri pericolosi;
Spiderman, di Raimi
Una poltrona per due.

The Middle invece ha la forza di raccontare tra le risate tutti gli sforzi che fanno Frankie e Mike Hack per assicurare uno spensierato presente e un roseo futuro ai loro tre figli.
The Middle sembra quasi ambientata dieci anni prima rispetto all’anno di produzione proprio perché gli Hack per molto tempo non possiedono televisori con lo schermo piatto o smartphone ma invece sono sempre a controllare le spese effettuate e si ammazzano di lavoro.

The Middle è importante perché per una volta l’America ha sfornato una sitcom per famiglie in cui non vengono mostrate vite perfette per far solo sognare le madri stanche e i figli svagati, ma anche per mostrare con ironia e leggerezza un lato del mondo che spesso non viene rappresentato perché… beh, diciamocelo: a nessuno piace mostrare il lato peggiore delle cose.

E francamente, mi rispecchio in alcune tratti maggiormente con The Middle che con Modern Family.