VISIONI SENTIERI SELVAGGI: Ombre rosse

Ormai l’idea che mi sono fatto è proprio questa: ‘sti western so’ tutti uguali! Questa volta il racconto è un viaggio da una cittadina di frontiera all’altra, per una comitiva formata da un gruppo piuttosto eterogeneo di individui.
Sempre diretto da John Ford e con John Wayne tra i protagonisti (questa volta tecnicamente un fuorilegge), Ombre rosse mi ha sorpreso per la quasi totale assenza di piani americani!

Il paesaggio qui è sempre il protagonista della scena, con una quantità assurda di campi lunghissimi, lunghi e medi; sono ugualmente frequenti i fondali dipinti e gli schermi proiettati dietro alla carrozza.
Ecco, forse le musiche a una certa erano leggermente ripetitive.

Un film chiaramente americano, fiero della sua americanità, con l’esercito americano che rappresenta il deus-ex-machina e i due outsider (interpretati rispettivamente da Wayne e Trevor) che, forti della propria americanità, si dimostrano i veri personaggi positivi e da ricordare; e che si guadagnano il lieto fine. E ovviamente, essendo un film chiaramente americano, gli Apache sono i cattivi scotennapersone, che si alleano con un celebre criminale del West.

Film molto interessante, con una leggera critica sociale: la presidentessa della buon costume di città ha il marito che ruba gli stipendi! Assurdo. Comunque, preferisco Sentieri selvaggi.

VISIONI SENTIERI SELVAGGI: La fiamma del peccato

Non ho mai visto molti noir nella mia vita, credo che l’unico vero film del prolifico filone cinematografico fosse Black Dhalia, di cui riprende alcuni stilemi. Tuttavia, non sono arrivato impreparato alla visione di La fiamma del peccato perché ho studiato il filone nel mio libro di storia del cinema e sono sempre stato un appassionato di donne letali (basti pensare alla mia Poison Ivy).

La fiamma del peccato è un noir del 1944, diretto da Billy Wilder e con protagonisti Fred MacMurray e Barbara Stanwyck. Che dire? E’ un film un tantino famoso, acclamato perfino dal Maestro del brivido Sir Alfred Hitchcock, quindi beh, non è che io possa dire molto dal basso della mia persona. Un film basato interamente sulla forza della propria sceneggiatura!

Invece noto come il protagonista fosse spesso racchiuso in spazi stretti: uffici, macchine, il proprio appartamento piccolissimo, sovrastato da ombre e linee di forza, si trova sempre in ambienti stretti. Claustrofobia, reale e metaforica, portami via!
Il film procede bene, anche se la seconda parte (a delitto svolto) è leggermente allungata secondo i miei gusti. Invece ho adorato i costumi della femme fatale, ma lei doveva avere buon gusto: quei look le potevano costare 100mila dollari oppure la sua stessa vita!

E voi? Lo conoscevate? Vi ricordo che domani concludo il 2022 con i buoni propositi per il blog in vista del 2023! Ciao!

My Fair Lady, una delizia per gli occhi

My Fair Lady, di George Cukor, è uno di quei film di cui tutti hanno già detto tutto, cos’altro potrebbe dire uno come me? Quindi mi limiterò a fare qualche riflessione sparsa, e a riportare qualche chicca dagli extra del mio DVD.^^

COSTUMI

My Fair Lady è una delizia per gli occhi. Fin dai titoli di testa veniamo accolto dall’eleganza di composizioni floreali, per poi essere catapultati dalle classi aristocratiche londinesi che escono da uno spettacolo teatrale agghindate con abiti sublimi.
Successivamente, la villa del glottologo Higgins ci regala scenografie curate e con carte da parati ricche di dettagli. Oltre alla bellissima scena del bagno con il vapore che puntualmente cresce in relazione alla nudità di Eliza Doolittle, per nascondere le grazie di Audrey Hepburn.
La prossima scena celebre per il lato visivo, secondo me la più eccelsa per i suoi significati narrativi ma anche per le scenografie bianchissime e i capi di moda stupefacenti, è ovviamente quella all’ippodromo. Quando Audrey Hepburn indossa l’iconico abito bianco e nero disegnato da Cecil Beaton. Da notare, che la scena dell’ippodromo è esattamente a metà film.
Per concludere, il sublime incombe con il ballo all’ambasciata, la vera coronazione a livello sociale di Eliza e un’altra scusa per mostrare gli strabilianti ed elegantissimi abiti dell’alta società.
Nelle scene finali, il lato narrativo torna preponderante e quindi si torna a scene domestiche (sempre in ville sfarzose e abiti eleganti) ma il nocciolo sentimentale della vicenda è il punto focale, per cui l’occhio cede il posto al cervello.

Avrete capito ormai che per me il lato visivo di un film è importante quanto lo è la parte recitativa, adoro i film con costumi sfarzosi o capaci di descrivere il personaggio meglio della sceneggiatura!
Quindi, avendo un’edizione DVD con alcuni dietro le quinte, posso parlarvi della produzione di questi abiti sublimi!

My Fair Lady nasce da un musical teatrale, all’epoca lo spettacolo più longevo nella storia di New York; partendo da simili premesse, sono sicuro che i produttori abbiano avuto fiducia nel successo per stanziare la modica cifra di 17 milioni di dollari per il budget!

E che produzione!

Cecil Beaton, già autore delle scenografie e dei costumi dello spettacolo a New York e a Londra, lavorò per ripetere il successo nel film. Da tutto il mondo arrivarono sul set gioielli, tessuti, piume e pellicce; per mesi il Reparto Guardaroba lavorò sui modelli disegnati da Beaton, per realizzare centinaia di capi, creati nei minimi dettagli anche per una singola scena: furono creati più di mille costumi!
Un intero studio divenne il Reparto nel quale gli artisti prepararono gli attori: 17 donne addette ai costumi; 26 truccatori; 35 parrucchiere. Più di 2mila e più di 1,5mila lavori di trucco e parrucco, rispettivamente per attrici e attori. E non solo i costumi, ma anche per le parrucche, le barbe e i baffi!
E gli artisti che preparavano gli attori non erano gli unici ad avere problemi sul lavoro: abiti così costosi ed elaborati potevano presentare problemi anche per le indossatrici! Per esempio, le gonne erano così aderenti e lunghe che le povere donne non potevano piegare le gambe e quindi dovevano sedersi su altissimi sgabelli. E non potevano nemmeno entrare nelle cabine telefoniche degli studios per colpa della larghezza dei cappelli!

E tutto questo, tra preparativi pre-produzione e riprese, converse nel giorno 13 Agosto, quando le 70 cineprese Super Panavision iniziarono a filmare!

Comunque, io sto studiando cinema e quindi qualcosa da dire sul film ce l’ho. Non perché sia originale ma perché la dico io. Iniziamo.

NARRAZIONE E PERSONAGGI

My Fair Lady lo descriverei come una lotta di classi sociali.

Il film si apre con la nobiltà che esce dal teatro, dopo uno spettacolo, e vediamo queste persone agghindate a festa che si riversano nelle strade fino ad arrivare nella zona del mercato (che deve essere vicina al teatro?); è in quel momento che l’alta società si scontra con i coatti, che lavorano già di notte per preparare il lavoro del giorno successivo. E se questo confronto non è già abbastanza, si ascoltino le canzoni: i ricchi parlano di stronzate, di glottologia e dittologia i più svegli; i poveri cantano di un posto caldo dove passare la notte.
Questa scena è importante per diversi motivi: vengono presentati i protagonisti; vengono presentate le vicende principali; si notano le prime tematiche, lotta di classe e identità in primis; dura più di 10 minuti; sono presenti due canzoni, che rappresentano le due classi sociali. La dicotomia è sempre presente in questa scena, com’è presente una certa simmetria di ripresa delle colonne tra le quali Eliza cerca di vendere i suoi fiori.

Con il proseguire della narrazione, è facile capire come i due protagonisti siano Higgins e Doolittle, in una relazione tipicamente romantica: from-haters-to-lovers; lui a insegnarle l’inglese dell’alta società e i modi, lei orgogliosa delle sue origini che spesso in sua compagnia quasi si sente presa in giro.
Interessante che, sebbene il film sia cosparso di campi lunghi per mostrare le sontuose scenografie e campi medi o figure intere per descrivere le espressioni dei personaggi e il loro movimento nell’ambiente, il primo piano venga introdotto dalla regia solo quando Eliza riesce a pronunciare uno dei terribili scioglilingua!

Lo spettatore è partecipe dello sforzo dei personaggi, anche se credo, ascoltando i dialoghi e le canzoni, che gli sceneggiatori parteggiassero un po’ troppo per il personaggio maschile mentre è Eliza la vera eroina! E’ lei che sceglie di mettersi in gioco, di tornare a scuola e di imparare a parlare anche se parlare (e scrivere) lo sa fare benissimo, è lei che sceglie di rinunciare alla propria identità per cercare qualcosa di nuovo e più adatto ai suoi sogni! Inoltre, sia all’inizio sia dopo il ballo lei subisce l’oggettivazione: non è più una donna ma la cavia dell’esperimento, in quei momenti! Ed è lei che subisce lo scherno e la compassione perfino della servitù prima e lo sdegno di Higgins dopo, quando è cambiata! E, infatti, la seconda parte di My Fair Lady si basa proprio sul suo conflitto di identità: anche se sa parlare rimane l’operaia di inizio film o può aspirare veramente a qualcosa di meglio?
Per me, il suo personaggio è scritto benissimo e Audrey Hepburn lo interpreta benissimo!

ANNOTAZIONI TECNICHE

My Fair Lady è un esempio del cinema americano classico e quindi è possibile notare i tipici raccordi. Secondo me questo film aiuta molto a capire il raccordo di sguardo, perché molte volte la cinepresa è situata in modo da ottenere la prospettiva della persona guardante; e in scene come quella in biblioteca, dove due persone discorrono da piani d’altezza diversi, ciò si nota particolarmente.

Parlando invece del raccordo di direzione di movimento, ho notato un piccolo errore in una transizione: si vedeva chiaramente che Higgins era entrato e quindi vedere lui che entra nell’edifico nella scena prima (dal punto di vista sulla strada) e vedere lui che entra dalla strada nell’edificio in quella dopo (dal punto di vista nella hall) è veramente straniante e ridondante; credo abbiano scelto un montaggio del genere per introdurre il piano sequenza e la carrellata per mostrare la hall e come lui rifletta a fine film, ma non era un montaggio invisibile.

Inoltre, il sonoro qui è molto importante: oltre al fatto che è un musical, i rumori del mercato si sentono e i grammofoni del glottologo sono i protagonisti di alcune scene, sia che esse siano discussioni sia che esse siano canzoni.

Per concludere, vi riporto questa citazione in madrelingua che ho preso dal film. E’ qui che la lotta di classe si sente, è qui che si sente tutta la solitudine di Eliza:

He always showed me that he felt and thought about me as I were something better than a common flower girl. You see, Mrs. Higgins, apart from the things one can pick up, the difference between a lady and a flower girl is not how she behaves, but how she is treated. I shall always be a flower girl to Professor Higgins, because he treats me as a flower girl and always will. But I know I shall always be a lady to Colonel Pickering because he always treats me as a lady and always will.

Un vero capolavoro. Una delizia per gli occhi e un esempio di come la Hollywood classica era; altro che ‘sti schermi verdi tristissimi che vanno di moda ora senza un briciolo di sceneggiatura!

VISIONI SENTIERI SELVAGGI: Sentieri selvaggi

Se dovessi descrivere Sentieri selvaggi userei tre dettagli tecnici: campi lunghi, campi americani e profondità di campo (il deep-shot).

Guardare il film è stata dura per diversi motivi. Per chi mi segue è nota la mia poca vicinanza al genere western, e a peggiorare il tutto c’è la questione temporale della narrazione: passano gli anni e noi poveri spettatori dovremmo capirlo… come? Ok, capisco che se all’inizio Debbie era ‘na cea e alla fine è ‘na tosa qualcosa deve essere passato, ma a parte qualche lettera e uno o due dialoghi a riguardo, il passare del tempo è proprio accessorio!

Comunque, Sentieri Selvaggi è un bel film, un cast iconico, John Ford confeziona un racconta di avventura e non di vendetta, una ricerca costante che termina nella riunione familiare che prevale sull’odio razziale.
Il colore rosso domina le scene, come queste panoramiche dentro alle quali gli eroi si muovono a cavallo. Campi lunghi e il medio-lungo sono i paesaggi più frequenti, con queste alture di roccia rossa e marrone che si stagliano nello sfondo, sempre con le nuvole bianchissime ad incorniciare il tutto.
Inoltre, sono presenti le scene in cui la profondità di campo e l’illuminazione regnano: gli inseguimenti e le entrati nei luoghi di riparo. Cinepresa fissa, sono i personaggi ad avvicinarsi, ad allontanarsi dalla luce del deserto per entrare nell’ombra di una casa o di una caverna; ed è con questa modalità che Sentieri selvaggi si apre e si chiude.

Personalmente ho preferito il personaggio di Jeffrey Hunter: lui è il classico meticcio che fa prevalere il lato familiare, lui che l’amore e la misericordia della famiglia l’ha provata sulla sua pelle di accolto. E’ lui che rappresenta il lato civile e la coscienza del protagonista, perché lui rappresenta l’unione dei due mondi. E poi Jeffrey era un gran figo, scoperto ora che morì giovane!

Un bel film, dopotutto. Ho scelto di guardare il film perché sono usciti gli argomenti d’esame, e dobbiamo vedere almeno 2 film per le seguenti categorie: western, commedia, musical e noir; ovviamente, tra quelli caricati nel Drive della scuola (e, sempre ovviamente, non ho capito come cambiare la lingua dal doppiaggio a quella originale, ma intanto l’ho visto).

E voi? Cos’altro avete da dire riguardo a questo grande classico? Ho trovato interessante che film, regista e generi li avessi già studiati nei miei libri!^^

VISIONI SENTIERI SELVAGGI: Chiamami col tuo nome

Consigliato dal mio prof di mestieri nel cinema, Chiamami col tuo nome fa parte della sua lista di film da guardare assolutamente; uno dei pochi recenti, a dire il vero.

Chiamami col tuo nome è un bel film, solo un po’ lungo, e potremmo riassumerlo con l’andamento ormonale dell’estate di Elio.
In pratica, la prima parte è tutta basata sul raccordo di sguardo e semi-soggettive, mentre la seconda allarga la visuale alternando campi più lunghi a figure intere; potremmo dire che la cinepresa adora posarsi su Timothée Chalamet alias Elio, ma il personaggio di cui Elio è invaghito è Oliver e quindi ci sono un sacco di particolari sull’attore Armie Hammer alias Oliver.

And everybody’s watchin’ her But she’s lookin’ at you, ooh, ooh“, citando Rihanna.

Il film si dipana in tre atti, con la realizzazione carnale e non più platonica solo nell’ultimo, ironicamente. Un bel film. Ecco, schifo forte per la scena della pesca, poi io sono estremamente schizzinoso!
A livello visivo invece la cinepresa valorizza la bellezza maschile, sembra quasi di vedere le statue dei titoli di testa. Meglio Guadagnino che Schumacher, rimanendo in tema di come la cinepresa accarezza il corpo maschile, eh! Ma alla fine a parte qualche primo piano di chiappe, è più potente il fuoricampo: il sesso etero viene quasi reso imbarazzante dalla messa in scena, mentre quello tra i due è caricato di molta aspettativa ed espressività recitativa.

Personalmente ho visto abbastanza film del regista e posso notare alcune costanti: la natura preponderante, quasi bucolica; l’amore per il tempo passato; il gioco di sguardi; l’eleganza nella messa in scena; l’importanza della musica; la preferenza verso la bellezza maschile, con il nudo femminile presente ma mai oggettivato; l’amore e la passione come qualcosa di doloroso.

VISIONI SENTIERI SELVAGGI: La corazzata Potëmkin

Studiata a scuola Sentieri Selvaggi per il cinema sovietico post WWI, ho ritrovato gran parte delle informazioni che già conoscevo:

  • una narrazione e un montaggio molto semplici per farsi capire da più plebei possibili
  • una reiterazione delle azioni per evidenziarne l’importanza
  • una grande cura verso i dettagli, spesso per allungare la durata delle scene madri
  • un’iperbolizzazione della crudeltà delle autorità zarista e la pessima vita della popolazione sfruttata
  • la non presenza di un protagonista lungo tutta la narrazione ma invece la presenza di masse viventi

La corazzata Potëmkin è un film molto più guardabile e digeribile (e soprattutto corto) di quanto Fantozzi, con la sua cagata pazzesca, avesse fatto credere in Italia. Un bel film, forse lunghetto nell’ultimo atto e non ho ben capito come si passi dalla corazzata ad Odessa, ma comunque si lascia guardare benissimo. Poi la musica, presente nel filmato che ho visto trovato su YT, è azzeccatissima; ho visto la versione restaurata. Per concludere, La corazzata Potëmkin riesce benissimo a creare la tensione soprattutto in due punti: ovviamente lungo la scalinata durante la strage e poi alla fine poco prima di scoprire che le corazzate che si stavano avvicinando erano alleate.

Un bel film comunque.

VISIONI SENTIERI SELVAGGI: Nascita di una nazione

“La rivolta nella casa del padrone. La Lega dei negri controlla il Parlamento dello Stato, con 101 rappresentanti contro solo 23 bianchi, nella sessione del 1871.”

“Il risultato. Il Ku Klux Klan, l’organizzazione che salvò il Sud dal malgoverno dei negri, non senza aver versato più sangue che non nelle battaglie di Gettysburg, stando a quanto affermò il giudice Tourgee.”

Oggi ho guardato Nascita di una nazione, di Griffith e pubblicato nel 1915. E’ la classica pellicola che apprezzi per i tecnicismi e affossi per i contenuti. Mi ricordo quando ne abbiamo parlato a Storia del cinema, quando il prof ci ha avvisato che molte volte nel nostro lavoro dobbiamo scindere il lato personale/politico dal lato contenutistico/tecnico del film come prodotto artistico.
Ecco, Nascita di una nazione è l’esempio classico di quando fare questa scissione.

2 ore (e 50 minuti) sentite tutte, per una narrazione lenta piena di quadri legati gli uni agli altri da tanti -troppi- cartelli le cui didascalie informano gli spettatori degli svolti narrativi.

A essere sincero, già all’inizio con questi costumi d’epoca e la gradazione di grigi avevo iniziato a confondere i personaggi. Poi dalla seconda metà, più o meno quando la scema si butta giù dal dirupo (che secondo me Gus non aveva intenzioni cattive), il caos regna sovrano e l’attenzione è calata bruscamente.
Ho capito solo che: il Vicepresidente è il cattivo; i neri sono dipinti come nei peggiori sogni dei razzisti AKA nuovi tiranni che fanno ai bianchi ciò che i bianchi americani hanno fatto ai neri per secoli; il Ku Klux Klan è il salvatore della patria.

Vabbeh, bello il lato tecnico con le invenzioni dei vari raccordi e simpatica pure la colonna sonora. Ma il film ha qualcosa di sbagliato nella sua natura intrinseca, e questo perfino un bambino lo capirebbe.
Povero Griffith, come sfancularsi la carriera. LOL.

VISIONI SENTIERI SELVAGGI: Aurora

A dire la verità, ogni lunedì mattina guardiamo a scuola, durante le ore di Visioni, opere legate alla lezione di Storia appena svolta. Un giorno abbiamo guardato i cortometraggi Lumiere montati insieme, per dire.
Non ne parlo perché raramente sono cose finite, film veri e propri e poi li guardo a distanza di ore da quando accendo il computer.
Oggi abbiamo guardato Aurora (del 1927), il primo film di Murnau in America ed il primo film ad avere la colonna sonora sincronizzata con la narrazione filmica: non a caso è considerato l’ultimo capolavoro del cinema muto, con il sonoro che sarebbe esploso negli anni seguenti.

Aurora dura un’oretta e mezza, anche se ho percepito la lunghezza della pellicola come doppia. Di Murnau avevo già visto Nosferatu, il grande cult del cinema horror e gotico, sinceramente ritengo sia un film più accessibile di Aurora e avrei scelto quello per presentare i film di quell’epoca.
Inoltre, molti dei miei compagni di classe non sono abituati a film del genere (io non faccio testo, sono col cell in mano anche se guardo Biancaneve della Disney, non ho grandi capacità di attenzione) e quindi per la maggior parte della visione, soprattutto verso la fine, diciamo che il silenzio non era di casa. Con le ragazze in prima fila che hanno giustamente manifestato rimostranze.

Il film parla di un fedifrago campagnolo che viene convinto dall’amante di città ad annegare la moglie in mare. Già qui mi immaginavo una trama drammatico, ben sapendo dalla mia guida al cinema erotico e porno che gli amanti che osano andare contro il matrimonio e le autorità fanno fini ben tapine (figuriamoci negli anni ’20). Tuttavia, il film prende un’altra direzione: lui ha i rimorsi e si riscopre innamorato della moglie, con la quale passa tutto il resto della giornata cercando di farsi perdonare prima e come fidanzatini e neo-sposi poi. Ecco, questa seconda parte l’ho trovata fin troppo piena.

Il film è vincitore di 3 Oscar, nell’anno di lancio della cerimonia. L’attrice che interpreta la moglie è la prima attrice nella storia a vincere l’Oscar alla migliore attrice!
Come si può intuire, il cast è eccelso, con una mimica facciale e l’espressione corporale veramente parlanti. Murnau d’altro canto ha il merito di unire l’espressionismo tedesco con lo sfarzo e la narrazione americani.

Il film dal punto di vista tecnico è veramente interessante: sovraimpressioni, montaggio alternato, trucchi gotici e una colonna sonora che finalmente sposa la scena!

Un bel film, forse troppo lungo, ma sicuramente molto bello da guardare forse in condizioni migliori che non siano l’aula scolastica pure fredda! E voi, lo conoscete? 😁

VISIONI SENTIERI SELVAGGI: Il padrino

Tre ore e come non sentirle.

Questo film, assieme agli altri della trilogia, lo avevo già visto, Il padrino più di una volta; ma erano anni che non lo riguardavo anche perché non amo i film infiniti. Ma era in lista, è su Netflix, alla fine l’ho ri-guardato.

Iniziando a studiare cinema ho notato molte cose importanti:

  • il montaggio parallelo nella scena del battesimo
  • l’arco evolutivo di Michael che lo rende il protagonista
  • la scena del duplice omicidio al ristorante, punto di non ritorno, proprio a metà film
  • molti primi piani, mezzi busti e la cinepresa sempre ad altezza occhi
  • i raccordi di sguardo tipici del cinema classico
  • la scelta di Michael di entrare negli affari di famiglia nella scena in ospedale

Inoltre, fin dalla prima scena possiamo notare il grande potere del padrino; e soprattutto quanto questi italo-americani ostentino la loro italianità! Cantanti d’opera, musiche popolari italiane, la pasta con le polpette! Ci mancano solo il mandolino e la mafia… ah, no, quella c’è. E in un’altra scena ci sono pure i cannoli.

Quanto gli americani siano senza origini il film lo spiega dettagliatamente, veramente ridicola ‘sta famiglia che si sente italiana ma ha bisogno di un interprete per parlare con un italiano vero. Scena poi resa malissimo nell’adattamento: capisco con Michael che da bravo ignorante americano parla americano, ma è straniante sentir parlare Michael in italiano e sentire il traduttore ripetere le stesse cose in italiano! Non potevano pensare a qualcos’altro?

A parte queste riflessioni, il film è molto bello, qui Al Pacino e Marlon Brando bucano lo schermo; Coppola ha veramente confezionato un capolavoro, ma anche Nino Rota ha aiutato moltissimo.
Dopotutto è un cult, no?

I migliori film di Novembre

Buongiorno! Come ogni primo giorno del mese, anche oggi torno per condividere le 5 visioni migliori del mese appena trascorso! E visto che durante Novembre ho guardato molta roba, questa lista sarà ancora più soggettiva del solito: sapete benissimo che le visioni accademiche sono state tante, per cui ho preferito stilare una Top5 più di cuore che di mente.

Buona lettura.^^

Nightbooks. Gioiello su Netflix, parla di un bambino che ama scrivere racconti del terrore ma che, per fatalità, si ritrova a doverne scrivere forzatamente per soddisfare una malvagia strega. Horror per pre-adolescenti, è un film dalle belle atmosfere, costumi azzeccati per descrivere i personaggi e una sensazione di inquietudine costante; sensazione che sfocia in un finale che omaggia una delle fiabe europee più celebri, momento che regala le scene più creepy anche per un pubblico adulto meno avvezzo all’orrore.

La città incantata. Capolavoro Ghibli, racconto di formazione di una stupidella che si ritrova a dover lavorare per esseri soprannaturali. Qui si respira la cultura orientale a pieni polmoni con le loro divinità, l’importanza al bagno e all’ospitalità. Un mondo lontano e misterioso, pieno di magia e situazioni meraviglianti. Una fiaba che si dipana in due con lenta dolcezza. Stupendo.

Nausicaa della valle del vento. Altro capolavoro dello Studio Ghibli, questa volta il genere è fantascientifico con tematiche ecologiste. Pure qui le ambientazioni e il world-building sono straordinari, con una protagonista che si rende legame necessario tra l’umanità in declino e la natura sempre più inospitale. Con un finale strappalacrime (da cui Pokémon con il suo primo lungometraggio deve essersi ispirato) e una protagonista coraggiosa, il film racconta di un mondo lontano nella distopia ma possibile nella sua realizzazione: se non staremo attenti con la chimica, l’inquinamento e le bombe atomiche, potremmo ritrovarci anche noi con gli insetti giganti che ci minacciano!

Il monello. Unica visione selvaggia della lista, è il film che più mi ha colpito. Una storia semplice che racconta di un rapporto meraviglioso. Non avrà molti dialoghi, ma non ne ha nemmeno bisogno: dolce, semplice, d’impatto. Charlie Chaplin confeziona la storia genitoriale perfetta, capace di commuovere anche solo con la loro mimica facciale e fisica.

Glass Onion: A Knives Out Mystery. Ultimo film visto al cinema, mai fatte tante risate di recente come con questo film! Rispetto al primo, che sapete ho adorato, la struttura è stata rinnovata: cast più debole (anche se con qualche nome di spicco) anche se in parte, un’indagine che si riscopre con una sorpresa verso la fine, plot-twist fantastici, il detective ora chiacchierone e molto più umano, battute e tempi comici perfetti. Bravissime Kate Hudson e Kathryn Hahn (lei finalmente è esplosa, anche se sempre come supporto). Musiche assurde. Film da recuperare e finanziare al cinema (o se non ci riuscite, su Netflix) assolutamente!

PS: ho dovuto scegliere tra 27 film!
PPS: preferite per dicembre una lista sui film ispirati a fiabe e racconti popolari oppure una nuova con i vampiri?