Racconto originale: Luminosa

Era stata una giornata soleggiata, calda.

Quando aveva posato il pettine d’avorio lavorato a mano e scolpito con le figure di un fiore morente, quando lo aveva posato sul comodino al fianco del letto non avrebbe mai potuto immaginare cosa quel giorno le sarebbe successo. Le sue labbra umide erano annoiate, passava il tempo a mangiucchiarsele mentre con le unghie nere con pois argentei tamburellavano sul tavolino servitore in mogano. Quando aveva posato il pettino d’avorio la luce del mattino la cercava, ma nonostante la luminosità della stanza quell’esile raggio non riusciva a oltrepassare la testata del letto: lei era nell’ombra mentre l’insegnante paonazzo di sudore farneticava davanti a una lastra nera piena di decorazioni inutili.

Era stata una giornata soleggiata, calda. Luminosa.

La aveva infastidita parecchio avere subito il dovere di sprecare una delle rare giornate di sole nella sua camera, dentro all’ombra con l’apparecchio appoggiato al mogano sulle lenzuola di lino rosso. Era stanca di dovere passare le giornate chiusa in casa, come se fosse una vergine chiusa in attesa che un signore le facesse la proposta di matrimonio; prima di passare di proprietà. Pure in quella giornata chiaramente soleggiata, per quanto le tende nere tirate potessero lasciare intendere, era dovuta restare in casa ad ascoltare ciò che quel noioso aveva da dire al resto della classe.

Era stata una giornata soleggiata, calda. Luminosa. Sprecata ad ascoltare.

I lunghi capelli d’oro, quasi scolpiti e manipolati in lunghi ricci con gli attrezzi del divino Efesto, le incorniciavano il viso lentigginoso. Era bianca, come il latte più puro senza alcuna impurità. Solo le lentiggini rosse sul naso e le guance rosee dipingevano distrazioni possibili a quegli occhi viola, scuri, profondi, in realtà di un blu così oscuro che la gente osservandola potesse ingannarsi di adorare una dea scesa in terra. Li aveva appena pettinati, lo strumento bianco era ancora posato sul comodino a fianco del letto a comodino, ma aveva subito ripreso a passarseli tra l’indice e il dito medio; il resto delle punte le coprivano il corpo che le lenzuola non erano in grado di coprire. Sospirava intrappolata nella trappola di mogano. Molte volte gli occhi le cadevano verso la testata, verso l’unica finestra, verso l’unico balcone della stanza; prontamente coperto con scuri tendaggi dalle servette imbecilli.

Era stata una giornata soleggiata, calda. Luminosa.

Era stata una giornata lunga e calda. Se qualcosa fosse successo lei se ne sarebbe accorta: ore passate rintanata a letto ad ascoltare un professore ciarlare mentre lei era rinchiusa nelle proprie stanze per studiare. Erano settimane, poi mesi, ora perfino anni che le costrizioni la costringevano a rimanere costretta a letto o se osava uscire costretta a indossare una maschera che nascondesse il naso e la bocca che tanti sventurati bramavano ma che lei non aveva mai concessa. E passava le ore con il suo strumento, di dolori e di piacere, di assuefazione e di dipendenza, per ascoltare ciò che i professori dal vivo non potevano ascoltare, per comunicare con persone non incontrate mai veramente o conosciute profondamente. Stava costretta a letto perfino in una giornata luminosa. Calda. Come lei.

Era stata una giornata calda.

Ma fu quando il computer si spense che rimpianse totalmente di non stare correndo a piedi nudi nel parco della sua villa che soleva chiamare giardino! Quando ogni attività nel mezzo si spense, lo schermo si oscurò e il riflesso di una deliziosa e pura ragazza dai capelli d’oro e le labbra fragolacee si mosse.

Luminosa.

Mentre si riprendeva dal suo spavento ignominioso, si accorse che aveva scalciato dal terrore: il tavolino appoggiato alla pelliccia di orso bruno che le fungeva da coperta si era ribaltato, con esso il congegno elettronico ormai irreparabilmente spezzato nei due pezzi della sua conchiglia. I lunghi capelli non erano più posati sui seni ma avevano deciso di plasmare la figura di una calda nube del tramonto senza vento, sparsi nell’aere, le labbra rosse si erano contratte in un urlo osceno, gli occhi viola si erano dilatati prima di venire racchiusi nelle palpebre per lunghi ed estemporanei minuti. Quando si riprese, si tirò a sedere, guardò alla propria destra e trasalì, coprendosi la propria viva purezza con la pelliccia morta: non era sola.

A osservarla in piedi si stagliava una donna altera, bella, di trascendente potenza. I lunghi capelli ricci le ricadevano mentre un sole splendente e luminoso li irradiava come fossero una piccola massa astrale capace di illuminare lo spazio circostante. Gli occhi blu così profondi da apparire violacei agli occhi esterrefatti della ragazza la fissavano rilassati, mentre le belle labbra scarlatte sorridevano placidamente. Indossava una veste trasparente che nascondeva in bella vista il corpo scolpito nella grazia divina, la copriva come se fossero state le lenzuola strappate via dal materasso di un letto a baldacchino, se si sforzava molto concentrandosi in tutta quella magnifica immensità, la ragazza poteva anche scorgere quelli che sembravano peli marroni sparsi sulla veste come se qualcosa simile ad una pelliccia vi fosse stata posata fino a un attimo prima. Ma erano gli occhi così profondi da apparire violacei agli occhi esterrefatti della ragazza che ne catturarono definitivamente l’attenzione: erano calmi, uno sguardo calmo, calma fu la voce che la ragazza udì:

«Ave, Maria, grátia plena, Dóminus tecum. Benedícta tu in muliéribus, et benedíctus fructus ventris tui, Iesus. Sancta María, Mater Dei, ora pro nobis peccatóribus, nunc et in hora mortis nostrae…»

E si inchinò mentre la ragazza, studentessa modello di un liceo classico, sbarrava gli occhi nei pressi della propria turbazione per gli eventi che sconvolsero la sua giornata calda, torrida e soleggiata passata fino a quel momento nell’ombra.

Book tag: Would you rather…?

Buongiorno! Oggi voglio proporre una tag che ho conosciuto grazie a Eleonora, una blogger che seguo e che parla essenzialmente di letteratura; potete trovare la sua tag qui. Questa tag è molto simpatica perché è incentrata sui libri e non partecipando a nessuna catena da un po’ di tempo ho deciso fosse un bel modo per passare la parola!

Le domande sono:

  1. PREFERIRESTI LEGGERE SOLO SAGHE O AUTOCONCLUSIVI?
  2. PREFERIRESTI LEGGERE SOLO AUTORI MASCHILI O FEMMINILI?
  3. PREFERIRESTI COMPRARE SOLO IN LIBRERIA O SU AMAZON?
  4. PREFERIRESTI CHE I LIBRI DIVENTASSERO SOLO FILM O SERIE TV?
  5. PREFERIRESTI LEGGERE SOLO CINQUE PAGINE AL GIORNO O CINQUE LIBRI A SETTIMANA?
  6. PREFERIRESTI ESSERE CRITICO PROFESSIONISTA O AUTORE?
  7. PREFERIRESTI DOVER RILEGGERE SEMPRE I TUOI VENTI LIBRI PREFERITI O LEGGERE TUTTO FUORCHÉ QUELLI?
  8. PREFERIRESTI ESSERE UN BIBLIOTECARIO O UN LIBRARIO?
  9. PREFERIRESTI LEGGERE SOLO IL TUO GENERE PREFERITO O TUTTO FUORCHÉ QUELLO?
  10. PREFERIRESTI LEGGERE SOLO LIBRI FISICI O SOLO EBOOKS?

Quindi bando alle ciance e cominciamo!

  1. Alle medie non ho fatto altro che leggere saghe letterarie: Harry Potter, Percy Jackson, Starcrossed, Hunger Games, Gli eroi dell’Olimpo, Eragon ecc ecc ( sì, avevo molto tempo da buttare se sommato a quello speso per le sitcom di Italia1 ); ora tuttavia devo ammettere che preferisco libri autoconclusivi oppure tronco la saga al capostipite; forse perché ora a pagare i libri che leggo sono io!
  2. Io non bado mai se l’autore è maschio o femmina, ma invece mi baso solo sulla piacevolezza della lettura e sui temi trattati.
  3. Io preferirei cercare nei negozi o sulle bancherelle, ma devo ammettere che certi libri rari come la mia guida al cinema porno o libri in inglese li ho trovati solo ordinandoli su Amazon. Vanno bene entrambi.
  4. Sul mio blog ho ospitato più volte comparazioni tra libro e il suo adattamento cinematografico e molte volte la fedeltà viene a farsi benedire molto facilmente; inoltre, sono due media molto diversi, quindi direi una serie televisiva fatta come si deve: lunga, molti episodi, cast solido ed estrema fedeltà di temi. King è la dimostrazione vivente che un buon libro non sempre si traduce in un buon film.
  5. Solo cinque pagine al giorno, di solito leggo andando alla uni. xD
  6. Preferirei essere un regista, ho delle idee in testa a livello visivo, è molto difficile tradurle in lettere. Ma anche il critico cinematografico o letterario che sia sembra molto intrigante!
  7. Una volta rileggevo sempre i stessi libri, soprattutto Harry Potter e Starcrossed, ma ora tendo a rileggere poco. Meglio la novità.
  8. Librario, una paga migliore e soprattutto direzionare gli acquisti dei compratori se mi chiedono consiglio!
  9. In verità non ho un genere, forse preferisco i thriller ma non ne sono sicuro; ecco, so che non sopporto i fantasy su carta e gli horror raramente mi spaventano. Forse basta variare e scoprire cosa c’è che possa ispirarmi.
  10. Gli ebooks non mi piacciono, ho bisogno di sentire la carta sotto le dita, sfogliare una pagina e mettere il segnalibro al nuovo capitolo al quale sono arrivato. Meglio i libri cartacei.

Queste sono le mie risposte, spero vi siano piaciute e che vi abbiano intrigato a proporne di vostre! Ciaone a tutti, chiunque voglia continuare la catena ha la mia benedizione!

schero-blog
Il mio vecchio logo **

The Seventh Son

 

The Seventh Son è un libro fantasy scritto da Joseph Delaney, contenente i primi due libri della saga The Wardstone Chronicles e il prologo del terzo. Letto in madrelingua, i suoi racconti sono semplici ma molto belli e coinvolgenti perché presentano gli orrori di un mondo governato da sanguinarie creature della notte e da letali inquisitori; il tutto filtrato dagli occhi un tredicenne che ha da poco lasciato la famiglia per scoprire il proprio destino nel mondo.

Commento generale al libro:
Leggere un intero libro, due romanzi, in inglese è stata un’esperienza sicuramente interessante ma anche se la narrazione risultava scorrevole e capivo il senso generale è stato anche tremendamente stancante; positivamente posso dire che comunque ho appreso nuove parole come lad e nuovi modi di parlare come quelli caratteristici di Alice o del Bane!

The Spook’s Apprentice è il primo libro e narra di Tom Ward, settimo figlio di un settimo figlio e quindi predisposto al paranormale, del suo viaggio come uomo e apprendista di un cacciatore di Streghe. Il romanzo segue la classica linea del racconto di formazione: all’inizio è un ragazzino semplice e pauroso, alla fine del libro abbraccerà finalmente il suo futuro dopo essersi messo alla prova con la malvagia strega Mother Malking, anche grazie all’aiuto della sua nuova e ambigua amica Alice. Libro che scorre molto bene, Tom non è un diamante fin dall’inizio ma invece è un carbone che viene temprato grazie alla formazione scolastica che gli impartisce il suo maestro e capo e alla crescita interiore che subisce durante gli eventi.

The Spook’s Curse è il secondo romanzo della saga e si concentra sempre sull’apprendistato di Tom. Qui i personaggi principali vengono approfonditi e viene affrontato il tema dell’ambiguità morale: dal male può nascere il bene come Alice lo dimostra e dal bene può nascere il male, testimoniato dal Bane e da ciò che esso spinge l’Inquisizione (barlume della Chiesa) a fare. Se nel primo libro l’antagonista principale era una strega, qui il male è rappresentato da un’entità che in italiano è traducibile con “rovina” e che è capace di corrompere le persone con cui viene a contatto. Il libro ci mette molto a ingranare ma da quando Tom arriva a Priestone la storia è molto più bella; mi è piaciuto il Bane e come agisce, mette veramente un senso di pesantezza e le scene nelle catacombe rendono molto il senso di claustrofobia.

In generale, i due romanzi sono belli, mi hanno ricordato un po’ la struttura di Percy Jackson ma dalla loro hanno un mondo gotico veramente inquietante e per un ragazzo delle medie potrebbero essere un bel passo verso la letteratura dell’orrore. Consigliati!

~ Tratto da: Fonte

 

Notte Morta

Notte Morta
È la sera del 31 Ottobre. Cammino solo guardando nell’oscurità i bambini che, veloci come le enormi libellule della terra, volano tra le strade. Le loro risate risuonano allegre nella notte, odo i loro passi risuonare nel cemento accompagnati dal cigolio degli zuccotti di plastica arancione straboccanti di dolci delizie. Sorridono, ignari dei dolori che governano il mondo, protetti dai loro genitori che tengono al guinzaglio i cani festosi.
Cani, che parola magnifica. Anche io una volta ne avevo uno, un cucciolo dal manto morbido e con baffi enormi del colore della crema. Per lui ero il suo dio, non faceva altro che adorarmi. I suoi occhioni neri come la pece mi scrutavano imploranti quando apparecchiavo la mia tavola ricca di carne, in attesa di un regalo; in quei momenti era particolarmente affettuoso. Uggiolava, perfino. E ora non c’è più, il candelabro spettrale se lo è portato via; l’ultimo ricordo che ho di lui è un’oscura luce. Il mio Dylan non c’è più, anche se ultimamente ho visto spesso un altro essere simile sebbene alquanto diverso.
Lo chiamano Absol, colui che è portatore di catastrofi, dicono. Mi ha fatto visita due volte: la prima al funerale di mia madre, pace all’anima sua, e l’altra a casa mia, leccandomi sinistro la mano pendente fuori dal lenzuolo mentre dormivo. Entrambe le volte sono riuscito a scorgere solo un bagliore chiaro nell’oscurità. Entrambe le volte mi è sembrato che i suoi stanchi e solitari occhi vuoti scrutassero la mia anima, cercando di comunicare un messaggio che evidentemente non ho compreso.
Le risate risuonano nelle strade lugubri gioviali, in contrasto con il mio animo. Dylan mi ha lasciato e non tornerà più e non riesco ad accettarlo. Mi sembra ieri che mi toccava con il suo tartufo la gamba e si aspettava le carezze, fiducioso, mi ricordo le serate passate da solo ad ascoltare la musica mentre studiavo, con il mio Dylannone a fissarmi devoto. Cucciolo. Il candelabro me lo ha strappato lasciando a me solo le sue carni, vuote. Lo ha rapito aiutato dalla solitudine, in giardino, dove sciagurato lo ho lasciato stanco. Non so come è morto, forse era troppo buono e il cuore non ha retto, forse il freddo con tutto il pelo che ha perso durante le cure. Il mio animo è corrotto da questo dubbio, non trovo riposo. Ma ora tra poco potrò chiederlo al lui, il mio cucciolone: la luna non è più chiara e bianca, ma emana una luce viola e debole come quella di una candela.Aspettami, mio Dylan, tra poco potrò di nuovo accarezzarti.