Un bagnasciuga scarlatto

Qui ho deciso di postare una mia PokéPasta riguardante il Pokémon Sandygast della settima generazione. 

Finalmente la scuola è finita, sono liberi. Liberi di correre, liberi di dormire, di sognare e svegliarsi senza la sveglia. La scuola è finita e Luna e Matteo possono finalmente uscire sotto il sole, al mare, come hanno sognato di fare da quando si sono messi insieme.
12 Giugno 1987, la giornata è splendente grazie alla luce riflessa dalle due distese di sabbia dorata e di oro blu sonnolento e cullato da una lieve brezza marina. Sono le undici, ma le spiagge sono vuote, tutti sono alla celebrazione dell’insediamento di Alyxia come protettrice di questa bella isola oppure per quel fattaccio accaduto la settimana scorsa, quel vagabondo morto sulla spiaggia più famosa di Akala, mai identificato. Ma a loro non importa, hanno la spiaggia tutta per loro.
Gli occhi neri come il carbone di lui scrutano il viso sereno di lei, un capolavoro dell’arte più pregiata, e si chiedono cosa mai abbia fatto per meritarsi l’amore di una ragazza tanto bella lui, il ragazzo più grasso dell’isola. Lei d’altro canto non può smettere di sorridere: una biondina dagli occhi di ghiaccio, una bellezza glaciale dalle morbide curve nei punti giusti, oggetto di fantasie erotiche da parte di tutti i ragazzi ma solo quello, una fantasia per tutti e poco altro almeno fino a quando aveva incontrato Matteo che in quel momento suda come un maiale temendo di fare qualcosa di sbagliato; lei lo trova adorabile, la ascolta parlare dei suoi sogni e non scoppia a ridere, lei gli era infinitamente grata all’inizio, ma solo quando la aveva aiutata in quel momento difficile lei aveva capito che è quello giusto.
Luna e Matteo scelgono un tratto vicino al mare perché lei lo aveva sognato senza mai potersi avvicinare durante quel noioso periodo chiamato dai più scuola, da ancora più persone prigione. Senza sapere di essere osservati impiantano l’ombrellone e stendono i teli colorati e sgargianti e ridono, ridono perché sono insieme. Passano le ore a parlare del loro futuro, fino a quando lo stomaco largo e profondo di Matteo brontola ed entrambi capiscono che è ora di pranzo, anche perché il sole li guarda caldissimo sopra di loro quasi urlandoglielo. Allora la ragazza va a prendere il cestino.
La camicetta aperta della bella Luna svolazza libera a destra e a sinistra grazie alla lieve brezza marina, un azzurro delicato che sfiora la sua morbida pelle mentre il costume dorato le copre le grazie. Le lunghe gambe veloci la portano alla macchina davanti alla quale lei afferra dal taschino della camicetta le chiavi e le applica, aprendo la portiera. Prende il cesto di vimini, una sua idea per romanticizzare il tutto, e richiude la macchina, rimettendo le chiavi nel taschino; quindi si specchia e controlla che sia tutto a posto e torna da Matteo.
E urla, ma nessuno la sente.
Corre verso il nulla, verso un punto della sabbia macchiato di rosso. Corre verso il nulla perché Matteo non c’è, è scomparso, si vede solo il mare calmo e baciato dal sole più bello. Certo, la sabbia scotta, ma è un luogo veramente incantevole. Luna corre verso una pozza, no, non è una pozza: sembra più un bagnasciuga scarlatto, lontano però dalla parte toccata dal mare che circonda questa bellissima isola. Nemmeno lei sa cosa sia o cosa sia successo ma ci corre perché vicino c’è un sandalo abbastanza lungo e largo, quello del suo innamorato. Corre con le lacrime agli occhi, senza grazia, senza orgoglio, perché vuole toccarlo, prenderlo in mano e constatare che sia veramente il sandalo di Matteo. Corre con le lacrime agli occhi e non vede sbucare dalla sabbia una parte di piede, sulla quale inciampa e per cui cade in un buco vivo apertosi nel terreno.
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Sandygast, essendosi impossessato di un castello di sabbia, è nato dallo spirito di quel vagabondo morto da solo e mai riconosciuto e ha iniziato a vendicarsi della società che lo ha rifiutato. Ma con l’aumentare delle vittime le spiagge hanno iniziato a svuotarsi, lasciando lo spirito delle sabbie solo con la sua rabbia vendicativa.

La cattura

Il vento era gelido e ci devastava.
Sapevo che avrei dovuto procurarmi una sciarpa, come mi aveva suggerito Lucinda: infatti, a causa del mio orgoglio mi ero ritrovata nel rigido clima autunnale coperta solo da una maglietta a maniche lunghe, una corta salopette e candide calze pesanti e con il mio bellissimo cappellino bianco che rischiava di volare via, ghermito dal vento.
Solo i miei cuccioloni mi davano conforto.
Zannabianca zampettava felice al mio fianco, con i suoi occhi rossi che scrutavano i verdeggianti giardinetti di Evopoli. Ogni tanto si avvicinava alle panchine e, anche se lo rimproveravo sorridendo, segnava il suo passaggio marcando il territorio. E mi guardava soddisfatto, per poi venire da me a farsi accarezzare il lungo mantello nero di pelo arruffato che aveva sulla schiena.
Psyco, invece, planava seguendo il soffio delle correnti autunnali. Le sue belle piume marroni erano aperte proprio per farsi cullare dal vento in salita, per poi chiuderle per scendere in picchiata, con la sua cresta gialla a forma di V che si abbassava buffa. Adorava volare in quel modo, sfruttando il vento per compiere la minima fatica e riuscire a guardarmi sempre. Poi, specialmente quella notte, ci anticipava e poi si posava sui tetti scuri per aspettarci.
Oltre a loro e alle stelle splendenti, a tenermi compagnia c’era anche la mia bellissima dragonessa Melodia dal piumaggio azzurro, che mi teneva stretta tra le sue soffici ali bianche e morbide mentre mi rapiva con le sue melodie che si confondevano con il respiro della regione.
Tutto era perfetto.

Erano le undici, ormai.
Mi ero svegliata alle dieci, ma un quarto d’ora era passato per mettere nella mia borsa infinitamente capiente i picchetti della tenda e fissare il resto ammassato sulla groppa della mia fantastica Melodia. Il tempo rimanente era trascorso nel tragitto dal sentiero roccioso alla città di Evopoli. Giunti là, avevamo rallentato il ritmo per riposarci un attimino su una delle panchine e per osservare l’andirivieni incessante delle onde dei laghetti, sconquassati dalle masse aeree.
Ormai avevo attraversato i verdeggianti giardini di Evopoli, oltrepassato una monolitica statua e percorso il viale principale costeggiato da stupende casette dal tetto scuro e dal centro Pokémon a sinistra e dal grande edificio del Team Galassia a destra, reso quasi nero e minaccioso dalla notte.
Riuscivo a vedere i grandi laghi e il molo. Non mancava molto al percorso 205 in mezzo al quale c’era il Bosco Evopoli. E in mezzo alla foresta la villa che mi interessava.
Melodia mi fece scendere a terra e subito Zannabianca e Psyco ci raggiunsero. Eravamo sul molo e vedevamo uno sfondo scuro che ci sovrastava. Al nostro passaggio le assi scricchiolavano e la brezza ci inondava. Ogni tanto sentivamo anche i pescioloni rossi che balzavano in superficie. Era bello.
E finalmente arrivammo nel bosco.

Già era notte. Già faceva freddo. Già eravamo soli. E quel bosco faceva venire i brividi.
Sentivo i fruscii. Le foglie che frusciavano. La foresta che respirava e mi chiamava a sé. La nebbia che avvolgeva ogni cosa nel mistero. Gli occhi che mi scrutavano. Il vento assassino che mi pugnalava. I monolitici alberi neri. I rami dalle grandi dita affusolate. La vastità del buio che ghermisce la vita.
Il Bosco Evopoli era misterioso di giorno e mortifero di notte.
Finalmente, Zannabianca iniziò ad abbaiare, indicando una giovane pineta, dietro alla quale si nascondeva il titanico edificio: l’Antico Chateau.
Essa era composta da pini ancora abbastanza sottili, data l’età. Ma erano cresciuti in modo irregolare e formavano un enorme ostacolo nel raggiungere la villa.
Ero disperata. Non potevo proseguire, ma ero troppo spaventata da quel bosco per tornare indietro. Ogni cosa era immobile, ma sembrava scossa da un respiro regolare. Anche i miei cuccioloni erano inquieti. Cercai di togliere di mezzo quegli arbusti, spingendo, tirando, imprecando, piangendo. Ma niente: non si muovevano.
Melodia mi accolse tra le sue calde ali di cotone, mentre Zannabianca veniva a leccarmi la mano. Solo Psyco rimaneva lontano da me, a fissare l’edificio protetto da quella odiata palizzata naturale. E lo guardava, credo, molto intensamente. Troppo intensamente. Forse sentiva qualcosa. Forse sentiva qualcosa, o qualcuno. Forse eravamo in pericolo… o magari già condannati. Forse…
Il mio pensiero venne interrotto da una canzoncina che mi fece pensare ai grandi Monte Scodella e Monte Argento, alle brezze marine miste al profumo di fiori, alla polvere delle Rovine d’Alfa ispezionate grazie alla mia arguzia, alle concitate gare di cattura dei coleotteri, agli incontri con le leggende raccontatemi sin da bambina: il mio Pokégear, donatomi da mia mamma, stava suonando, segnalandomi una chiamata in arrivo.
Sollevata, guardai il numero e risposi.
«Lucinda! Ciao!», esultai, mentre sollevata accarezzavo le celesti piume di Melodia.
«Cetra! Come stai?», ribatté l’amica.
«Lucy…», sospirai, mentre accarezzavo la mia nera iena.
«Stai bene? Mi sembri tesa»
«Sì, certo che sto bene», le risposi leggermente spiazzata e leggermente in imbarazzo per la domanda. Psyco continuava a fissare l’oscuro edificio.
«Allora», disse lei cambiando bruscamente argomento, «Lo hai catturato?»
«A dire il vero ancora no. E ho anche un piccolo problema»
«Cetra!», mi urlò nell’orecchio la ragazza, «Ma sei venuta da Johto proprio per lui!»
Confortata da Melodia e Zannabianca, scoppiai in una risata mezza isterica e per metà divertita. «Lo so! È che davanti al palazzo ci sono diversi alberi che impediscono il passaggio!»
Allora fu Lucinda a scoppiare a ridere. «Ma Zannabianca? E Psyco e Melodia? Non ti possono aiutare?»
«No. È un bosco misterioso e un po’ inquietante, Lucinda. Non mi fido a fare usare le loro abilità. Certo che se Widow mi ascoltasse, potrei tranquillamente usare le sue enormi lame»
A quelle parole, Zannabianca uggiolò e mi leccò la mano.
«E fatti ascoltare! Ora vado, ciao!» e mi chiuse il Pokégear in faccia.

Stanca scesi dalla mia bella dragonessa e rovistai nella mia borsetta, finché non trovai una Pokéball. La tirai fuori e la aprii.
Da essa, in un lampo che illuminò per un attimo il bosco a giorno, uscì una meravigliosa e imponente mantide del colore dello smeraldo con ali color crema e due enormi sciabole al posto delle zampe anteriori. Mi guardò torva.
«Widow! Smettila!», la rimproverai, «Dovresti aiutarmi, non fare così!»
Miracolosamente, dopo quella frustrazione racchiusa nelle mia parole, mi ascoltò.
«Taglia questi alberi, per favore»
E lei, dopo avere spostato Psyco, ci spianò la strada.

Finalmente, entrammo.

Tutto era nero per le tenebre fitte che avvolgevano quel posto sinistro.
All’inizio fu merito del mio intelligentissimo Psyco che non inciampai su una mattonella crepata: lui con la sua vista notturna mi salvò dalla caduta sostenendomi con le sue ali enormi. Quindi decisi di usare la torcia.
Con il flebile cerchio di luce, notai le mattonelle corrotte dal tempo. Inoltre, capii subito che quell’edificio era in disuso da parecchi decenni: un intenso odore di muffa impregnava quel fetido luogo, la polvere riempiva tutto il raggio della flebile luce e dal soffitto pendevano lunghe ragnatele.
Iniziammo ad avanzare, fino a quando non ci ritrovammo di fronte a un bivio: o salire le scale di legno scricchiolanti o proseguire nell’enorme stanza davanti a noi.
Scelsi di salire.
Zannabianca iniziò ad annusare il posto e ogni tanto starnutiva.
Melodia mi si strusciava addosso, intimorita da quelle tenebre.
Widow era arrabbiata come suo solito. Fu felice di tornare nella sua sfera a riposarsi.
Psyco fissava preoccupante un punto buio. Senza emettere suono.

Finite le scale mi ritrovai in un corridoio, scuro e tenebroso e lungo e stretto.
Spostai la torcia a destra e a sinistra e vidi una stanza, forse quella che conteneva Rotom. Feci per entrare, ma Psyco, vedendo qualcuno, mi bloccò. Solo quando si spostò dal passaggio, essendosi convinto che non sarei entrata in quella sala, urlai: avevo visto una bambina con un fiocchetto rosso a tenerle i capelli e un vestitino giallo che mi stava fissando.
Mentre si avvicinava nel raggio della mia debole torcia mi accorsi che era completamente ricoperta di sangue. I suoi occhi erano buchi vuoti, era tutta impiastricciata in un liquido denso e scuro e quando mi parlò dalla sua bocca uscirono un alito putrefatto e decine di piccoli vermetti.
Zannabianca scappò via abbaiando.
Non potei disperarmi per l’abbandono del mio primo cucciolone che fui ancora più terrorizzata: la cadaverica bambina mi esalò di fuggire, che ero ancora in tempo. E scomparve.
Non sapevo cosa fare. Mi portai le mani agli occhi per pensare. Non sapevo cosa fare! Dovevo fuggire o restare? Farmi coraggio o correre via? Non lo sapevo.
Furono gli avvenimenti a decidere per me: infatti, avevo dato la mia torcia a Melodia. Ma senza che me ne accorgessi ero rimasta sola. E al buio.
Decisi di proseguire.

La puzza era terribile. Le pareti del corridoio erano luride e ogni tanto andavo a sbattere contro dei vasi di piante secche e morte. Inoltre, le piastrelle erano danneggiate o assenti in molti, troppi punti e cadevo molto spesso. E sentivo qualcosa respirare, come se ci fosse qualcuno in quel terribile edificio. Non so perché non sono tornata indietro quando avrei potuto. So solo che ne ho pagato le terribili conseguenze.

Finalmente, le mie dita, sempre attaccate al muro, trovarono un buco: ero arrivata alla stanza. Feci per girarmi, ma inciampai su uno di quei vasi e caddi sulle ginocchia. Febbricitante e determinata, iniziai a trascinarmi sui gomiti, iniziando ad avere dei conati a causa della putrefazione che regnava in quel posto.
Ero quasi arrivata! Vedevo un’enorme figura davanti a me! Sentivo una presenza! Era lui!
Ero felice!
O almeno fino a quando non squillò il mio Pokégear: era arrivato un messaggio.
Finalmente, mi alzai e scossi il televisore. Poi lessi il messaggino e urlai ancora, indietreggiando mentre la creatura usciva dal televisore.
Il messaggino diceva:
“Cetra! Mi dispiace dirtelo ora, con tutta la strada che hai fatto, ma ho parlato con Ash. Lo ha già catturato lui il Rotom che abita nel televisore dell’Antico Chateu. Scusa.”


Anche questa mattina Lucinda è passata a salutarmi.
Si è seduta su una delle sedie pregiate di candida seta e di lavorato acero della sala da pranzo. Ha guardato il vuoto mentre mi riferiva la notizia.
«Oggi sono tornata da casa tua»
Nervosa, si portò una ciocca dei suoi capelli con i riflessi blu dietro all’orecchio.
«Sono tornata da Borgo Foglianova. Bel posto, molto tranquillo», sorrise triste. «Proprio un luogo ameno, situato in una radura in mezzo ai boschi. E anche casa tua è bella, con il tetto azzurro come il cielo. Proprio carina»
Sospirò.
«Ho dato in cura a tua mamma i tuoi cuccioloni, come avresti voluto. Le ho detto quello che è successo. Le ho detto che mi sento in colpa. Sono stata io a suggerirtelo. Non pensavo che questo posto fosse veramente infestato, di notte. Mi dispiace veramente tanto…»
Fece per aggiungere una cosa, ma suonò il suo PokéKron e lei dovette rispondere.
«Scusami, ma devo andare. Domani torno, te lo prometto!»
E corse via, dopo aver salutato la stanza, incerta.
L’ho vista andare via, l’ho seguita fino al portone, ho ricambiato il suo saluto, ringraziandola di avere riportato Melodia, Zannabianca, Psyco e Widow a casa, assieme ai miei pochi averi.
E sono tornata dentro, con la bambina che aveva tentato di avvisarmi e l’anziano maggiordomo.
La mia nuova famiglia.
Per l’eternità.

Il mostro Eccolo