Racconto derivativo: Una scatola molto strana

Si trattava di una specie di scatola color bronzo, lunga non più di mezzo metro e alta e larga circa trenta centimetri. La superficie sembrava incisa con una serie di motivi geometrici, ma osservandoli più da vicino si intuiva che erano in realtà ingranaggi o altre componenti meccaniche. Non presentava un coperchio o anche solo un qualche indizio della presenza di cerniere, perciò non sembrava fosse stata pensata per aprirsi, ma su di uno dei lati erano presenti una serie di piccoli pulsanti colorati che parevano una serratura, oppure una tastiera di controllo. Appoggiandovi un orecchio, si riusciva a sentire un ticchettio metallico provenire dall’interno.

Cosa poteva essere? Arthur non aveva mai visto niente di simile. Era anziano, ma nella sua lunga vita non aveva mai incontrato nulla di simile. L’aveva trovata nel magazzino abbandonato, al largo di Londra; una volta quel posto era il capannone di una grande ditta di lampade ad olio, ma l’inondazione del 1812 aveva completamente allagato la pianura, trasformandola in una palude inabitabile. Perfino attraversarla era difficile, se non impossibile!

Aveva raggiunto il magazzino a bordo della sua bicicletta a vapore, un marchingegno che univa la salubrità dell’attività ginnica -indispensabile per il suo cuore- alla comodità del volo: la catena mossa dai pedali della bici alzava e abbassava la leva per l’immissione del vapore nella camera, la cui pressione sbatteva le ali di metallo applicate alla bici. La sua bici volante a vapore con un piccolo cestino per collezionare i suoi tesori. Era troppo povero per comprarsi quei gingilli tanto utili, quindi quando poteva si divertiva a prenderli dagli edifici in rovina, da coloro tanto sciagurati da lasciarli in giro.

Comunque, dentro all’edificio di alluminio non aveva trovato solo quella strana scatola di bronzo, ma tante altre cose. Piccoli robot a molla che aiutavano con la spinta giusta i lavoratori a trasportare i carichi più leggeri. Un sistema di illuminazione basato sul mulino, reso inutilizzabile dall’inondazione. Grandi bracci meccanici a vapore per l’inscatolamento delle lampade ad olio. E tante altre diavolerie.

Ad Arthur quel posto era piaciuto tantissimo.

Certo, la palude non era attraversabile a piedi o in barca per le radici e i tronchi caduti e le sanguisughe giganti non rendevano di certo più facile il transito, ma con una bella bici volante (o una mongolfiera a vapore, se fosse riuscito a metterci le mani sopra) era possibile raggiungere quel posto così simpatico seppur in rovina.

Ma era tardi, ora, l’orologio a pendolo suonava le nove di sera. Arthur coprì con un telo il suo tesoro appena trovato e lo lasciò vicino al letto, con gli altri recuperati negli anni. Si rimise il braccio meccanico, una banda di metallo resa mobile con una serie di ingranaggi all’altezza della spalla, del gomito e del polso, e scese: sua figlia aveva preparato la zuppa di carote e lui moriva dalla fame!

Fonte originale: qui

Fiaba originale: La simpatica vecchina dei boschi

In un inverno freddo e innevato molto indietro nel tempo, una ragazza dalle guance tutte rosse e il nasino gelato si era persa di notte nelle grandi foreste di pini e abeti bianchi a nord della sua città, Letitia, e temendo di morire assiderata cercava di riscaldarsi stringendosi sulle spalle la sua mantella scarlatta. La neve però continuava a scendere e già le arrivava fino al calcagno, minacciando di superare lo stivale in pelle di alce e bagnare le calde calze verdi e arancioni: se non avesse trovato un riparo in fretta, non avrebbe di certo superato la nottata! Almeno la dolce luna le indicava il cammino, illuminando il soffice pavimento bianco su cui lei poteva così posare al sicuro i piedi, almeno quando i sinistri e scheletrici pilastri neri non la oscuravano. Infreddolita, con gli occhi arrossati e il naso sempre gocciolante, alla bella Anna dalle trecce ramate quasi non parve vero quando in lontananza vide il rossore del fuoco crepitante dentro a una grande casa nel mezzo della foresta.

Anna corse a bussare entusiasta, con i suoi lunghi respiri intervallati da grandi nubi. Quando vide un’arzilla vecchietta aprirle la porta, Anna non poté non sorridere di lieto sollievo e la ringraziò quando la donna la invitò a restare per la notte, proprio quando ormai i lupi in lontananza stavano iniziando a farsi sentire.

La casa era molto accogliente ma al tempo stesso soffocante, con grandi tappeti e tendaggi pesanti che risparmiavano dal freddo che permeava l’ambiente esterno ma che davano quasi un’idea di claustrofobia. Grande e scura, a illuminare l’ambiente del salotto c’era solo un camino acceso dall’altra parte della stanza nel quale un bel fuocherello crepitava donando il suo calore alla povera Anna che con le sue guance tutte rosse e il pallore della pelle sembrava più morta che viva. In centro al salotto c’erano un tavolino e alcune dure sedie attorno ad esso; su di una sedia si sedette l’anziana signora e sull’altra si sedette la ragazza sotto cortese richiesta dell’ospite.

Quando Anna si fu seduta, l’arzilla vecchina agilmente si rialzò e le tolse gentilmente la mantellina rossa; quindi la appese sull’appendiabiti ricavati da un bel palco di corna posto a fianco della porta, dietro alla ragazza. Soddisfatta, si sedette e sorrise alla ospite.

«Ma dimmi, cosa ci fa una così deliziosa ragazza tutta sola nella foresta?», chiese gentilmente la vecchia.

Anna scosse la testa ritraendosi contro lo schienale della sedia, si portò le mani a coprirsi il viso e pianse.

«Su, non piangere cara. Se non te la senti, ne parleremo più tardi…»

«No, tranquilla, sto bene. È che… Tre giorni fa era penetrato nella foresta il mio promesso sposo per cercare legna da ardere, ma non è più tornato. Sa, ho questa sensazione: penso gli sia capitato qualcosa!»

L’anziana signora le si avvicinò e strinse le proprie grinzose mani attorno a quelle morbide e giovani di Anna, sussurrandole «Tranquilla, sono sicura che il tuo promesso sposo ha solo avuto un contrattempo. Facciamo così, rimani qui almeno per cena in attesa che la nevicata finisca e poi potrai decidere se restare per la notte o tornare a casa tua. So esattamente in che direzione è Letitia, non manca tanto!»; quindi, la vecchia si alzò e si diresse in una sala attigua al salotto, finora invisibile a causa della porta chiusa nella penombra della casa e vi stette per lunghi minuti. Anna sbatté le palpebre pesanti: come aveva fatto a non notarla? Era pure delimitata da due grandi vasi, dai quali usciva una qualche fragranza odorosa molto forte; lavanda forse. Un buon profumo che rasserenava la situazione. Quando tornò dalla giovane, la vecchia sorrideva con un gran sorriso reso minaccioso dalla luce del fuoco, luce che accentuava ogni singola ruga e il lungo naso adunco. «Bene, ho acceso il fuoco, tra poco metterò il pentolone sul fuoco per la cena. Resti per cena, presumo: la neve scende ancora. Nel frattempo, vuoi che ti racconti una fiaba?»

Anna alla domanda della donna si sorprese, ma pensando di non avere nient’altro di meglio da fare acconsentì. Quindi cominciò a giocherellare con le trecce mentre ascoltava la narratrice.

«Tanto tempo fa, in una casupola di contadini viveva il piccolo Nanni con i suoi fratelli e sorelle e i genitori. Nanni era un discolo, un bambino capriccioso e viziato che non ascoltava mai nessuno, combinava solo marachelle e non passava un giorno che non li facesse dannare. Un giorno la mamma era così disperata che invocò l’Uomo Nero, un oscuro figuro nero dalla cima dei capelli fino alle dita dei piedi; perfino i bulbi oculari e i denti e la lingua erano tutti neri. Lo presentò al figlio e gli disse che se non si fosse comportato bene almeno fino a Natale, l’Uomo Nero se lo sarebbe preso e portato via per sempre; Nanni pianse per molte ore quando quel terribile figuro lo guardò leccandosi le labbra perché una sola cosa non era nera dell’Uomo Nero: il sangue fresco che gli colava dalla bocca! Così Nanni fece il bravo bambino e ubbidì ai genitori per molti mesi, ma ai primi fiocchi di neve le cattive abitudini tornarono a governarlo. Non voleva più aiutare la mamma a pulire la casa o il babbo con le mucche; voleva solo giocare con le sorelline e i fratellini, molte volte rompendo i vasi e liberando le galline dal pollaio. Fu due giorni prima di Natale, nella notte, che l’Uomo Nero mantenne la sua promessa: furtivo entrò nella cameretta del bambino, lo chiuse in un grande sacco e se lo portò dentro al proprio castello nel cuore della foresta più fitta e spaventosa. Lì con due enormi aghi gli cavò gli occhi, con una lunga pinza gli strappò la lingua e con un tagliente coltello da macello gli tagliò via dal corpo tutta la carne; tutto ciò accadde mentre Nanni era ancora vivo, almeno all’inizio ovviamente. Così, poi, l’Uomo Nero poté banchettare con le carni del discolo la sera di Natale e poté addobbare il proprio Albero natalizio con il teschio e le ossicine, mentre la calma e l’amore regnava nella famiglia del discolo Nanni, che per magia lo aveva dimenticato. Fine.»

Mentre l’anziana donna concluso il racconto era scoppiata in una sonora risata, la giovane Anna la guardò mortificata; sapeva benissimo che le fiabe avevano una morale e servivano a insegnare ai bambini di comportarsi bene, ma quella era terribile! Quindi per cortesia sorrise brevemente all’anziana ospite e per non pensarci si alzò e si avvicinò al fuoco, per guardarlo crepitare e riscaldarsi bene.

«Senti…», le fece la vecchia mentre si alzava e si dirigeva in cucina, «Ora il fuoco sarà pronto, ci metto sopra il pentolone per far bollire l’acqua. Perché quando torno non mi canti una bella canzone natalizia? Ormai mancano pochi giorni a Natale e visto che nevica ancora potresti allietarci gli spiriti. Che ne dici?»

Anna non ebbe il tempo di rispondere, perché la sua ospite era già sparita dietro alla porta della cucina prontamente richiusa. Invece, curiosò sul ripiano sopra al camino e notò una serie di piccoli oggettini di vario valore: qualche ossicino levigato, uno o due anelli, un coltello da caccia e alcuni borselli in cuoio. Ne stava per aprire uno quando la donna tornò e le chiese di cantare; lei allora si sistemò il vestito di lana verde e scelse una bella canzone che parlava di due innamorati separati:

«Dove vai, dove vai?

Neanche tu ciò lo sai

Dove vai, dove vai,

io ti aspetterò qui per sempre!

Natale è alle porte, i regali sono fatti.

Natale è alle porte, le vivande sono pronte.

Manchi solo tu, manchi solo tu,

Dove sei? Perché non qui con me?

Dove vai, dove vai?

Neanche tu ciò lo sai

Dove vai, dove vai,

io ti aspetterò qui per sempre!

La neve scende già, Natale si farà

Ma che dico mai, senza di te non lo è.

Manchi solo tu, manchi solo tu.

Dove sei? Perché non qui con me!

Dove vai, dove vai?

Neanche tu ciò lo sai

Dove vai, dove vai,

io ti aspetterò qui per sempre!

Io ti manco sì lo so, ma non sei qui però!

Tu mi manchi questo sì, ma perché non sei qui!

Un Natale, senza di te, io ti penso,

Arriva presto per me!

Natale è alle porte, i regali sono fatti.

Natale è alle porte, le vivande sono pronte.

Manchi solo tu, manchi solo tu:

Natale per me sei solo tu!»

Anna aveva cantato dolcemente, con una voce celestiale, perché pensava al suo Alfredo smarrito da giorni nelle foreste e di cui non aveva più sentito notizie. Quando l’anziana donna proruppe in un plauso per l’esibizione, la ragazza prese le balze che contornavano il lembo con il quale il vestito verde finiva e si protrasse in un inchino soddisfatto ma malinconico: le si era nuovamente dipinto il sorriso sul bel volto, anche se gli occhi erano tornati lucidi. Quindi tornò a sedersi e respirò lentamente, per quietarsi.

«Hai una voce stupenda, devi essere molto dolce!», le fece la vecchia offrendole una tazza di tè, che si era portata dalla cucina.

Anna arrossì, bevendo a piccoli sorsi la calda bevanda. «Dovrebbe sentire mia sorella, lei canta nel coro di Letitia. Sembra un angelo! Quindi… Manca molto alla cena? Inizio ad avere un leggero appetito.»

L’anziana sorrise e ribatté che mancava pochissimo, ma che nel frattempo le serviva una mano per portare cinque casse molto pesanti dalla cantina al salotto; «La cantina si trova dopo una scala dalla mia camera da letto. Lo so, chi ha progettato questa casa non doveva essere un gran architetto!», aggiunse ridendo. Anna accettò timidamente e le due scesero a prenderle; ci misero un po’, soprattutto perché le cinque casse erano effettivamente molto pesanti perfino per Anna, una fanciulla nel fiore degli anni. Ma riuscirono a portarle in salotto, dove le voleva la vecchia.

Anna dunque soddisfatta del lavoro si sedette, evidentemente affaticata mentre l’arzilla vecchietta sorrideva sempre più arzilla.

«Wow!», mormorò Anna sentendosi la fronte come per capire se avesse la febbre, «Sono proprio stanca… Mi sta venendo una stanchezza, un sonno, incredibile. Devono essere le casse. Lei, lei non è stanca signora?»

L’anziana donna le si avvicinò e si sedette sulla sedia accanto a quella della ragazza. La stava osservando.

Anna non capiva, quindi si ripeté: «Lei non è stanca, signora? Forse ho la febbre, o forse sono solo stanca, tutto questo calore dopo il gelo della foresta. No?»

La donna ora aveva uno sguardo mortificato, rabbioso, severo. Lentamente si alzò incurvandosi minacciosa verso Anna e le tirò uno schiaffo in pieno volto: «Piccola ingrata. Ti ho salvata, ti ho aperto la porta di casa mia, ti ho riscaldata e perfino intrattenuta. E tu non mi hai nemmeno mai chiesto come mi chiamassi. Una piccola serpe, come tutti gli altri. Una maiala, una scrofa. E da scrofa sarai trattata: bollita nel mio pentolone!»

Anna, che all’inizio non capiva, dal terrore raccolse tutte le forze e spinse via la donna facendola sbattere contro il tavolino. Prontamente si avventò verso la porta principale della casa dalla quale era entrata ma la scoprì chiusa a chiave (quando era stata chiusa?) e vedendo minacciosa la sconosciuta che le si avvicinava, barcollando si diresse verso la cucina. Sempre più stanca e tremante.

Non lo avesse mai fatto.

Quella cucina era il luogo degli orrori della casa! Appese alle pareti su ganci da macellaio stavano gambe umane secche e rigide, sulle mensole lungo il muro a destra si trovavano numerosi strumenti di tortura e cucina intrisi di sangue essiccato, le tendine delle finestre erano in pelle umana mentre sul tavolo c’era un cadavere con le interiora esposte e i polmoni rimossi e il viso scorticato! «Alfredo, no!», urlò Anna riconoscendo i capelli corvini e ricci e la pelle olivastra del proprio promesso sposo. Isterica, si voltò alla propria sinistra e indietreggiò urlando: l’ultima cosa che vide prima di perdere i sensi fu l’enorme calderone al centro della sala nel quale l’acqua ribolliva minacciando di bagnare l’immenso falò ai piedi di esso; la strega la raggiunse e le sussurrò «Fossi in te morrei ora nel sonno, dicono non sia piacevole essere bolliti vivi!» per poi scoppiare a ridere crudelmente.

Così, a Letitia la giornata di Natale non fu segnata dalle risa gioiose dei bambini che pattinavano sul lago ghiacciato o dai deliziosi profumi uscenti dai salotti addobbati a festa per il cenone in famiglia. No, altre due persone erano scomparse nel fitto bosco e un velo di terrore e malfidenza era calato sulla cittadina. Solo nel bosco innevato sinistre risate risuonavano, mentre un’arzilla vecchina si preparava il proprio Presepe personale, unico nel suo genere: una moltitudine di bambole, bambolotti e bamboline a cui erano stati cuciti i visi strappati ai cadaveri degli sciagurati che erano andati a farle visita; e quell’anno finalmente l’arzilla vecchina aveva pure trovato la Maria perfetta!

Buon Natale, amici miei, state solo attenti alle foreste e alle vecchine ospitali o loro staranno attente a voi! Buon Natale e felice anno nuovo!

Racconto originale: Un cazzaccio

“Cazzo, cazzo, CAZZO!”

Come ogni giorno alle otto di sera, Zusistri si svegliò in ritardo con la quinta sveglia che strillava la sua pigrizia. E di pigrizia ne aveva molta: una pelle sudata e unta, due tettine che avrebbero potuto competere per Miss Maglietta Bagnata e una pancia smisurata, secondo le voci in proporzione inversa rispetto al cazzettino dell’omone. Una bella persona, a modo e sempre gentile.
E così, come ogni giorno Zusistri dovette dire addio alla bella bionda, che lo desiderava e lo cercava, e svegliarsi nelle lenzuola umide di sudore, con il cuore a mille e la consapevolezza di essere in ritardo per il lavoro.

Subito disceso dal lettone sfondato, Zusistri cercò le sue pantofole e quasi schiantò il capo pelato contro il mobiletto al fianco del letto; fortuitamente evitato l’impatto, trovò le pantofole sul tappetino, le indossò e si catapultò giù per le scale in cucina.

Caffè. Brioche alla marmellata. Pane imburrato e il giornale del mattino, di cui leggeva solo il titolone della prima pagina; mammina come al solito era stata premurosa, il suo bambinone non poteva trovare nulla fuori posto. Tovagliolo per pulirsi sommariamente la bocca lercia e infine in bagno.

Si lavava i denti con uno spazzolino elettrico, anche se le pile erano stanche da settimane: troppa fatica scendere in cantina per risalire col bottino elettrochimico, e la mamma si rifiutava di farlo per lui! Zusistri si lavava i denti con uno spazzolino elettrico senza energia per funzionare e con spatole troppo piccole per un lavaggio manuale appropriato. Ma almeno si lavava i denti, si rasava pure la barba con il rasoio elettrico ogni giorno: almeno, quello era attaccato alla presa del muro e mai esauriva le batterie. Ecco, quando non faceva a tempo non si lavava le ascelle o il petto rigoglioso, ma, tanto, quali donne lo avrebbero sniffato con fare malizioso?

E poi, si vestì. Era sempre difficile indossare quelle magliettone larghe, sformate, doveva alzare le braccia! Ma almeno in camera poteva guardare i suoi cazzi preferiti.

E che cazzi!

Il quadro più grande, posto di fronte al letto, raffigurava un cazzo di cane. Adorava quella pianta: le bacche erano di un bell’arancio sgargiante, disposte in fila a comporre una piccola pannocchia che dava mais arancione. Non era una comune rosa rossa o il tulipano che puoi trovare nelle distese rosse al fianco dei binari in aperta campagna. Era un fiore ombroso e capace di vivere pure a centinaia di metri di altitudine! E aveva pure un altro nome comune: pan di serpe. Pane, quello che Zusistri adorava divorare guardando L’isola dei famosi. Sacchi su sacchi in una sola serata.

Al fianco della cassettiera, invece, si trovava la raffigurazione del cazzo di re. Quanto avrebbe voluto tenere quel pesce in casa, in acquario magari! Sapeva che si poteva tenere in acquario, lo aveva visto su Instagram! Un bell’acquario dalle luci sgargianti per esaltare le bellissime squame del pesce, quella stupenda linea centrale di colore arancione… Non capiva perché mamma non volesse concederglielo nella cameretta, non aveva nemmeno grandi dimensioni! Ma tanto, sapeva che non lo avrebbe mai fatto, il tutto avrebbe comportato fin troppo impegno per un cazzaccio come lui.

E ultimo ma non per importanza, sopra alla porta della camera da letto aveva appeso una foto del cazzo di mare che gli aveva regalato un suo amico. Genghindele. Lui sì che era un uomo: tante donne, un lavoro ben remunerato, una vita perfetta coronata da un corpo scolpito dalle ore in palestra e dai viaggi in giro per il mondo. Quel pesce lo aveva avvistato nell’Oceano Pacifico, sul fondale. Ore di sub e mille foto, di cui una regalata al suo vecchio amico sempre a casa davanti alla televisione. Genghindele era un vero amico, gli aveva dato lui la soffiata del lavoro! E la foto dell’oloturia stava benissimo sopra alla porta, quella sabbia così grigia e quel mare così blu si stagliavano perfettamente contro la parete di piastrelle marroni.

Zusistri li osservava soddisfatto, tutti quei cazzi appesi alle pareti. Ora era pronto per andare a lavorare. Tuttavia, osservò la porta d’ingresso, infine rivolse lo sguardo al letto.

«Sticazzi!»

Si sarebbe dato malato. Era proprio un cazzaccio.

Fanfiction: IL BALLO DELLA MORTE ROSSA

«Quindi questo abito mi permetterà di confondere il mio corpo tra quegli altri della gente?»

«Beh, è un vestito, sì. Con la maschera e il fondotinta passerai inosservata. Queste in allegato sono le planimetrie della magione a inizio secolo, se c’è un caveau deve essere ai piani inferiori. Maa… Tutto questo per un fossile?»

«Sempre. La mia sorella non è morta, sta solo dormendo in un sonno di roccia e io la sveglierò!»

«Ok, buona fortuna. Harleene arriverà a mezzanotte, come d’accordo. Ricordati di prendere anche i gioielli esposti, a noi piacciono quelli! Buona fortuna!»

«Mi conosci, non ho bisogno di fortuna in mezzo ai tuoi simili. Grazie, invece.»


Era un’afosa serata di Giugno nella Magione Frankhlyn, una delle ville più antiche di tutta la metropoli. Una grande festa in maschera era stata proclamata dall’ultimo scapolo d’oro dell’importante dinastia e tutte le persone più in vista erano accorse per la celebrazione.

Nessuno avrebbe fatto caso a lei, come donna. Tutti si sarebbero soffermati sulla maschera da Morte Rossa, i più depravati sulle mammelle abbondanti; nessuno avrebbe riconosciuto la sua voce, la sua pelle, la sua natura. La maschera era veneziana, rubata per lei da un marinaio incantato; coprendole il volto fino alle labbra carnose e gli occhi gialli con un velo di pizzo, quella maschera era il volto tumefatto di un appestato, decorato con fibre d’oro e lunghe penne rosse; la lunga chioma fulva era lasciata libera di frusciare sulle spalle nude, lungo il costato.
Per quell’occasione aveva indossato un abito regalatole dalla sua amica, l’umana dalle nove vite. Uno splendido abito da ballo scarlatto aderente lungo il busto e le esili braccia e che esplodeva lungo i fianchi in un’ampia gonna a campana a pois rossi, con una generosa apertura in mezzo al seno che riusciva a malapena a contenere il decolleté generoso: quella sera, sarebbe stata la dea di quelle bestiole a sangue caldo.

Pur non piacendole l’idea di nascondere con il trucco la propria pelle, giudicato anormale da quelle creature rosee, e di indossare decoramenti tanto insulsi, non aveva avuto dubbi: il richiamo di quella povera sorella indifesa, esposta al pubblico ludibrio, era troppo disperato per non accoglierlo.

Come lo aveva percepito, era accorsa a tendere la sua trappola su tutte le prede necessarie al completamento del piano. E tutto era andato come previsto.

La donna, nascosta la propria identità dalla grande maschera, sporse la testa all’infuori della limousine e con una cascata di onde rosse ne uscì dalla portiera aperta. Squadrò l’usciere e si voltò verso la limousine, aspettando che il suo accompagnatore la raggiungesse.
Sapeva che doveva aspettare: lo aveva scelto anziano, anziano e stupido, anziano e senza nessuno che lo potesse salvare. Lo aveva scelto perché quell’uomo anziano risultava tra gli invitati al ballo in maschera, lo aveva scelto perché stanco com’era dalla vita, aveva resistito poco all’odore della donna; era bastato un saluto da parte di lei e quell’uomo, che aveva creato la propria fortuna dal nulla con orgoglio e sagacia, aveva rinnegato la propria umanità diventando il suo burattino.
Ora, lentamente, quello stupido uomo stava scendendo dalla sua limousine con l’invito in mano, andando incontro inconsapevole alla morte. La Morte Rossa sorrise trionfante mentre lo raggiungeva a metà strada.

La Morte Rossa si fermò in mezzo al viale a farsi ammirare, con tutte le altre persone venivano rapite nei sensi dal dolce profumo che si levava dalla pelle di lei. Poi riprese a camminare, sempre tenendo a braccetto il suo anziano accompagnatore, lungo la fastosa scalinata marmorea nella calca di ricchi snob.

L’aria era frizzante, per la Morte Rossa. Sotto la maschera, la donna poteva sentire come le piante del parco percepissero la sua presenza, sentiva la terra respirare di un lento e lungo pulsare mentre le radici le si avvicinavano e le fronde frusciavano sussurrando il suo nome. Quello che circondava la grande villa era uno dei giardini con gli alberi più antichi, faggi e querce perlopiù; ma le siepi e gli svariati tipi di fiori abbondavano in quel piccolo paradiso dei giardinieri. Per lei invece era la morte della natura, una ragione in più per uccidere quel sacco di carne: tutte quelle creature erano ostacolate nella loro crescita, subendo amputazioni e sfoltimento del loro essenziale manto verde!

Avrebbe salvato pure loro, un giorno. Ma non quel giorno: la donna scelse di non compromettere la missione e arrivata al grande portone d’ingresso, si guardò attorno soddisfatta rimirando le squisite fattezze della hall: alla fine, il primo dei suoi sandali vertiginosi fece contatto con il mosaico dell’atrio, era dentro.
Lei e il vecchio uomo assieme ad altri invitati arrivati più o meno come loro furono guidati nella grande sala da ballo, agghindata con i tendaggi più sfarzosi. Un’orchestra stava eseguendo una melodia a un lato della stanza, dall’altra erano situati i camerieri con i tavoli del buffet; al centro c’era la pista da ballo per le coppie, sotto a uno splendido candelabro di cristallo.

Come la donna dalla maschera mortifera osservò il mondo lussuoso di anziani attorno a lei, notò che il costume che le aveva dato l’amica di carne era quanto mai azzeccato: chiunque era abbindato a festa, nascondendo il viso dietro a una maschera. Uccelli, animali di vario tipo, semplici mascherine che coprivano gli occhi, complicati copricapi legati sotto al mento, imitazioni di personaggi e oggetti della cultura popolare. Gli uomini indossavano le maschere come unico ornamento fantasioso sopra ai frac e agli abiti da sera, ma le donne invece si erano sbizzarrite nella scelta di quale meraviglia indossare: non solo maschere elaborate nei dettagli e nei materiali, ma anche un tripudio di abiti da sera e gioielli!

Un invitato in particolare attirò l’attenzione della Morte Rossa. Era un prestante topino di campagna, con il corpo più strabiliante che la donna avesse notato quella sera.
Abbandonò il vecchio, lasciandolo al suo destino: massimo trenta minuti, il veleno avrebbe fatto effetto, lasciandolo in una pozza di carne liquefatta e sangue ribollito sul pavimento.

Era tempo di divertirsi prima di pensare all’ospite: era a una festa, e di sicuro il cavaliere a cui si era interessata era un bello che con lei avrebbe ballato.

Con incedere lento e sensuale, attenta a mostrare ogni curva umana che il suo corpo anormale era riuscito a mantenere, si avvicinò all’uomo. L’essere fatale indossava una maschera che mostrava solo le labbra carnose e il mento, lui invece una maschera di stoffa argentea molto sottile, ampliata nell’immagine del topo con il trucco. Erano entrambi molto affascinanti. Lui aveva gli occhi azzurri e uno sguardo -da quel poco che si poteva vedere- da felino, abbellito da un mento forte e una folta chioma scura di capelli lisci: altro che topo, quell’uomo era un vero leone!

«Mi concedi questo ballo, mio bel topino?», fece lei offrendogli la mano. Lui accettò senza nemmeno pensarci.

Fi in quel momento, quando lui si disse interessato, che la Morte Rossa si diresse al centro della pista, dove lo aspettò in mezzo alle altre coppie danzanti.

Silente e sinuosa, si stagliava nella folla come un albero centenario in un campo di fiori selvatici. Vertiginosi vortici di gonne, frac e ornamenti si muovevano attorno a lei, come foglie sospinte nel vento intorno alla betulla frusciante. Lei stava ferma, dolce nella fragranza ma altera nell’aspetto, in attesa del suo leonesco cavaliere.

Quando i due presero a danzare il loro tango, divennero il sole della galassia di ospiti che si fermarono ad osservarli, accerchiandoli con i loro sguardi rapiti.
Lei era alta e l’abito rosso mostrava le lunghe gambe dalla gonna e le mammelle prosperose davanti; ma lui era molto più alto di lei, la dominava con i gelidi occhi azzurri, rapito dall’odore che proveniva dal caldo corpo femminile. Un tango. Uno dei balli più sensuali e intimi, in cui entrambi mostrarono la forza della passione danzando, lei con un gioco di gambe spettacolare e una passione senza eguali, lui stringendole i fianchi e scuotendole la schiena con una forza che tutta la prendeva, stringendola a sé in un abbraccio di passione. Una coppia di fuoco, con la lunga cascata di ricchi che si muoveva senza sosta come un grande serpente che inghiottiva le menti di tutti quelli presenti, ma senza fretta: nessuno poteva staccare gli occhi da lei.
Era la loro dea.
E quando il tango terminò, i due danzatori restarono avvinghiati in un abbraccio appassionato, sotto agli occhi ammaliati dei presenti. Era calda quella serata, in quella stanza il calore animale era condensato in grandi gocce di sudore e passione sul volto nascosto dell’uomo. Lei sorrideva, compiaciuta della reazione che scatenava in quelle stupide bestiole.
Mentre silenziosa faceva scendere la mano di rosso guantata dalle larghe spalle lungo il fianco scolpito fino all’inguine dell’uomo, lui provò a baciarla. Lei rise. E si distolse: «No, Bruce, non sei tu la preda che questa femme fatale desidera. Vai, ti libero dal giogo!»
Lo cacciò via, a cuccia: era il momento di agire. Disperato, l’uomo si ritirò a fumare in giardino con un’espressione disperata sul volto mentre lei si disperdeva nella folla; la calca perse interesse in lei e tornò a dialogare o a danzare come prima che ella entrasse nella pista da ballo.

La Morte Rossa si trovava a quella festa per un uomo, il proprietario della magione, il rapitore di sua sorella dormiente nel sonno di roccia. E fu da lui che quindi andò, con una coppa di champagne in mano. Corretto, ovviamente.

«Buonasera, mio buon ospite.», ella sussurrò offrendogli un calice di champagne, «Una festa superba!»

Dopo un saluto formale alla misteriosa invitata, John Frankhlyn osservò prima la maschera di grandi piaghe e tormenti, poi abbassò lo sguardo sui grandi seni quasi scoperti, deglutì, sorrise e accettò il bicchiere. Rotto il ghiaccio e rinvigorito dal dolce profumo di lei, la ringraziò e rinnovò il saluto, questa volta sorridendo e stringendola in un abbraccio affettuoso e sentito. E alla fine del loro vicendevole benvenuto, l’ospitante bevve un sorso dello champagne. In qualche secondo, gli occhi di un marrone scuro dell’uomo si tinsero di verde, un verde clorofilla. La Morte Rossa lo osservò perdersi da sotto la maschera.
Prima che qualche personalità loquace o un uomo di servizio la interrompessero, la Morte Rossa prese a braccetto l’uomo e si lasciò guidare attraverso la villa, uscendo dalla sala da ballo: John Frankhlyn, dal momento stesso che gli occhi gli si furono tinti di verde, conosceva benissimo le intenzioni della propria dama e non le avrebbe tradite per nulla al mondo.

Soli e scaltri, i due iniziarono a dirigersi verso i piani inferiori, verso il caveau della vittima, verso la vera ragione dell’apparizione della creatura antropomorfa.

I due stretti in un abbraccio inscindibile camminavano nel buio, con la poca luce lunare che faticava a penetrare gli alti e frondosi alberi antichi del parco che circondava la villa.
Si muovevano veloci tra ritratti di famiglia e tendaggi scuri, calpestando raffinati tappeti siberiani sotto alle volte a crociera dei corridoi e dei saloni che attraversavano; ogni tanto, la donna si fermava ad osservare le stanze che attraversavano. Inorridiva. Erano tutte adornate con raffinate raffigurazioni floreali alle pareti e mobili di alto pregio in castagno placcati in argento. Nessuna pianta, nemmeno in vasetti. Quella villa era la morte della natura, la vittoria dell’arroganza sulla terra.

E poi, dopo diversi minuti, accadde.

Si trovarono di fronte a uno specchio a figura intera. Superficie di platino lavorato, incorniciato da ottone e pietre preziose, smeraldi e zaffiri probabilmente. Dalla lavorazione sembrava essere antico, modificato di recente. Lei, infine, si tolse anche la maschera e quel raccapricciante abito rosso rimanendo con i piedi scalzi e un tanga a coprire ciò che era stato un tempo il suo corpo mortale, prima dell’incidente in laboratorio.
Si osservò per vedere quanto del suo corpo umano fosse rimasto immutato.
Questa donna dalla pelle anormale, ora ancora coperta da un pesante fondotinta rosaceo, appariva estranea alla natura di femmina umana. La sua bellezza era ancora maggiore, trascendentale. La figura era alta e formosa, con una forma a doppio calice: larghe spalle e un seno abbondante, una vita stretta e un bacino abbondante, ma le gambe e le braccia erano esili come se fossero le radici e i rami di un albero.
Sembrava che un’edera avesse avvolto la donna e attraverso i legami l’avesse sfigurata stringendola in una stretta mortale; o che non fosse più umana ma una betulla antropomorfa. Era troppo magra in alcuni punti, troppo abbondante in altri; come se una pianta cercasse di apparire simile alle prede che tanto desidera!
Il viso una volta rotondo e pieno, era diventato oblungo e dalle guance scavate, e le labbra una volta piccole si erano ingrossate diventando gravide di veleni: se qualcuno l’avesse baciata e lei avesse desiderato avvelenarlo, avrebbe potuto uccidere la vittima in pochi secondi.
 

Ma si era fatto tardi, l’ora concordata si avvicinava, e la fu Morte Rossa, ora se stessa, riprese a braccetto la sua vittima ammaliata, in una stretta per le deboli braccia dell’uomo quasi lacerante e, trovate le scale, scesero al piano inferiore dove alla fine del cammino si ritrovarono davanti a una grande porta blindata di metallo lucidissimo.

«Apri. Ah, tesoro, mi sai dire che ore sono?», chiese lei rivolgendo lo sguardo ai piani superiore, verso il soffitto.

L’uomo, in una sorta di trance, prima aprì la porta blindata del caveau, quindi le avvicinò il polso destro su cui portava un Rolex. Erano le undici abbondanti, quasi la mezza. Soddisfatta, la donna dai selvaggi capelli rossi gli si avvicinò e squadrandolo come un cobra con il topo lo baciò sulle labbra. Lui, esterrefatto da tanta passione, rispose al bacio con maggiore intensità, assaporando il dolce nettare delle sue labbra. Prima portò le mani ad accarezzarle la lunga fronda rossa, poi scese a sfiorarle le labbra e infine si soffermò sui grandi seni.
Fu allora che la vita dell’uomo si spense, con il cadavere irrigidito che si riversò contro la donna; lei ridendo cristallina si scansò di lato e osservò il proprio lavoro.

Ma poi, la donna che fu la Morte Rossa entrò nel caveau.

E mentre la fu Morte Rossa entrava a ispezionare i reperti archeologici di quella bestiola a sangue caldo, l’uomo avvelenato iniziò a rattrappirsi, consumato da un veleno che aveva iniziato a invadere ogni vaso sanguigno dopo il bacio tanto desiderato: le labbra si tinsero di un opaco verde clorofilla mentre il sangue veniva ripudiato dal corpo a fiotti, uscendo dai pori della pelle in una grande pozza attorno al cadavere, per poi essere sostituito da cloroplasti e cellule protette da una spessa parete cellulare. Se all’inizio il cadavere era riverso in una posizione scomposta sul pavimento marmoreo, con il passare dei secondi la posizione diventava sempre più rigida, con i legamenti che si bloccavano e si ingrandivano diventando più simili a rami che a braccia e gambe e collo: per quando la femme fatale fosse uscita, della vittima umana sarebbe rimasta solo una corteccia che un tempo assomigliava all’uomo che fu.

«Bene bene bene. Se io fossi uno sporco umano, per di più uomo, dove lascerei una povera pianta indifesa?»

Ora la misteriosa femmina si aggirava nel seminterrato, al primo piano dell’enorme camera blindata che si estendeva su ben tre piani. Erano passate le undici di notte da molto tempo, era quasi la mezza.

Resesi conto dell’ora, le sottili dita della femmina con un solo colpo a mano aperta distrussero i vetri di protezione della collezione di antichità e si infilarono in quei cubi frantumati prelevando e riponendo nel sacco tutto ciò che la donna riteneva potesse essere di valore, un sacco che aveva trovato mentre si faceva guidare dal suo ospite nella villa.

Quindi, soddisfatta, scese le scale, e si ritrovò al secondo piano interrato: gemme preziose e gioielli. Tanto interessavano alle sue amiche di carne e sangue.
C’era su freddi scaffali di legno una ricca collezione di pietre e metalli ancora allo stato grezzo, preservati da campane di vetro e un’illuminazione poco intensa. Davanti a ciascun elemento della collezione era posizionata una medaglietta con sopra il nome e le caratteristiche; provenivano da tutto il mondo. Tutto finì nel sacco. Ma dall’altra parte della stanza, oltre una vetrata attraversabile aprendo una porta di vetro, si trovavano i gioielli e poi oltre ad essi le scale per scendere all’ultimo piano del caveau. Quei gioielli avrebbero reso la donna dalle nove vite ancora più ricca e riconoscente verso l’amica delle piante.

Ma fu al terzo piano inferiore della magione che la missione vide la sua soluzione. La fu Morte Rossa increspò le labbra carnose in un sorriso: era vicina alla sorella da salvare!

«Mia povera piccola indifesa amica. Eccoti qui, ma cosa ti hanno fatto? Qui non puoi stare, hai bisogno di vivere di nuovo, ecco ti aiuto io.»

Dentro a una piccola teca di cristallo che custodiva il piatto forte della collezione del miliardario c’era il fossile di una delle prime piante mai apparse sulla Terra, la più antica mai ritrovata! E raggiuntala, un risolino di soddisfazione e di pura gioia eruppe dalla gola della donna. Quindi senza esitazioni spaccò con un pugno la teca di vetro dentro alla quale la pianta addormentata in una matrice rocciosa asfissiava.
La liberò e la strinse alla guancia.

La misteriosa donna e la sua sorella antica si erano ricongiunte.

La fu Morte Rossa era finalmente pronta ad andarsene, ma non aveva finito: la villa, con tutti i suoi ospiti all’interno, si reggeva ancora sulle proprie fondamenta e anche tutti gli ospiti del miliardario ingrato dovevano pagare, e la donna sapeva cosa fare. Depose il sacco con la refurtiva a terra, sul pavimento.
Dopo aver osservato quella stanza rivestita di metallo bianco e illuminata artificialmente, resa dall’uomo aliena alla terra dentro alla quale era stata scavata, sospirò e rivolse lo sguardo verso il proprio addome.
Se prima indossava un misero tanga come unico indumento, si tolse anche quello, rimanendo come quando la Natura l’aveva forgiata anni prima. Immise le sottili dita dentro alle proprie labbra verginee e da esse ricavò un piccolo seme bianco, poco più piccolo di un chicco di riso; lo depose a terra, sulle piastrelle bianche. Subito, da esso ne uscirono mille serpi di edera velenosa che si scagliarono contro il pavimento sventrandolo, contro le pareti strappando le varie assi di metallo fino a ritrovare il terreno e immergersi in esso come fossero radici.
E mentre lei lasciava il caveau risalendo le scalinate interne e poi uscendo dalla porta blindata, queste edere la seguirono nell’ascesa verso il parco, invadendo ogni angolo prima dei tre piani del caveau e poi della villa.

In giardino, nuda e scalza, naturale, con la refurtiva nella mano sinistra e il pezzo di roccia organica nell’altra, tornò fuori, nella brezza estiva, raffrescata dalla notte. Gli uccelli al suo passaggio cantavano le melodie più stupende, le lucertole uscivano dalle loro tane per osservarla, i dobermann che infestavano la proprietà ai danni delle persone non volute si limitarono a guaire e offrirle la loro vulnerabile pancia se avesse voluto accarezzarli.
Ma lei, volle solo richiamare il suo passaggio per andarsene. Era ora di dire addio a tutte quelle persone. A momenti, sarebbe comparso un grande bulbo bianco dal terreno che…

«Hei, non vorrai mica lasciarmi qui! Dopo che li ho tenuti buoni per te!». Una voce risuonò alle spalle della donna floreale.

L’essere dagli occhi con iridi enormi e gialle come il fiore proibito si girò lentamente verso la sorgente della voce acuta e sgraziata, non prima di avere messo nel bocciolo gigante apparso dalla terra il sacco e il fossile.
Ad averla chiamata era una giovane donna, sulla trentina, dai capelli biondi rischiarati dalla luna raccolti in due codini ai lati della calotta cranica. Era appoggiata alla parete del capanno degli attrezzi dei giardinieri, al suo fianco c’era un enorme martello chiodato.
Le due si diedero un lungo bacio mentre i loro corpi si abbracciavano e un sorriso si dipingeva sul viso di entrambe.

«Non mi stavo mica dimenticando della mia bestiola preferita, tranquilla! Invece, fai uscire i tuoi uomini: la villa sta per crollare su se stessa.»

La bionda si staccò dall’abbraccio e si pulì le labbra, godendo del sapore di zucca marcia che proveniva dalla sua amica. Scomparve per qualche minuto dentro alla villa, e ne uscì facendo mille ruote fino a raggiungere la Rossa amica dentro al bocciolo, abbracciandola allegra. E mentre la misteriosa invitata non più mascherata scompariva con la sua amante dentro alle interiora della terra all’interno di un grande bozzolo candido come la neve, centinaia di uomini e donne urlavano mentre le edere strappavano la terra sotto al peso della villa facendola crollare su stessa. Morirono tutti i presenti.

«Harley, tesoro, dimmi, sono morti tutti vero? A parte i tuoi sottoposti non è andato via nessuno. Giusto?»

«Ehm… Quasi. Sono riusciti a eludere la sorveglianza solo tre persone: il miliardario Bruce Wayne, la figlia del commissario Barbara Gordon e il sindaco Adam Smith.»

«Non importa, la mia sorella è al sicuro. Grazie del diversivo.»


MEMORIE DI UNA GATTA LADRA, giorno 21 giugno 2001

Miao.

Trovare la tana della Rossa è stato facile: mi aveva detto che si trovava lungo la costa a est di Gotham e sapendo che da poco tempo un terremoto aveva elevato alcune grotte dal mare, avevo supposto che si potesse trovare in una di quelle. Arrivai via mare, con un motoscafo preso in prestito alla guardia costiera; o meglio, si sarebbero accorti della mancanza solo al mattino seguente, presumo oggi. È sempre bello sentire le onde infrangersi, il sapore di sale, la brezza sul viso. Un bellissimo modo per recuperare il bottino.
All’inizio non ero sicura di trovarla in una delle grotte, stavo navigando da mezz’ora avanti e indietro ma senza alcun risultato palpabile. Poi i miei sensi felini hanno fremuto: non appena il vento cambiò direzione, alle mie narici arrivò l’inconfondibile puzzo di zucca marcia.
Da ciò trovare la tana di Ivy è stato molto facile, mi è bastato parcheggiare il motoscafo ai piedi della scogliera e scalarla con i miei artigli di ferro e l’uso di una corda da arrampicata. L’olezzo mi ha guidato meglio di una luce nel buio, in dieci minuti ero dentro all’antro.

La tana della Rossa è diversa da qualsiasi altra tana immaginabile: non c’è mobilio, o finestre, o porte, o dispense per il cibo. Non c’è nulla di antropico. Quando entrai nella tana, la puzza di zucca marcia sovrastava la salinità dell’ambiente, intollerabile; all’inizio vidi solo una marea di piante, ogni tipo di albero e arbusto, pianta erbacea e rampicante, tutte attorno ad Harley e a un essere ricoperto di papaveri rossi, i fiori preferiti di Harley, e quell’essere era Poison Ivy per i nemici ma per noi semplicemente Pamela. Quelle piante non sembravano semplici piante, ma ramificazioni dell’essenza stessa di Pam, circondandola, cercandola, incurvandosi verso di lei ad ogni suo inspiro ed allontanandosi ad ogni espiro. Ivy era il loro sole, la sua sola presenza permetteva la loro sopravvivenza all’interno di quella che era una grotta marina, ancora tanto umida e coperta qua e là di pozzanghere. Ma le piante sopravvivano grazie alla Rossa, la loro mamma, e grazie alla Rossa tutte erano prodighe di attenzioni verso Harley, che canticchiava sdraiata accanto a lei.

Mi videro, io le salutai. Harley mi fece cenno di avvicinarmi, mentre la Rossa si limitava ad osservarmi con i suoi penetranti occhi gialli.

Ci salutammo, Harley era frizzante come suo solito, sentirla parlare è come ascoltare il canto altalenante di un usignolo, ma molto più acuto e sgraziato. Ivy invece mi salutò fredda, con un tono profondo, come se non stesse parlando il corpo fiorito al fianco di Harley ma tutta la massa di piante nella grotta.

Era ovvio che Pamela non mi volesse nella sua tana, con tutte le sue preziose piante, le sue cosiddette ‘sorelle’. Mi sbrigai a chiedere com’era andato il piano.
Harley, sempre sorridente e piena di energia, proruppe in una risatina e si sporse ad annusare i fiori lungo tutto il corpo dell’amante. Poi estasiata tornò a sdraiarsi come una bambina che aveva appena ricevuto il più bello dei regali, mentre un’edera sopra la sua testa si stava abbassando rivelando nel suo rampicante tanti piccoli petali di papavero rosso danzanti solo per lei. Lei sembrò apprezzare, a me si rizzò ogni pelo che avevo in corpo.

«Splendidamente, non ci sono dubbi a riguardo. Quelle stupide bestie nemmeno si saranno accorte della sparizione dei reperti e della mia sorella. Harley, la mia dolce Harley, ha fatto un lavoro egregio. Solo tre persone sono sopravvissute: Bruce Wayne, Barbara Gordon e il Sindaco Smith. Mi bastano, non ci do troppa importanza. Invece, cosa ne pensi della mia sorella? Non la trovi una pianta eccezionale?»

Quale pianta?, stavo per chiedere, confusa. Poi la notai. Mi si accapponò la pelle, di nuovo ogni singolo pelo del mio corpo si rizzò, un soffio di paura mi salì dalla gola e indietreggiai; il tutto mentre la Rossa mi osservava soddisfatta. Non lo avevo notato prima, ma c’era qualcosa di orrendo all’interno della grotta! Se il pavimento era ricoperto di piante verdi, grandi e piccoli, indifese e predatrici, il soffitto era ricolmo di alghe nere e sottili, sembravano dei sottili serpenti pronti a cadere su di me e divorarmi. Deglutii.
Le chiesi spiegazioni.

«Come vedi, la mia sorella è rinata. Per ora è ancora debole, si deve ambientare al nuovo clima, ma non appena si riprenderà, io e lei faremo grandi cose! Stanne certa, Gotham e tutte le altre cittadine pagheranno per quello che hanno fatto contro le mie sorelle! Ora va’, e prendi con te anche il bottino –non so che farmene di quella spazzatura rubata alla terra– e Harley. Vi avviserò quando noi attaccheremo, tranquilla. Ora andate!»

E un rampicante mi consegnò il bottino, fino a quel momento custodito dentro alle fronde di un piccolo arbusto. Harley di controvoglia baciò la sua amante sulle labbra e si alzò, venendo verso di me. Uscimmo dalla grotta con il bottino da spartirci in mano, ognuna che lo sollevava con una mano. Saltammo in mare dalla scogliera e ci issammo sul motoscafo.
All’orizzonte, in procinto di andarcene, ci girammo a guardare la scogliera. Della grotta ora si vedevano solo velenosi rampicanti verdi strisciare lungo la roccia a chiudere il passaggio e un’inquietante massa nera che si espandeva.

Un bel piano, che mi ha fatto ottenere tanti gioielli e reperti da rivendere, al netto di qualche ricerca architettonica. E con quel bel fascinoso di Bruce che è sopravvissuto, abbiamo rasentato la perfezione.

Sono proprio curiosa di vedere cosa combineranno la mia amica Ivy e quella sua ‘sorella’ ex-fossile. Harley non sembra darci peso, ma temo che per Gotham e per Bruce ci saranno tempi molto brutti.

In ordine da sinistra: Poison Ivy, Harley Quinn e Selina Kyle; non sono come descritte nel racconto ma per farvi un’idea dei personaggi.

Un amore distrutto dall’odio

“ Non troppo tempo fa in una terra vicina vicina e durante una notta tempestosa, una ragazza dai lunghi capelli rossi di sangue corse al suo laptop e sporcandolo tutto digitò sulla tastiera, cercando un indirizzo internet. Era appena riuscita a scappare, gli aveva piantato un coltello nella tempia, a quello più vicino, mentre all’altro non aveva nemmeno pensato: doveva scappare. Sapeva che stava arrivando con quella sua amica, quella dotata di uncini, la stavano cercando l’avrebbero trovata. Il dormitorio non era così grande…
Gli occhi gialli guardarono la pagina caricarsi e poi scelsero nella lista di sezioni quella che poteva dargli una risposta: Creature Misteriose & Mitologiche. Però ci metteva troppo a caricarsi e li sentiva arrivare! I lunghi capelli toccavano terra e i pezzi di metallo ad essi continuavano a strusciarsi sul legno, provocando inquietanti fruscii che terribili si univano alle risatine della donna che guidava lentamente l’ansimante suo amico. Ormai erano alla porta!
Consapevole di non riuscire a scoprire altro, la ragazza corse in bagno e si guardò allo specchio, rivoltandosi per ciò che vide. I capelli di carbone si erano tinti di porpora, la pelle chiara era rossiccia e la tuta che aveva usato per correre le era rimasta incollata, zuppa qual era di sangue. Le ricordava un film quella visione ma non volle approfondire: chiuse la mano a pugno e ruppe lo specchio, urlando di rabbia e fregandosi delle schegge: al massimo doveva preoccuparsi di avere rivelato la propria posizione ai suoi inseguitori! Quindi dalle macerie raccolse un coltello corto ma con un filo sottilissimo, nascosto fino a un secondo prima dietro al vetro riflettente dello specchio.
Ora si balla, carni da macello. E io sono la vostra macellaia!
Ora erano alla porta della camera e sentiva che l’uomo stava caricando. Lo sentiva ansimare, lo sentiva muggire con la sua bocca ricolma di carne cruda, grosso enorme come un vitello cannibale! E poi Bang! I due entrarono e si guardarono attorno, mentre i lunghi capelli di lei prendevano possesso della stanza posandosi sulla foto di due bambini che sorridevano all’obiettivo a bordo di un carro armato, poi sul letto ricolmo di libri di mitologia e dell’orrore, quindi sul tappeto sporco della scia rossa che partiva dall’entrata e arrivava alla sedia girevole viola scuro e infine sulla porta dell’armadio a destra e del bagno a destra. L’uomo si limitò ad aprire al massimo le narici e fiutare la sua preda. Nel bagno.
Subito si preparò a caricare per sfondare ciò che li separava dalla belle brunetta, consapevole che la sua alleata non sarebbe mai riuscita a sfondare una porta in legno con i suoi uncini: non aveva abbastanza forza! E allora prese la carica. E allora abbassò la testa e piegò il braccio, pronto a distruggere pure quella misera lastra di legno che miseramente separava quei due mostri dalla loro preda. E allora corse ruggendo contro la porta, con le corna perpendicolari pronte a uccidere quella ragazza tanto stupida da barricarsi in un bagno. E morì.
La ragazza dai lunghi capelli neri ma completamente sporchi del sangue del suo primo aguzzino aveva aperto la porta completamente, sbilanciando la corsa del toro e incastrandolo nella finestra, fabbricata fortunatamente proprio davanti alla porta, centrale alla stanzetta. Subito Jennifer aveva richiuso la porta bloccando il demone senza mani e lasciandolo solo con le sue urla acute di rabbia e frustrazione e aveva tagliato i tendini delle ginocchia all’individuo davanti a lei, mentre di dimenava cercando di uscire da quella trappola ma invano; quindi, accasciatosi, la bella brunetta gli aveva conficcato da dietro il coltellino proprio nell’ultima vertebra, quella che collegava il cranio al corpo, e rimestava entrava e usciva a piacimento saliva e scendeva mentre nuovo sangue scaldava quelle dita sapienti. Quindi aveva spalancato ancora di più la finestra e lo aveva espulso, facendolo precipitare per cinque piani di un titanico edificio.
Ora toccava al demone giapponese e la bella sadica aveva una splendida idea. Quindi uscì sul balcone e le gridò di seguirla, sicura che la donna non avrebbe perso l’occasione di trafiggerla con i suoi innumerevoli uncini e mangiarsela lentamente. E… 


Tom aveva richiuso il libro e mi aveva guardato, con uno sguardo intenso. Gli piaceva scrivere di cose non troppo leggere e anche se non era molto bravo la passione che ci metteva rendeva tutto più interessante, intrigante e affascinante. Ci eravamo conosciuti grazie al laboratorio di scrittura, subito piaciuti. Di lui mi piacevano la grande fantasia e l’allegria che sprigionava, gli occhi grigi che colpiti dal sole diventavano argentei, i capelli rossi e morbidi, da accarezzare, il fisico poi ovviamente. Anche io scrivevo, scrivevo di una ragazza una fata tipo, che andava in un castello e finiva nei guai; un racconto incompleto ma mi piaceva scrivere e ciò mi accomunava molto a lui… A Tom.

Quel giorno era venuto a casa mia per la prima volta, ci vedevamo sempre fuori. Sulla porta di casa, faccia a faccia, mi aveva baciato scherzosamente con un bacio a stampo e dopo un abbraccio molto caloroso e profondo, era entrato. Dopo essersi fermato un attimo sulla porta del salone a contemplare la brutta stanza ammobiliata solo da un grande divano giallo posto davanti al televisore e dalla poltrona a fiori di mia mamma, si era sfilato lo zaino e seduto sul divano, facendomi segno di imitarlo al suo fianco. Felice, ero accorso a soddisfare la sua richiesta e chinandomi a togliere dei cuscini avevo tirato fuori il mio bellissimo quaderno su cui scrivevo racconti. Quando avevo iniziato a raccontare, lui si era tolto la maglietta mostrando un fisico scolpito e notato che continuavo a leggere nonostante ciò ridendo si era messo ad ascoltare senza battere ciglio, preso dalla lettura composta con tanta volontà ma poco talento.

Eccola qui:
Era un fredda notte d’Inverno, la flebile candela disegnava giochi di ombre sul suo volto, mentre il resto della camera era avvolto nel buio. Lucinda scriveva sul suo diario frasi di ansia, di terrore, temeva: la misteriosa figura di cui non riusciva a scorgere il volto la osservava, dalle profondità dell’antico castello di pietra solida e fredda, e lei ricambiava lo sguardo. Il grande orologio a pendolo suonava la mezzanotte e il suo rintocco scuoteva il cuore della povera ragazza, che non sapeva cosa fare: avvisare gli amici che la presenza era effettivamente lì oppure solo la padrona di casa, annidata nella Torre Est? Lei non lo sapeva. Le sembrava quasi di scorgere, quando non guardava, le figure dei quadri terrificanti muoversi dalle torture in cui erano raffigurate e sporgersi verso di lei grondando sangue sul pavimento; oppure che qualcosa mentre dormiva si muovesse sotto al letto e nel buio provasse a strisciare verso di lei e le mangiasse il viso; o che dalle finestre di vetro temperato qualcosa entrasse di soppiatto con gli artigli scoperti e le zanne pronte a banchettare lasciandola per sempre in quel castello buio e freddo. Di questo scriveva nel suo diario, una scrittura piccola, sottile, claustrofobica come si sentiva in un posto dove le sue peggiori paure sembravano realizzarsi.
Facendosi coraggio, dopo che l’orologio a pendolo aveva suonato altre due volte, la ragazza con braccio tremante afferrò la candela e si alzò e, temendo che una mano dal buio l’afferrasse, iniziò a camminare verso il centro della stanza e, posta la luce sul pavimento, tremando si inginocchiò. Guardò che sotto al letto non ci fosse niente, ma singhiozzò: nel buio qualcosa si muoveva! Era veloce, piccolo ma la guardava con occhi maligni, correva verso di lei. Subito, lei si ritrasse e cadde, per colpa dello slancio, nell’armadio e tutti gli appendini le sembrarono afferrarla come dita scheletriche. Urlò, invano. Il topo continuò la sua corsa fin sotto l’armadio e scomparve nel buio da dove era comparso.
Lucinda, con il viso rigato dalle lacrime, si dispiacque di avere urlato perché nemmeno lei sapeva quali orribili serpenti aveva risvegliato, quali incubi la attendevano in silenzio con calma, quali spaventi la avrebbero colta, la mano nel buio che l’avrebbe presa. E due colpi, a malapena udibili nel silenzio che stava ingoiando l’anima della povera ragazza, provennero dalla porta spessa, che lei, con il cuore in gola, aprì.”


E solo dopo avere avuto un suo parere feci quello che aveva sperato fin dall’inizio, con un sorriso sulle labbra e la gioia negli occhi. Mi piaceva baciarlo, sentire le sue labbra, la lingua sul collo e là dietro all’orecchio. Mi piaceva sentirlo, vicino a me, caldo e… Beh, non serve dilungarsi troppo! Ci eravamo divertiti, è ovvio.

Alla fine, dopo che se n’era andato, rimasi abbastanza soddisfatto della serata: avevamo parlato, migliorato i nostri testi e poi passato il pomeriggio a divertirci come non facevo da tempo. Aveva detto che i miei occhi blu sono fantastici e che era stato davvero divertente passare con me il pomeriggio, che ci saremmo rivisti. Io ero felice all’epoca, era bello (da me l’occhio ha sempre fatto il proprio dovere nella scelta) ed era molto allegro, ottimo per il mio carattere mogio e facilmente deprimibile. Ma non mi richiamò più, per giorni e giorni, finché alla fine decisi che forse avevo affrettato le cose…

Solo dopo una settimana scoprii che era stato ritrovato un cadavere in un crepaccio, vicino a casa mia. Aveva tutto. Documenti, sodi, perfino lo zaino con tanto di quaderno con cui si esercitava a scrivere racconti; non era stata una rapina, ma probabilmente un crimine dell’odio: al giornale hanno detto che è stato torturato prima di morire, prima di essere stato buttato… là… come si butta la spazzatura nel cestino… e alla televisione hanno detto che gli è stato inciso sul petto DIE FAG! Al mio Tom…
Al mio Tom.




Yago, l’angelo dell’acqua

Yago era andato ad aiutare i pescatori. La spiaggia di ciottoli era distante diversi chilometri da dove aveva lasciato il suo eroe ma comunque anche là udiva chiaramente le urla dall’arena, situata al centro dell’abitato; lui ora era in mezzo alla natura con gente semplice e ospitale.

Si era slegato i sandali e li aveva posti su di un grande masso che sporgeva come un albero dalla spiaggia, su di esso aveva posto anche i lunghi pantaloni di cotone e la giacchetta in pelle; si era slegato i capelli ricci e aveva posto anche il nastro di vimini intrecciati sul masso. Quindi, col tanga addosso, si era tuffato dalla roccia più alta, quelli che guardava dall’alto dei suoi trenta metri la spiaggia prima di oltrepassarla e sovrastare il mare nero e profondo.

Era dovuta all’immensità di quel mare così irto di pericoli che la richiesta dell’aiuto dell’angelo dell’acqua era necessaria: quel mare spesso creava onde in grado di sbalzare via le fragili barche e gli strumenti che servivano a sfamare così tante persone finivano irrimediabilmente sul fondo dell’oceano. E Yago aveva il compito di recuperarle dietro compenso di un pesce o due con cui sfamare se stesso e il proprio padrone; né la pressione né la temperatura né l’assenza di ossigeno: niente avrebbe spinto il mare a ferire il suo messaggero e mano divina.

Così Yago passava quando poteva le giornate di quel torneo in mare, sott’acqua, e riscopriva le meraviglie di quel posto incantato: coralli, pesci di varie forme e colori, giochi di luce lungo le colonne istriate di grandi civiltà sommerse. Di solito, gli strumenti di pesca (trappole o ami, perlopiù) si fermavano sui tetti devastati dei templi, qualcosa come una statua in rovina o un buco nella struttura riuscivano a fermare la corsa dell’oggetto prima che le correnti lo trascinassero nella valle più profonda, nella quale nemmeno gli eletti del mare osavano avventurarsi. Qualcosa abitava quella valle e, poiché era ritenuta quella una delle valli sommerse più alte di quel bacino idrico, doveva essere qualcosa pesante un numero inimmaginabile di tonnellate; qualcosa che se avesse mai deciso di alzarsi fino al mondo emerso, avrebbe creato un’onda di rimando talmente alta da inabissare qualsiasi isola così sfortunata da trovarsi nelle vicinanze.

E ciò Yago lo sapeva.

Per questo non si era avventurato mai oltre lo strapiombo, dove sembrava esserci un unico grande buco ricolmo di oscurità. Preferiva nuotare dove i pesci assumevano ancora sembianze certe, dove i pesci erano dotati di uno scheletro anche cartilagineo, dove i pesci avevano corpi opachi e solidi. E quindi passava le ore con lo sguardo rivolto verso il sole, oscurato dalle barche, ad aspettare che qualcosa o qualcuno lo richiamasse ai doveri che lui stesso aveva scelto di assumersi; passava le ore disteso su qualche edificio in rovina o sul fondo pietroso, ben consapevole che qualche cetriolo di mare o anguilla si potesse nascondere sotto ai grandi massi che spesso usava come letto. E rifletteva, con i grandi occhi azzurri ora tinti di nero velati di tristezza, se mai un giorno il suo eroe lo avrebbe mai liberato dal giogo; se mai un giorno gli avesse sorriso.

Tuttavia, quel giorno, qualcosa accadde: distratto dai suoi pensieri, quasi non notò la gabbia di rame che pian piano cadeva, inesorabile, giù fino alla valle inaccessibile. La gabbia era caduta prima che avessero potuto posizionarla, non aveva corde con cui essere tirata su piena qualche ora dopo, e quindi Yago capì che doveva recuperarla.

Doveva entrare nella valle profonda, forse valle velante di un’altra ancora più profonda e spaventosa. Deglutì e iniziò a nuotare in quella direzione.

Più si avvicinava a quell’abisso scuro e minaccioso e più percepiva che qualcosa di immenso lo stava fissando. Non poteva essere nella foresta algale sottostante, era troppo fitta; non poteva nemmeno fissarlo nella colonna d’acqua soprastante, lo avrebbe oscurato ancora di più impedendo ai raggi solari di penetrare nel liquido acqueo. Doveva nascondersi nella gola nella quale la trappola per pesci stava venendo trascinata dalla corrente marina!

E quando finalmente il ragazzo raggiunse l’oggetto tanto inseguito, ebbe la conferma dei suoi sospetti: dall’altra parte della strettoia di rocce ricoperte di affilati coralli si trovava un’immensa creatura dall’aspetto vagamente antropomorfo e dal viso tentacolare!  Lo fissava con i suoi occhi, con due occhi che sembravano quasi sette soli di pura gelatina bianca e opaca; e Yago fissava quella creatura, dall’altra parte della strettoia ma non al sicuro: era troppo stretta perché la creatura potesse passarvi ma sicuramente troppo fragile per contenere un tentacolo sferzato per distruggere la barriera naturale.

Se il mostro avesse voluto ucciderlo, lo avrebbe fatto senza problemi.

Ma non lo uccise, anzi, in tutta la sua smisurata statura si spostò e indicò con le sue centinaia di tentacoli, alcuni lunghi più di cento metri, una piccola grotta crollata. Anche le chele, grandi come interi villaggi, indicavano quel punto: era Yago il soggetto di quella segnalazione ed era Yago colui al quale la creatura aveva chiesto aiuto.

Yago si fece coraggio e oltrepassò la strettoia che lo separava dal titano. Deglutì. Aveva ragione, l’oscuro abisso che aveva attraversato non era niente in confronto a quello che ospitava il mostro! E nell’immensità della creatura, essa non poggiava nemmeno i piedi sul fondale: se lo avesse attaccato e lo avesse lasciato cadere fino al fondale, nessuno lo avrebbe mai più ritrovato. 

Non avrebbe più rivisto Rafael!

Quindi, con il cuore in mano, Yago schivò con facilità i lunghi tentacoli e dopo tre minuti di nuotata raggiunse con facilità la grotta; con i ruggiti che sembravano lamenti, lo scudiero capì che lì dentro c’erano i piccoli della creatura! Ancora non sapeva cosa, ma qualcosa aveva bloccato l’apertura della grotta naturale. Un masso, forse; o alcuni massi.

Di certo non era un problema rilevante per il vassallo dell’acqua: con estrema facilità, la stessa con cui non subiva né le temperature né le pressioni di quella profondità, la stessa con cui respirava sott’acqua, ordinò all’acqua dentro alla caverna sottomarina di uscire, creando così una fortissima corrente che prima spinse via i massi che bloccavano l’entrata e quindi i tredici piccoli (si fa per dire piccoli, era grandi quanti Rafael) del mostro. Ogni muscolo del ragazzo si era contratto nello sforzo, senza rendersene conto si era perfino morso la lingua, come se avesse subito un elettroshock, e subito dopo sussultò in avanti socchiudendo gli occhi.

L’ultima cosa che vide prima di svenire e probabilmente morire per la fatica fu il mostro raccogliere nelle alghe che lo ricoprivano i suoi cuccioli e staccarsi una squama. Poi Yago svenne.

Racconto originale: Sopravvissuti alla minaccia

Caro Alexander,

ti scrivo sempre da Venezia, con la mia bellissima penna di pavone intinta nel rosso inchiostro del calamaio. Io e Virginia stiamo bene, volevo informarti di ciò subito. So quanto foste in pensiero per noi, ma siamo sopravvissuti. Non sai quanto io fossi spaventato dalla sua minaccia! Ha passato la vita a rintracciarmi, ossessionato a cacciarmi. Sapevo avrebbe ucciso senza rimorsi Virginia, la mia amata Virginia, e avevo timori che mio padre avrebbe ucciso anche me! Me, suo figlio! Mi aveva lasciato morire quella sera d’inverno e mi avrebbe ucciso ora. Che uomo bestiale. Ma se anche mi avesse risparmiato, se mi avesse costretto in catene con una museruola al viso, che vita sarebbe stata senza Virginia? Lei mi ha concesso di vivere quando io stesso avevo rigettato la vita! Ti ho già raccontato come ci siamo incontrati? In pratica, avevo litigato con mio padre e avendo fallito gli studi, solo come un cane, ero scappato nei boschi ubriacandomi con una bottiglia di vino rosso corretto al cianuro. È stato allora che la vidi: leggiadra figura eterea ergersi dalle ombre del bosco avvicinandosi a me, con i suoi stupendi occhi verdi che si posavano su di me; ormai non potevo nemmeno più parlare: mancava poco; ma lei si chinò su di me, mi baciò sulle labbra e sentendo la mia morte me le morse, andandosene nella notte. La ritrovai il giorno dopo seduta su una panchina al limitare della foresta, mi sorrise sotto a quel suo ombrellino che usa per riparare la pelle immacolata dai raggi solari e mi fece segno di sedermi con lei. Da quel giorno non ci siamo più separati per grandi intervalli di tempo. La sola idea di perderla mi è estranea, inconcepibile, mi sembra più che realtà l’irrealizzabile realizzazione di un destino crudele, non potrei mai sopravviverle. Lei non ha mai fatto nulla, lei è la mia dea, la mia Venere. Per lei uccido, per lei svuoto i contenitori di carne per raccogliere il sangue e porgerglielo: quel piccolo bicchiere di vita da sorseggiare in ringraziamento della vita meravigliosa che mi ha concesso! E non devo nemmeno cacciare: è lei che passeggiando per le vie o i sentieri, imbattendosi in sconosciuti viaggiatori, si fa seguire fino alla nostra casa. Prima Lussemburgo, la mia prima casa, poi Parigi, Amsterdam, Roma, Torino, infine la nostra villetta ottocentesca nascosta tra le calli di Venezia. Adoro Venezia, anche a lei piace. È sempre ricolma di gente, di vita, soprattutto a Carnevale, quando ci travestiamo e ci facciamo fotografare dai turisti; è buffo, alcuni di quei turisti diventano parte della nostra salute, della nostra vita, del nostro essere. Ogni tanto passeggiamo di notte, o prima dell’alba, quando la nebbia ovatta la vista e sembra che Venezia sia vuota se non per noi. Ogni tanto, poi, le compro anche dei vestiti a Burano, lei adora il pizzo, il tessuto lavorato, adora vestire di bianco, un colore così candido e innocente in confronto alla malizia dei suoi lunghi riccioli ramati. Occhi verdi, riccioli ramati, pelle bianca. Alexander, non potrei mai separarmi da lei, morirei se le succedesse qualcosa! E allora pensa la mia paura quando scoprii che Esteban era stato decapitato fuori dalla discoteca dove andava! E tre mesi dopo anche Lilliana a Brasilia! Tu stesso gli sei sfuggito per caso! Il cuore mi si riempì di puro terrore quando Viriginia mi avvisò che aveva percepito la sua presenza a Venezia: era venuto per noi, alla fine ci aveva trovato! Io volevo chiudermi in casa fino alla sua partenza, ma la mia dolce Virginia aveva detto di non preoccuparmi: ci avrebbe pensato lei, sai, ha un’esperienza millenaria a differenza di noi due. E così ha fatto. Come al solito, è uscita a fare una passeggiata e guardare le vetrine. Io l’ho aspettata dentro, avevo del lavoro da fare, anche per non pensare più del dovuto e rovinarmi i denti a furia di digrignarli. Così, mentre lei era fuori letteralmente a rischiare il collo, io mi stavo spogliando, preparandomi a dissanguare i corpi e poi a tagliarli a pezzi, per i cani. Mi ricordo che stavo appendendo al gancio una donna molto, molto grassa, quando sentii Virginia rientrare, stava canticchiando. Mi si avvicinò e mi disse: «Tesoro, abbiamo ospiti, preparati». Io mi sentii morire! Gli ospiti, o per meglio dire, l’ospite era entrato in casa, era mio padre! Ancora seminudo e ricoperto di sangue e lordure varie, presi il coltello più grande e corsi dietro alla porta della nostra camera da letto: per attaccarlo appena fosse entrato. Perché lei fa così, è un pochino vanitosa: si denuda e lascia che sia la sua inarrivabile bellezza a rendere impotenti di reazione le prede! E funziona anche con lui! Non posso descriverti la contentezza quando lo uccisi! L’ho ucciso, dopo tanti anni di terrore e fughe! Finalmente siamo liberi! Ma non possiamo più stare a Venezia. Ci ospitereste nella vostra tenuta in Russia?

Con affetto, Bernhard.

PS: il soggetto è rielaborato da un racconto scritto in precedenza. Ciao!

I due esploratori

Alexa e Thomas camminavano insieme, lentamente, nella nebbia che aleggiava in quella valle scura.

I due amici avevano accettato la missione di buon grado sia per dimostrare di essere sempre i migliori sia per esplorare nuovi territori; ma quella era una terra particolare: erano partiti solo loro due perché si diceva essere estremamente pericolosa e avevano dovuto pure lasciare a casa molti attrezzi del mestiere, che erano soliti usare in tali situazioni.  Alexa e Thomas avevano spiccato il volo il mattino precedente, dopo aver salutato affettuosamente i loro amici della Gilda e della fattoria. Avevano volato tutto il giorno per poi accamparsi al limitare della valle alla sera; speravano che con l’alba la nebbia che avvolgeva quel posto dimenticato si sarebbe levata, ma niente. Gli toccava avventurarsi praticamente al buio. E così erano partiti per l’esplorazione vera e propria.

«Thomas… Ma secondo te da quanto staremo camminando? Questo posto mi rattrista molto, e molte volte le mie ali si sono schiantate contro gli arbusti. Mi fanno male, mi fanno male anche le zampe perché è pieno di sassi, qui! Non credevo ci potessero essere tanti sassolini in una foresta!»

Thomas rivolse lo sguardo verso la compagna di avventure ma poté scorgerne solo la sagoma. Quel posto gli rimembrava la solitudine dei suoi primi anni di vita, prima di conoscerla. Ma per fortuna era ancora in grado di sentirla, anche se la sua voce gli giungeva come ovattata. «Non lo so. Aspetta.» Fece un rapido conto, pensando a come la coltre grigia si fosse scurita lentamente con il passare delle ore. «Forse quindici ore!»

Alexa sbuffò, osservando il rigolo di fuoco che le uscì dalle fauci. Quindi si distese per terra, per riposare le zampe affaticate. «Troppo tempo. E siamo solo nel tardo pomeriggio, perché è così tetro qui?»

Thomas le si avvicinò e con un movimento arruffò tutte le piume nere, per sgranchirsi i muscoli. Quindi, a distanza di contatto, osservò l’amica: era stanca e demotivata, erano vecchi ormai per missioni del genere! Sospirò. «Perché siamo in una valle. È quasi sempre in ombra qui sotto. Non per niente la chiamano la Valle della Depressione. Bel nome, eh!» Quindi si tirò via dal collo la bisaccia usando in equilibrio la zampa destra e la tenne a mezz’aria sollevandola con un lungo dito della zampa, per poter rovistarvi dentro. Fece rotolare una mela succosa verso Alexa: «Tieni, mangia!»

 Alexa eseguì. Poi ripresero il viaggio.


Alexa e Thomas arrivarono all’alba del giorno dopo davanti ai resti di un villaggio, il cosiddetto Villaggio Dimenticato.

Durante la notte non erano riusciti a riposarsi: la nebbia con lo scurire della sera si era fatta sempre più fitta e se Alexa con le sue grandi fornaci in gola poteva stare sempre al caldo, il povero Thomas si era arruffato tutte le penne nere dal freddo e l’umidità. Così, dopo alcune ore passate inutilmente fermi a prendere ogni genere di umidità e brivido, i due avevano desistito e si erano rimessi in viaggio, comunque contenti di esplorare insieme come un tempo. Il culmine della soddisfazione fu quando oltrepassarono i resti di mura antiche rischiarate dalla luce dell’alba: erano arrivati al punto focale della loro esplorazione.

«Allora, secondo te dove dobbiamo andare?», chiese Thomas mentre con una zampa rileggeva la pergamena su cui avevano annotato i dettagli della missione, «Il signor Mime ha detto che stava girovagando con il suo amico e suo figlio in un grande palazzo piramidale… Ma se è tanto grande perché non vediamo nulla?»

Alexa sbuffò, facendo uscire del fumo dalle fauci feroci. «Bisogna essere sciocchi a girovagare da soli in un posto tanto alieno alla vita come questo, e così lontano dalla civiltà! Comunque, secondo me dovremmo volare, per guardare il villaggio dall’alto. Forse così notiamo qualcosa.»

I due, così, spiccarono il volo, lei con un salto sulle possenti zampe e poi planando sulle grandi ali rosse e rigide a forma di ascia, lui sbattendo le grandi ali piumate per prendere quota e seguirla. Ad Alexa quasi vennero le lacrime agli occhi, le luccicavano sempre gli occhi quando volavano insieme, si ricordava ancora di quanto lei volesse seguirlo nei cieli fino a toccare l’infinito da piccoli, quando si erano incontrati; lei era senza ali, lui era un piccolo corvo spaurito e senza nessuno. Insieme, avevano creato una famiglia e avevano realizzato l’uno i sogni dell’altra.

Quindi i due amici stavano sorvolando il complesso di rovine del Villaggio Dimenticato. Una volta doveva essere stato un grande centro abitato, ricco e pieno di palazzi lussureggianti, dove il mercato non mancava mai e le terre erano coltivate per ogni tipo di Bacca. Ma il vulcano sui cui piedi il villaggio si basava, aveva eruttato e i lapilli e il fumo avevano reso per molti secoli quel posto una landa desolata; nemmeno gli amanti della lava e del calore ci andavano mai, nessuno poteva sopravvivere in un tal posto. Poi con il passare del tempo, la terra si era ricoperta nuovamente di verde, con piante pioniere per prime e infine i piccoli arbusti e gli alberi.

Quando insoddisfatti decisero di sorvolare anche il complesso collinare, Thomas fischiò in segno di approvazione: non avevano potuto scorgere la grande piramide solo perché il Villaggio Dimenticato si estendeva anche dietro alla collina. Là dove probabilmente c’erano le banche e le tombe dei Re Caduti.

I due quindi atterrarono in vicinanza al titanico edificio di pietre e roccia, ricoperto di edera, davanti a una grande apertura che dava all’interno della costruzione.

Alexa mosse a lungo la coda, in segno di nervosismo. Thomas invece si lisciò le piume rosse dello strato interno delle ali e controllò che la bisaccia fosse ancora incastrata alla zampa destra, che non fosse caduta via. Per fortuna era tutto ok.

«Allora, amica mia, andiamo dentro! Sei pronta?»

La dragonessa lo guardò dubbiosa, poi con le fauci strappò da un albero vicino un ramo e ne incendiò la punta; diede la torcia al grande rapace, che la tenne per il grande rostro: «No, non lo sono. Ma dobbiamo farlo, siamo professionisti. Riesci a incastrarla nell’imbragatura che tengo sulla schiena?»

«Certo! Nessun problema!»

E i due, assicurata la torcia alla schiena di Alexa e assicuratisi così un’illuminazione costante, entrarono nella spettrale tomba piramidale in cerca del criminale.


Infiniti corridoi nel buio si estendevano per chilometri, lunghissime file di mattonelle ingrigite da strati di polvere laddove i lapilli non erano potuti penetrare. Una gabbia di roccia e mattoni che racchiudeva un labirinto esplorato da pochissimi, fino in fondo da nessuno estraneo al luogo. Alle pareti erano appesi logori arazzi raffiguranti i tempi andati, con il Sommo Dio dalle mille mani che si ergeva a Sole e Luna e tutto il Creato mentre le sue creature lo adoravano in prostrazione. Ogni tanto alle pareti erano presenti dei bassorilievi raffiguranti battaglie leggendarie, come quella dei Prescelti contro il Signore del Tempo impazzito, o i tempi antichi in cui il Grande Titano aveva distrutto la Pangea trascinando sulle proprie spalle i continenti.

Tuttavia, Alexa e Thomas non erano per nulla esperti del luogo e dopo una mezz’ora e all’ennesimo bivio decisero di fermarsi e fare il punto della situazione.

«Allora», cominciò l’enorme corvo dalle piume blu e nere mentre dalla bisaccia prendeva una pergamena vuota e uno stilo, per segnare il tracciato con estrema precisione, «Finora siamo sempre rimasti in piano, a parte una volta che siamo scesi per una rampa di scale; quindi, possiamo presumere che siamo sotto terra al momento, giusto Alex?»

La dragonessa si guardò intorno e scosse la testa. «Sempre che il pavimento non fosse leggermente inclinato, verso il basso o verso l’alto. Se così fosse, avremmo potuto salire o scendere senza nemmeno accorgercene.»

«Acuta osservazione, amica mia. Cosa ha detto il signore Mime? In che punto era?»

Alexa aprì le mascelle argentee ed emise un poderoso ruggito che fu subito seguito da un brontolio proveniente dal fondo della gola: «Ma una volta tanto, quando parliamo con gli acquirenti, ascolta! Loro non sono entrati nella piramide, ma hanno visto qualcuno entrarvi!» Poi si calmò e rifletté: «Comunque, guardati attorno, vedi orme che non sono nostre?»

Il grande rapace guardò il pavimento impolverato davanti e dietro di loro e scosse il capo, con la grande cresta piumata che ondeggiava al movimento dell’aria: le uniche impronte di zampe impresse nella polvere erano le loro. Ma allora, il ladro? Avevano sbagliato svincolo e lo avevano perso? O non era mai veramente entrato, o non lasciava nemmeno impronte!

Thomas deglutì, guardando all’amica con un pelino di inquietudine. «Questa non è una bella notizia, mi spieghi come…»

La frase gli morì nel becco ricurvo, quando maligne risate risuonarono dal corridoio che stavano percorrendo. Allora i due esploratori si guardarono negli occhi, annuirono e si affrettarono in quella direzione.


Alexa e Thomas giunsero in una grande sala rettangolare, la torcia che la dragonessa portava all’imbragatura allacciata sulla schiena non poteva illuminarne nemmeno una piccola porzione dalla vastità. Nel buio si scorgevano immense colonne di marmo bianco, ingrigite dalla polvere e dagli anni; in fondo alla sala, qualcosa rifletteva la luce del fuoco mobile.

«Guarda là!», gridò Thomas indicando il riflesso metallico, «C’è qualcosa!»

«Dai, andiamo a vedere!», ribatté l’amica con impazienza ed eccitazione: stavano per trovare qualcosa, se lo sentiva.

I due si affrettarono, lei correndo sulle quattro zampe a una frenesia senza limiti, lui sbattendo le grandi ali per sbalzare più in là.

Per arrivare dall’altro lato della grandissima sala circolare non oltrepassarono solo le colonne, ma anche grandi costruzioni di pietra contenenti sarcofaghi e ricchezze dei Re Caduti; era peccato mortale profanarli, una maledizione si sarebbe scagliata contro i tombaroli che avessero osato tanto. Fu per quello che sebbene il palazzo piramidale fosse stato visitato parecchie volte nei secoli da sventati avventurieri, quelle tombe non avevano mai sentito il tocco di un mortale dal momento della loro eterna sigillatura. Anche i ricami di lana rossa sbiadita posti ad ornare le costruzioni in roccia e le grandi torce di ferro nero per eventualmente illuminare ciascuna tomba erano al loro posto, come la stele con la descrizione della tomba e del suo padrone. Alexa e Thomas le oltrepassarono, sicuri che non dovessero preoccuparsi di un agguato da uno di simili nascondigli inviolabili.

Così, i due giunsero davanti al metallo riflettente e scoprirono che era un’armatura d’oro ricoprente la statua granitica di un grande centipede dalle fattezze misteriose: era troppo grande per capire esattamente la sua forma.

«Ecco cos’era quel bagliore! Giratina, il Signore dell’Altro Mondo!», esclamò Alexa arrivando sotto alla statua, fissata al soffitto per dominare l’intera sala. Poi la dragonessa si rivolse all’amico: «Sai chi è, vero?»

Il grande corvo dilatò le pupille e si arruffò tutte le piume. Fece un passo indietro, squadrò la statua e poi rivolse lo sguardo alle tombe appena oltrepassate. Quindi rispose all’amica: «Certo! Il Signore dei Morti, no?»

«No! Ma credo sia lo stesso errore di chi ha costruito questo posto… Molti lo credono il Signore dei Morti ma in verità presiede al ciclo delle cose, alla normalità: il suo mondo permette al nostro di esistere perché in esso la vita e la morte non esistono. È complementare al nostro. Non può essere il Signore dei Morti perché lui non conosce né la vita né la morte!»

«Ah. Però, la statua è inquietante forte. Ci stava bene come Dio dei Morti…», borbottò il corvo dalle piume nere e blu socchiudendo a malapena il becco a rostro.

Ma la discussione non rispondeva al quesito fondamentale: avevano sentito un ruggito provenire dalla sala! E di certo non poteva essere quella statua! O almeno, i due speravano che il ruggito non provenisse dal titano di granito e oro! Così, i due iniziarono a perlustrare i muri del perimetro della sala mortuaria, cercando un’apertura o un nuovo corridoio.

Lo trovarono, era un buco nel muro. Troppo piccolo per la grande stazza di loro due ma abbastanza grande per qualcuno di taglia nettamente inferiore.

«Idee per entrare?», chiese titubante Thomas.

Alexa provò a far entrare il suo grosso muso squamoso, e dopo alcuni tentativi riuscì a farcelo passare rompendo un po’ la parete attorno. Ma ne uscì subito, urlando: due occhi rossi nell’oscurità l’avevano violata nella mente spaventandola a morte! E poi, un ruggito!

I due arretrarono, intimoriti. Se la dragonessa ormai era troppo nervosa per tentare nuovamente di entrare nella nuova stanza, il grande corvo prese la ricorsa e con un assalto sfondò totalmente il muro cosicché riuscì finalmente a entrarci con facilità. Nella penombra della luce della torcia, tenuta da Alexa nella camera tombale, notò di sfuggita qualcosa oltrepassare il muro a destra, pur non essendoci altre aperture; ma almeno poté osservare bene il cumulo di ricchezze accumulate in quella piccola camera secondaria della grande sala mortuaria: tesori accumulati in molto tempo di razzie e furti!

«Alexa, devi assolutamente venire a vedere! Qui…»

Mentre il rapace si girava trionfante verso l’amica, la frase gli morì nel rostro: Alexa era riversa a terra, profondamente addormentata vicino alla statua di Giratina. Come Thomas le si avvicinò, sentì una voce dalle tombe che lo chiamava. Si voltò. Intravide qualcosa simile a un lenzuolo viola con delle perle rosse incastonate alla sua metà volare verso di loro, che emise un raggio bianco; e quando il raggio bianco colpì Thomas dopo aver colpito Alexa, anche lui perse i sensi.


«Alex, dove sei?»

Thomas era solo, in mezzo a una landa grigia. Non sapeva come ci fosse finito, sapeva solo che ci si era svegliato; come da piccolo, non sapeva come fosse caduto dal nido, sapeva solo che non aveva più ritrovato la strada di casa. Sentiva dentro di sé un senso di oppressione e solitudine che ormai sperava di aver dimenticato, con quel vento impetuoso e gelido che gli gonfiava e scompigliava ogni singola piuma; se lo ricordava quel vento: quando era pulcino lo aveva cacciato dalla collina dei suoi genitori e lo aveva trasportato fino alla riva del Mar dei Ricordi.

Una lacrima gli scese, vedendo quella landa morta.

Fu allora che lo vide. In lontananza, all’orizzonte, una figura longilinea e sinuosa si muoveva minacciosa: c’era qualcosa in essa che lo turbava profondamente. Così, per saperne di più, discese per quello che una volta era un letto di un fiume e si avvicinò ad essa.

“Chissà cos’è… Sembra quasi un verme che levita. Aspetta… Ma io so cos’è! E viene verso di me!”

Thomas, terrorizzato, spalancò le ali e con un unico battito si levò da terra, per poi librarsi in cielo per scappare il più velocemente possibile. Ma era dannatamente lento! La figura del centipede ricoperto di teschi lo stava raggiungendo! Sentiva la sua presenza nella corrente d’aria poco distante da lui, percepiva il suo odio e la sua fame! Thomas, quando lo sentì sopra di sé con le enormi fauci aperte pronte a divorarlo, serrò le ali al corpo e scese in picchiata verso il terreno. Ma aveva calcolato male la distanza nella frenesia della fuga e stramazzò al suolo.

Sentì il Signore dei Morti sopra di sé, con gli occhi sanguigni e le fauci di zanne aperte solo per lui. Thomas era riverso a terra, il dorso contro il terreno e le lunghe zampe uncinate che si muovevano cercando di tenere lontano il predatore, con gli occhi neri sbarrati dal terrore mentre quello lentamente scendeva a cibarsi di lui; dal basso, guardando dentro la bocca famelica e feroce del dio, il povero esploratore poteva scorgere i resti della sua amica che…

Che…

Che gli diceva «Sveglia, dormiglione! Sta scappando! Solo tu hai lo scatto abbastanza celere per raggiungerlo!»

Thomas aprì gli occhi: era nel palazzo piramidale, nella sala mortuaria, e il criminale stava fuggendo! Subito si alzò in volo e nonostante l’enorme apertura alare sapeva che le colonne erano abbastanza distanziate da permettergli un agile movimento, così come le porte erano abbastanza larghe da non ostacolare l’apertura alare.

Aveva notato che il fuggitivo era in grado di attraversare i muri e così quando cercò di coglierlo di sorpresa si preparò in anticipo e sfondò il muro con un assalto aereo poderoso. Poi svoltò l’angolo e scese al piano inferiore, non perdendo mai di vista quel lenzuolo viola che tanto velocemente si muoveva levitando sulla cortina di polvere del palazzo. Era buio, dannatamente buio, ma le perle rosse della preda si vedevano nell’oscurità e il cacciatore di teste nell’oscurità, a differenza dell’amica, ci vedeva benissimo!

E l’unica volta che il nemico lo scartò, Thomas invocò dalla mente un’energia pulsante, di pura tenebra, e la scagliò contro il nemico che colpito stramazzò al suolo. Felice, lo raccolse con le zampe uncinate e lo portò dall’amica, che lo aspettava ancora nella sala con la grande statua di Giratina appesa a dominare il tutto.

Alexa gli sorrise: grazie alla sua velocità, avevano nuovamente concluso con successo una missione affidata a loro. Sempre i migliori.


Erano stati giorni duri, quelli in cui Alexa e Thomas avevano viaggiato per catturare il ricercato Magio, famoso ladrone e ipnotista, capace di far perdere lucidità perfino ai più saggi ed esperti. Ma ce l’avevano fatta e avevano pure recuperato il Fantascrigno del signor Mime!

Felici e vittoriosi, dopo tutte le celebrazioni e i riconoscimenti, i due lasciarono la Gilda e uscirono da Borgo Tesoro, seguendo la strada verso il mare. E lì, a pochi passi dalla spiaggia e dalla Grotta Marina, dove i due si erano incontrati molto tempo fa, entrarono nella loro fattoria dove tutto il resto della loro famiglia li accolse festanti.

Erano a casa. La loro casa e loro, due fratelli separati dal nascere in famiglie diverse ma ritrovatisi per il destino, erano felici di averla costruita insieme.

FINE

Spero vi sia piaciuta, era una piccola fanfiction di Esploratori del Cielo scritta come un testo indipendente per chi non conosce i Pokémon!

Austindoveblog: il blog compie 6 anni!

Buongiorno! Oggi celebriamo i primi sei anni del mio piccolo angolo di relax, un piccolo blog che è cresciuto con me!

Festeggiamo!

Questo blog nacque per dare voce ai miei pensieri personali, in un misto di narcisismo patologico e arroganza; pensavo che come lo avessi fondato chiunque lo avrebbe cercato per abbeverarsi alla fonte della mia saggezza. In verità, se si guardano le statistiche del blog, per parecchi mesi non ha ricevuto una singola visualizzazione!

Se all’inizio volevo parlare di fatti personali censurando le informazioni sensibili, dopo una forte lite con una persona a me vicina, decisi di parlare di altro. Ma di cosa? Fu così che iniziai a parlare di animali, di letteratura e sporadicamente di videogiochi. Strano ma vero, ma i film sono arrivati molto tardivamente.

Sarà per questo che pur avendo un pubblico quasi solo di cinefili, i maggiori successi a lungo raggio li ho raggiunti con i post riguardanti la letteratura!

Il mio piccolo errore riguardante il nome di un autore un pochino celebre!

Un altro tassello importante della storia del blog sono state le tag, o catene di Sant’Antonio. Una volta partecipavo molto, ma la comunità di recente è profondamente cambiata, ormai partecipo solo se mi interessa la tag in questione, molte volte creandone di mie per parlare sotto a una nuova luce di un particolare prodotto letterario o cinematografico usufruito recentemente!

Ma ho sempre continuato a scrivere, trovando sempre nuove linfe! Videogiochi (prima la serie Batman Arkham e poi i Pokémon) e più di recente i film, con le mie liste di 10 titoli! E continuerò a farlo, non so cosa mi riservi il futuro o se presa la laurea continuerò a bloggare, ma spero di sì.

E spero di rimanere almeno in minima parte interessante!

Il mio primo vero successo a lungo raggio assieme al Bivacco Marsini!

PS: qui scrissi un articolo sulla storia del blog e le parole usate per trovarlo su Google. Alcune sono veramente strane, ma ora che ho iniziato a parlare di cinema erotico saranno ancora più strane! 🤣🤣🤣

Racconto originale: Amore di mamma

«Basta, non ce la facciamo più della sua noncuranza verso la nostra famiglia e i suoi doveri! Siamo stufi della sua tossicità, con la quale cerca di allontanare la nostra bambina dai suoi fratelli più grandi! Da Natale lei è licenziata! Si cerchi un altro lavoro!» «Ma non potete licenziarmi, non dopo tutti questi anni! E non  pensate alla povera Henriette, senza la sua balia? Sono come una madre per lei!» «Io sono sua mamma, io! Basta, dobbiamo andare a lavorare. Anche lei ha da fare, i bambini si stanno svegliando. Si cerchi una nuova residenza, da Natale con noi ha chiuso!» «Non finisce qui! Ve ne pentirete!»”

Era la serata della Vigilia di Natale e Sophy e Arthur erano appena scesi dalla loro lussuosa Leyland Eight felici e spensierati. La cena era andata benissimo. Belli e felici, erano stati la coppia più chiacchierata e invidiata della serata. Tutte le signore avevano osservato con meraviglia i costosissimi brillanti che la giovane matrona inglese portava alle orecchie, così come nemmeno la soffice pelliccia di volpe bianca era passata inosservata. Tutti i gentiluomini avevano invidiato la silhouette della sposa del grande imprenditore, fondatore della più grande ditta di scarpe di tutta Londra: ogni sorriso di quel volto vincente era riflesso nel viso perfetto della sua modella, della sua musa.

 Sophy e Arthur erano una coppia felice e vincente, abituati ad avere tutto dalla vita.

Così, quando i due arrivarono nella loro proprietà a bordo della fiammeggiante auto di lusso, per loro decorata con parti in oro sul cofano e negli interni, l’ilarità e le risa permeavano l’aria gelida.

La loro magione risaliva al trisavolo di Arthur, un ricco aristocratico che soleva affittare i campi a contadini e allevatori; era stata costruita imponente secondo uno stupendo gusto neoclassico e tinte gotiche, che rendevano tutto molto affascinante. Per arrivare alla scalinata si percorreva un sinuoso sentiero di ghiaia contornato da rigogliose piante secolari, accessibile da un alto cancello nero, parte mobile di una palizzata in metallo che racchiudeva Villa Kryon in chilometri di perimetro. Villa Kryon era imponente e praticamente inaccessibile ad estranei non richiesti. Ergendosi su ben tre piani in altezza, la vastità di ogni piano rendeva ogni singola stanza quasi un piccolo reame: grandi ritratti troneggiavano sui muri, mentre delicati mobili in ottone ed ebano conservavano i segreti ed i ricordi di una tale importante dinastia; raffinati tappeti arabi decoravano i pavimenti di marmo bianco e, d’inverno, un grande abete veniva posto vicino al camino sempre acceso nel salotto principale ad allietare gli spiriti dei padroni di casa e dei loro ospiti.

Così, mentre Arthur parcheggiava la sua fiammante macchina in un piccolo garage, la bella Sophy entrava in casa, stanca ma soddisfatta della serata.

Se c’era qualcosa che Sophy non apprezzava era la tradizione della famiglia dell’adorato marito di lasciare andare dai propri cari il personale la sera di Natale: i Kryon restavano soli nella grande villa, con la casa completamente messa a puntino e tutte le vivande già preparate ancora calde nei vari forni; solo le tate rimanevano per i bambini, mentre le cuoche arrivavano poco prima del pranzo e della cena per riscaldare i loro splendidi manicaretti. E, infatti, quando la bella matrona passò brevemente attraverso il salone e scorse nella penombra la sala da pranzo poté notare come tutto fosse già predisposto. Sbuffò. Era una tradizione così penosa! Così, tirò diritto e percorse le due rampe di scale arrivò nella camera padronale e poté mettersi comoda in vestaglia e ciabattine.

Quando scese senza far rumore al lume di candela giù al piano terra la sua splendida cappa di velluto blu la fasciava con classe ma senza soffocarla, molto più confortevole del mantello in panno in cui era racchiusa per sfuggire al freddo invernale. La grande sala circolare con un monumentale quadro di famiglia sul muro che contrastava le scale era tutta buia, con le nuvole che oscuravano la luna. Sophy veloce attraversò la stanza e si diresse a destra, verso il salone principale, dove avevano il loro abete addobbato a festa per le vacanze. Era tradizione secolare che fosse il padre assieme ai figli a scegliere e tagliare personalmente l’abete perfetto, per poi trasportarlo con il carro fin dentro all’abitazione; tradizione che Sophy si era ben curata di sopprimere: era il 1927, non il 400, potevano benissimo farlo i giardinieri! E infatti, anche quest’anno era stato scelto un rigoglioso esemplare alto più di quattro metri che rassicurava con la sua ombra la splendida matrona, decorando il buio con le mille luci che le mille decorazioni natalizie di cristallo formavano grazie alla rifrazione della luce della candela. Sophy sorrise, appoggiata allo stipite della porta.

«Sophy… Vieni qui…»

Finalmente Arthur aveva messo a posto la macchina ed era pronto a spogliare il suo regalo di Natale privato! Sophy sorrise e corse fuori, tenendo con la mano libera chiusi i lembi superiori della cappa nell’illusione di proteggersi dal freddo e dai venti; ma non vide nessuno. Allora rientrò e si diresse nella sala da pranzo, anch’essa vuota e con le molte alte finestre che davano al tutto una luce spettrale. Non capendo dove potesse trovarsi suo marito, la donna girovagò senza meta fino a che non tornò davanti alle scale ma sbuffò: se mai il marito avesse voluto dirigersi in camera da letto piuttosto che aspettarla al piano terra come avevano concordato, lei di sicuro lo avrebbe sentito. Fu allora che sentì di nuovo la voce gutturale:

«Sophy… Vieni qui…»

E stavolta, Sophy era abbastanza sicura da dove provenisse: Arthur aveva deciso di farle uno scherzo nascondendosi dietro all’immenso Albero di Natale! Sorrise e si diresse là, non sapendo che da là non si sarebbe mai più allontanata.

Le soffici pantofoline invernali della matrona inglese si avvicinavano lentamente nel buio di quel salone, consapevole che tra la porta dalla quale procedeva e il maestoso abete non si sovrapponeva alcun ostacolo che potesse ferirla alle gambe o lasciarle lividi: con quella tremula lucina, di sicuro non avrebbe scorto in tempo ostacoli e si sarebbe fatta male. Fu sollevata quando giunse sotto alle alte fronde scarne dell’abete bianco, ma fu grandemente delusa dal fatto che del marito non ci fosse traccia. Solo un fazzoletto da tasca, di quelli quadrati bianchi che egli era solito portare quando raffreddato; si trovava vicino alla Stella di Natale. Sophy si accovacciò per prenderlo in mano e studiarlo, mentre inconsciamente si chiedeva dove quello sbadato del marito si potesse essere cacciato. Non sapendo quali risposte darsi, preferì guardare la bella pianta.

Ma si sorprese: la pianta non era affatto bella.

La Stella di Natale era tenuta in un piccolo vaso sotto a una delle fronde dell’abete, vicino a un grande regalo impachettato. Era piccola e striminzita. I ciazi erano ancora chiusi e degli splendidi petali gialli e arancioni Sophy poteva solo immaginarne la forma e la bellezza. Le brattee erano secche e non avevano la tipica tinta rossa, calda e rassicurante; sembravano più foglie di carta, quella carta consunta che dopo un po’ si tinge di rosa, sbiadita. La Stella di Natale dava proprio un senso di tristezza, quasi nevrosi.

«Sophy… Vieni qui…»

Fu quando si stava per alzare che Sophy sentì di nuovo quella voce, era chiaramente la voce del marito. Ma da dove veniva? La donna si guardò nella penombra e infine sotto di sé, e per poco non cacciò un urlo dal terrore: tutti i ciazi della Stella di Natale si stavano aprendo a mostrare un buco che dava letteralmente nella gola del fusto, dentro alla pianta! E da quel buco, quella gola tra i ciazi aperti, uscì fuori un enorme liana che la afferrò per il collo e strinse, costringendola a piegarsi verso la Stella di Natale fino a esserne totalmente inghiottita. L’ultima immagine che la matrona inglese ebbe impressa sugli occhi prima di finire inghiottita dalla Stella di Natale furono due occhi rossi che la fissavano nel buio.

E poi la calma. Passarono alcune ore prima che la prossima vittima scendesse dal letto.

Se c’era qualcosa che il piccolo Tom non riusciva a fare era resistere alla tentazione di aprire i regali di Natale prima del previsto. Lo aveva fatto nel 1926 ed era stato messo in punizione, con il regalo confiscato fino al giorno dopo; lo aveva fatto l’anno prima e aveva saltato la colazione per la punizione. Noncurante del castigo, il piccolo Tom alle prime luci dell’alba era sgattaiolato fuori dal letto al secondo piano ed era sceso al piano terreno: voleva sapere quale meraviglia gli avesse portato Babbo Natale!

Tom con il suo pigiamino a righe rosse e bianche era proprio un bel bambino, con il suo sorriso paffuto e gli occhioni neri, come quelli della mamma; quegli occhietti neri che vivacemente squadravano la stanza in cerca di una cameriera gentile che gli offrisse una caramella, quel sorriso che tanto veniva deformato dalle smorfie festose quando il papà lo inseguiva attorno al tavolo da pranzo per acciuffarlo, quelle manine così piccole che la mamma usava per recuperare gli oggetti quando le cadevano sotto alla credenza in camera da letto per poi sgridarlo perché puntualmente si stropicciava i pantaloncini. Tom era proprio un bel bambino, la gioia di Sophy e Arthur; il diletto rispetto a Jake e Henriette.

Così, Tom alle prime luci dell’alba, con il cuore che gli batteva a mille per l’eccitazione, con i piedini ancora scalzi, si stava dirigendo verso il grande abete che sovraneggiava il salotto principale; non si era accorto di due grandi occhi rossi che lo squadravano dalla sala da pranzo. Gli piaceva quell’Albero di Natale, anche se tutti i suoi amici gli raccontavano di come ogni anno andassero a sceglierlo con il loro papà: a lui non importava, quello era stupendo! Però, ormai prossimo all’albero, fece un verso di disappunto e si grattò il testone quando notò che nessun regalo era stato posto sotto all’Albero di Natale! Sì beh, ce n’era uno, ma era enorme; era di sicuro per il papà da parte di qualche collega o cliente (cose da grandi). Invece c’era una bella Stella di Natale!

«Tom… Vieni qui…»

Quando sentì chiamare il proprio nome, Tom si irrigidì e con aria colpevole si guardò intorno: era la voce della mamma! Era una voce strana però, non era arrabbiata o distaccata come al solito, forse era assonnata; e poi non sembrava arrabbiata! Quindi, il bambino si rilassò e iniziò a guardarsi intorno, per capire da dove potesse provenire. No, la mamma non c’era da nessuna parte. Inquieto e confuso, senza nessun regalo da scartare, Tom fece dietrofront, pronto a correre in letto e far finta di non essere mai sceso.

«Tom… Vieni qui…»

Questa volta Tom quasi gridò dallo spavento, la voce era vicinissima! Ma la mamma non c’era! Tom non capiva, ormai non gli importava nemmeno più doversi calare le braghe e subire le sculacciate: voleva la mamma! Indeciso, si girò di nuovo verso l’Albero di Natale, da dove gli sembrava provenisse la voce, e quasi urlò! La Stella di Natale, alta più di un metro e con decine di brattee si stava contorcendo verso di lui! A un tratto, il fusto principale si sporse più degli altri e i suoi ciazi si aprirono, rivelando una gola famelica da cui una lunghissima lingua verde partì per afferrarlo rompendogli di netto il collo. Subito dopo venne inghiottito.

Una risata risuonò sinistra nella casa: i due occhi rossi ora guardavano impazienti le camere da letto dei due bambini rimanenti.

E così, quando risuonarono le nove del mattino, anche Jake si svegliò. Ma non capì subito che ore fossero: nessuna tata ad accudirlo, nemmeno la mamma o il papà; erano loro a svegliarlo quando era malato o loro due erano gli unici adulti in casa. Non c’era nessuno a svegliarlo e quando Jake uscì dalla stanza, nel chiarore del sole natalizio che penetrava dalle grandi finestre, non vide nessuno nemmeno ad aspettarlo per i regali o in bagno o a mangiare. Non c’era nessuno! A Jake la situazione parve irreale, quindi non sapendo che fare tornò in camera, chiuse la porta, e si fiondò sotto le coperte calde e sicure.

«Jake… Vieni qui…»

Qualcuno aveva bussato alla porta della sua camera, quindi lo avevano chiamato. La mamma lo aveva chiamato! Doveva essere all’albero, spazientita come al solito! Sul visetto magrolino di Jake si dipinse un sorriso: non era solo, avevano voluto fargli una sorpresa e si erano nascosti, e ora che avevano aspettato troppo mammina si era spazientita. Certo, tutto quadrava. Così Jake si fiondò giù dal letto e corse giù per le scale a perdifiato e poi dritto nel salotto principale, quello con i divani in pelle rossa. Ma non trovò nulla di quanto sperava.

La stanza era vuota, non c’era nessuno della sua famiglia. L’unica cosa, c’era un inquietante cespuglio dalle foglie tutte rosse; quasi non poteva scorgere nemmeno l’Albero di Natale! No, non gli piaceva: voleva tornare a letto, al sicuro. Prima o poi qualcuno dei grandi sarebbe tornato a rassicurarlo. Si girò e stava per correre nella sua cameretta quando la Stella di Natale, ora alta più di tre metri, se lo mangiò senza dargli nemmeno il tempo di scappare.

E così, quasi tutta la famiglia Kryon era stata distrutta.

A mezzogiorno, nel silenzio generale, due mani gentili presero il vaso della Stella di Natale e, noncuranti del peso di tutto quel volume, lo portarono nella stanza di Henriette. Finalmente dentro, la tata la guardò beata dormire per qualche minuto, nel suo lussuoso letto a baldacchino dagli stupendi tendaggi d’oro che la racchiudevano come fossero i delicati petali di un narciso; poi la svegliò.

«Mamma! Allora non mi hai abbandonata!», esclamò gioiosa la piccola Henrietta vedendo la tata seduta felice davanti a lei.

La donna sorrise e scosse la testa: «Certo che no, piccola mia! Non avrei mai potuto lasciarti in mano a quei mortali, sei troppo piccola! La mia bambina, cara, cara bambina!»

«E cos’è quella bella pianta? Non ho mai visto foglie così vicine al sangue! È bellissima! È… è per me?»

«Certo! Buon Natale, piccola bimba mia. Qui, dentro ai fusti di questa bella piantina, giacciono i resti digeriti di coloro che credevano essere la tua famiglia! Ora sei ricca, indipendente, ereditiera!»

Henrietta felice saltò giù dal letto. Come se niente fosse, si tolse i boccoli d’oro e rivelò una calvizie impietosa. Come se niente fosse, si tolse il delizioso nasino a patata e rivelò due inquietanti buchi da cui respirava e da cui usciva sempre muco giallo. Come se niente fosse, si strappò via le belle manine morbide rivelando lunghi artigli neri e affilati. Come se niente fosse, si strappò gli occhioni azzurri, mostrando alla mamma mille terribili occhiettini rossi e lucidi, come quelli delle tarantole. Come se niente fosse, si tolse di dosso la pelle rosea come se si stesse togliendo un vestito e rimase con la sua vera pelle, uno straccio raggrinzito e violaceo, tutto duro.

«Che bello, mamma! E ora, che si fa?», esclamò quella, quella cosa andando incontro alla madre.

La madre si strappò via la faccia e rivelò gli stessi tratti di Henrietta, poi sorrise: «Nulla, si festeggia il Natale! E celebriamo il tuo futuro nella luce: dopo esserti scambiata con quella sciocca bambina mortale, finalmente hai assicurato un bellissimo futuro nella luce e nell’accettazione. E non dovrai nemmeno temere che ti abbandoni, ora: mi potrai licenziare solo tu!»

Le due si guardarono negli occhi, nei loro grandi e lucidi occhi rossi, e si abbracciarono nuovamente con grande felicità e amore.

«Buon Natale, mamma! Al nostro futuro sempre insieme!»

«Al futuro! E buon Natale, piccola mia!»