Racconto originale: Sopravvissuti alla minaccia

Caro Alexander,

ti scrivo sempre da Venezia, con la mia bellissima penna di pavone intinta nel rosso inchiostro del calamaio. Io e Virginia stiamo bene, volevo informarti di ciò subito. So quanto foste in pensiero per noi, ma siamo sopravvissuti. Non sai quanto io fossi spaventato dalla sua minaccia! Ha passato la vita a rintracciarmi, ossessionato a cacciarmi. Sapevo avrebbe ucciso senza rimorsi Virginia, la mia amata Virginia, e avevo timori che mio padre avrebbe ucciso anche me! Me, suo figlio! Mi aveva lasciato morire quella sera d’inverno e mi avrebbe ucciso ora. Che uomo bestiale. Ma se anche mi avesse risparmiato, se mi avesse costretto in catene con una museruola al viso, che vita sarebbe stata senza Virginia? Lei mi ha concesso di vivere quando io stesso avevo rigettato la vita! Ti ho già raccontato come ci siamo incontrati? In pratica, avevo litigato con mio padre e avendo fallito gli studi, solo come un cane, ero scappato nei boschi ubriacandomi con una bottiglia di vino rosso corretto al cianuro. È stato allora che la vidi: leggiadra figura eterea ergersi dalle ombre del bosco avvicinandosi a me, con i suoi stupendi occhi verdi che si posavano su di me; ormai non potevo nemmeno più parlare: mancava poco; ma lei si chinò su di me, mi baciò sulle labbra e sentendo la mia morte me le morse, andandosene nella notte. La ritrovai il giorno dopo seduta su una panchina al limitare della foresta, mi sorrise sotto a quel suo ombrellino che usa per riparare la pelle immacolata dai raggi solari e mi fece segno di sedermi con lei. Da quel giorno non ci siamo più separati per grandi intervalli di tempo. La sola idea di perderla mi è estranea, inconcepibile, mi sembra più che realtà l’irrealizzabile realizzazione di un destino crudele, non potrei mai sopravviverle. Lei non ha mai fatto nulla, lei è la mia dea, la mia Venere. Per lei uccido, per lei svuoto i contenitori di carne per raccogliere il sangue e porgerglielo: quel piccolo bicchiere di vita da sorseggiare in ringraziamento della vita meravigliosa che mi ha concesso! E non devo nemmeno cacciare: è lei che passeggiando per le vie o i sentieri, imbattendosi in sconosciuti viaggiatori, si fa seguire fino alla nostra casa. Prima Lussemburgo, la mia prima casa, poi Parigi, Amsterdam, Roma, Torino, infine la nostra villetta ottocentesca nascosta tra le calli di Venezia. Adoro Venezia, anche a lei piace. È sempre ricolma di gente, di vita, soprattutto a Carnevale, quando ci travestiamo e ci facciamo fotografare dai turisti; è buffo, alcuni di quei turisti diventano parte della nostra salute, della nostra vita, del nostro essere. Ogni tanto passeggiamo di notte, o prima dell’alba, quando la nebbia ovatta la vista e sembra che Venezia sia vuota se non per noi. Ogni tanto, poi, le compro anche dei vestiti a Burano, lei adora il pizzo, il tessuto lavorato, adora vestire di bianco, un colore così candido e innocente in confronto alla malizia dei suoi lunghi riccioli ramati. Occhi verdi, riccioli ramati, pelle bianca. Alexander, non potrei mai separarmi da lei, morirei se le succedesse qualcosa! E allora pensa la mia paura quando scoprii che Esteban era stato decapitato fuori dalla discoteca dove andava! E tre mesi dopo anche Lilliana a Brasilia! Tu stesso gli sei sfuggito per caso! Il cuore mi si riempì di puro terrore quando Viriginia mi avvisò che aveva percepito la sua presenza a Venezia: era venuto per noi, alla fine ci aveva trovato! Io volevo chiudermi in casa fino alla sua partenza, ma la mia dolce Virginia aveva detto di non preoccuparmi: ci avrebbe pensato lei, sai, ha un’esperienza millenaria a differenza di noi due. E così ha fatto. Come al solito, è uscita a fare una passeggiata e guardare le vetrine. Io l’ho aspettata dentro, avevo del lavoro da fare, anche per non pensare più del dovuto e rovinarmi i denti a furia di digrignarli. Così, mentre lei era fuori letteralmente a rischiare il collo, io mi stavo spogliando, preparandomi a dissanguare i corpi e poi a tagliarli a pezzi, per i cani. Mi ricordo che stavo appendendo al gancio una donna molto, molto grassa, quando sentii Virginia rientrare, stava canticchiando. Mi si avvicinò e mi disse: «Tesoro, abbiamo ospiti, preparati». Io mi sentii morire! Gli ospiti, o per meglio dire, l’ospite era entrato in casa, era mio padre! Ancora seminudo e ricoperto di sangue e lordure varie, presi il coltello più grande e corsi dietro alla porta della nostra camera da letto: per attaccarlo appena fosse entrato. Perché lei fa così, è un pochino vanitosa: si denuda e lascia che sia la sua inarrivabile bellezza a rendere impotenti di reazione le prede! E funziona anche con lui! Non posso descriverti la contentezza quando lo uccisi! L’ho ucciso, dopo tanti anni di terrore e fughe! Finalmente siamo liberi! Ma non possiamo più stare a Venezia. Ci ospitereste nella vostra tenuta in Russia?

Con affetto, Bernhard.

PS: il soggetto è rielaborato da un racconto scritto in precedenza. Ciao!

I due esploratori

Alexa e Thomas camminavano insieme, lentamente, nella nebbia che aleggiava in quella valle scura.

I due amici avevano accettato la missione di buon grado sia per dimostrare di essere sempre i migliori sia per esplorare nuovi territori; ma quella era una terra particolare: erano partiti solo loro due perché si diceva essere estremamente pericolosa e avevano dovuto pure lasciare a casa molti attrezzi del mestiere, che erano soliti usare in tali situazioni.  Alexa e Thomas avevano spiccato il volo il mattino precedente, dopo aver salutato affettuosamente i loro amici della Gilda e della fattoria. Avevano volato tutto il giorno per poi accamparsi al limitare della valle alla sera; speravano che con l’alba la nebbia che avvolgeva quel posto dimenticato si sarebbe levata, ma niente. Gli toccava avventurarsi praticamente al buio. E così erano partiti per l’esplorazione vera e propria.

«Thomas… Ma secondo te da quanto staremo camminando? Questo posto mi rattrista molto, e molte volte le mie ali si sono schiantate contro gli arbusti. Mi fanno male, mi fanno male anche le zampe perché è pieno di sassi, qui! Non credevo ci potessero essere tanti sassolini in una foresta!»

Thomas rivolse lo sguardo verso la compagna di avventure ma poté scorgerne solo la sagoma. Quel posto gli rimembrava la solitudine dei suoi primi anni di vita, prima di conoscerla. Ma per fortuna era ancora in grado di sentirla, anche se la sua voce gli giungeva come ovattata. «Non lo so. Aspetta.» Fece un rapido conto, pensando a come la coltre grigia si fosse scurita lentamente con il passare delle ore. «Forse quindici ore!»

Alexa sbuffò, osservando il rigolo di fuoco che le uscì dalle fauci. Quindi si distese per terra, per riposare le zampe affaticate. «Troppo tempo. E siamo solo nel tardo pomeriggio, perché è così tetro qui?»

Thomas le si avvicinò e con un movimento arruffò tutte le piume nere, per sgranchirsi i muscoli. Quindi, a distanza di contatto, osservò l’amica: era stanca e demotivata, erano vecchi ormai per missioni del genere! Sospirò. «Perché siamo in una valle. È quasi sempre in ombra qui sotto. Non per niente la chiamano la Valle della Depressione. Bel nome, eh!» Quindi si tirò via dal collo la bisaccia usando in equilibrio la zampa destra e la tenne a mezz’aria sollevandola con un lungo dito della zampa, per poter rovistarvi dentro. Fece rotolare una mela succosa verso Alexa: «Tieni, mangia!»

 Alexa eseguì. Poi ripresero il viaggio.


Alexa e Thomas arrivarono all’alba del giorno dopo davanti ai resti di un villaggio, il cosiddetto Villaggio Dimenticato.

Durante la notte non erano riusciti a riposarsi: la nebbia con lo scurire della sera si era fatta sempre più fitta e se Alexa con le sue grandi fornaci in gola poteva stare sempre al caldo, il povero Thomas si era arruffato tutte le penne nere dal freddo e l’umidità. Così, dopo alcune ore passate inutilmente fermi a prendere ogni genere di umidità e brivido, i due avevano desistito e si erano rimessi in viaggio, comunque contenti di esplorare insieme come un tempo. Il culmine della soddisfazione fu quando oltrepassarono i resti di mura antiche rischiarate dalla luce dell’alba: erano arrivati al punto focale della loro esplorazione.

«Allora, secondo te dove dobbiamo andare?», chiese Thomas mentre con una zampa rileggeva la pergamena su cui avevano annotato i dettagli della missione, «Il signor Mime ha detto che stava girovagando con il suo amico e suo figlio in un grande palazzo piramidale… Ma se è tanto grande perché non vediamo nulla?»

Alexa sbuffò, facendo uscire del fumo dalle fauci feroci. «Bisogna essere sciocchi a girovagare da soli in un posto tanto alieno alla vita come questo, e così lontano dalla civiltà! Comunque, secondo me dovremmo volare, per guardare il villaggio dall’alto. Forse così notiamo qualcosa.»

I due, così, spiccarono il volo, lei con un salto sulle possenti zampe e poi planando sulle grandi ali rosse e rigide a forma di ascia, lui sbattendo le grandi ali piumate per prendere quota e seguirla. Ad Alexa quasi vennero le lacrime agli occhi, le luccicavano sempre gli occhi quando volavano insieme, si ricordava ancora di quanto lei volesse seguirlo nei cieli fino a toccare l’infinito da piccoli, quando si erano incontrati; lei era senza ali, lui era un piccolo corvo spaurito e senza nessuno. Insieme, avevano creato una famiglia e avevano realizzato l’uno i sogni dell’altra.

Quindi i due amici stavano sorvolando il complesso di rovine del Villaggio Dimenticato. Una volta doveva essere stato un grande centro abitato, ricco e pieno di palazzi lussureggianti, dove il mercato non mancava mai e le terre erano coltivate per ogni tipo di Bacca. Ma il vulcano sui cui piedi il villaggio si basava, aveva eruttato e i lapilli e il fumo avevano reso per molti secoli quel posto una landa desolata; nemmeno gli amanti della lava e del calore ci andavano mai, nessuno poteva sopravvivere in un tal posto. Poi con il passare del tempo, la terra si era ricoperta nuovamente di verde, con piante pioniere per prime e infine i piccoli arbusti e gli alberi.

Quando insoddisfatti decisero di sorvolare anche il complesso collinare, Thomas fischiò in segno di approvazione: non avevano potuto scorgere la grande piramide solo perché il Villaggio Dimenticato si estendeva anche dietro alla collina. Là dove probabilmente c’erano le banche e le tombe dei Re Caduti.

I due quindi atterrarono in vicinanza al titanico edificio di pietre e roccia, ricoperto di edera, davanti a una grande apertura che dava all’interno della costruzione.

Alexa mosse a lungo la coda, in segno di nervosismo. Thomas invece si lisciò le piume rosse dello strato interno delle ali e controllò che la bisaccia fosse ancora incastrata alla zampa destra, che non fosse caduta via. Per fortuna era tutto ok.

«Allora, amica mia, andiamo dentro! Sei pronta?»

La dragonessa lo guardò dubbiosa, poi con le fauci strappò da un albero vicino un ramo e ne incendiò la punta; diede la torcia al grande rapace, che la tenne per il grande rostro: «No, non lo sono. Ma dobbiamo farlo, siamo professionisti. Riesci a incastrarla nell’imbragatura che tengo sulla schiena?»

«Certo! Nessun problema!»

E i due, assicurata la torcia alla schiena di Alexa e assicuratisi così un’illuminazione costante, entrarono nella spettrale tomba piramidale in cerca del criminale.


Infiniti corridoi nel buio si estendevano per chilometri, lunghissime file di mattonelle ingrigite da strati di polvere laddove i lapilli non erano potuti penetrare. Una gabbia di roccia e mattoni che racchiudeva un labirinto esplorato da pochissimi, fino in fondo da nessuno estraneo al luogo. Alle pareti erano appesi logori arazzi raffiguranti i tempi andati, con il Sommo Dio dalle mille mani che si ergeva a Sole e Luna e tutto il Creato mentre le sue creature lo adoravano in prostrazione. Ogni tanto alle pareti erano presenti dei bassorilievi raffiguranti battaglie leggendarie, come quella dei Prescelti contro il Signore del Tempo impazzito, o i tempi antichi in cui il Grande Titano aveva distrutto la Pangea trascinando sulle proprie spalle i continenti.

Tuttavia, Alexa e Thomas non erano per nulla esperti del luogo e dopo una mezz’ora e all’ennesimo bivio decisero di fermarsi e fare il punto della situazione.

«Allora», cominciò l’enorme corvo dalle piume blu e nere mentre dalla bisaccia prendeva una pergamena vuota e uno stilo, per segnare il tracciato con estrema precisione, «Finora siamo sempre rimasti in piano, a parte una volta che siamo scesi per una rampa di scale; quindi, possiamo presumere che siamo sotto terra al momento, giusto Alex?»

La dragonessa si guardò intorno e scosse la testa. «Sempre che il pavimento non fosse leggermente inclinato, verso il basso o verso l’alto. Se così fosse, avremmo potuto salire o scendere senza nemmeno accorgercene.»

«Acuta osservazione, amica mia. Cosa ha detto il signore Mime? In che punto era?»

Alexa aprì le mascelle argentee ed emise un poderoso ruggito che fu subito seguito da un brontolio proveniente dal fondo della gola: «Ma una volta tanto, quando parliamo con gli acquirenti, ascolta! Loro non sono entrati nella piramide, ma hanno visto qualcuno entrarvi!» Poi si calmò e rifletté: «Comunque, guardati attorno, vedi orme che non sono nostre?»

Il grande rapace guardò il pavimento impolverato davanti e dietro di loro e scosse il capo, con la grande cresta piumata che ondeggiava al movimento dell’aria: le uniche impronte di zampe impresse nella polvere erano le loro. Ma allora, il ladro? Avevano sbagliato svincolo e lo avevano perso? O non era mai veramente entrato, o non lasciava nemmeno impronte!

Thomas deglutì, guardando all’amica con un pelino di inquietudine. «Questa non è una bella notizia, mi spieghi come…»

La frase gli morì nel becco ricurvo, quando maligne risate risuonarono dal corridoio che stavano percorrendo. Allora i due esploratori si guardarono negli occhi, annuirono e si affrettarono in quella direzione.


Alexa e Thomas giunsero in una grande sala rettangolare, la torcia che la dragonessa portava all’imbragatura allacciata sulla schiena non poteva illuminarne nemmeno una piccola porzione dalla vastità. Nel buio si scorgevano immense colonne di marmo bianco, ingrigite dalla polvere e dagli anni; in fondo alla sala, qualcosa rifletteva la luce del fuoco mobile.

«Guarda là!», gridò Thomas indicando il riflesso metallico, «C’è qualcosa!»

«Dai, andiamo a vedere!», ribatté l’amica con impazienza ed eccitazione: stavano per trovare qualcosa, se lo sentiva.

I due si affrettarono, lei correndo sulle quattro zampe a una frenesia senza limiti, lui sbattendo le grandi ali per sbalzare più in là.

Per arrivare dall’altro lato della grandissima sala circolare non oltrepassarono solo le colonne, ma anche grandi costruzioni di pietra contenenti sarcofaghi e ricchezze dei Re Caduti; era peccato mortale profanarli, una maledizione si sarebbe scagliata contro i tombaroli che avessero osato tanto. Fu per quello che sebbene il palazzo piramidale fosse stato visitato parecchie volte nei secoli da sventati avventurieri, quelle tombe non avevano mai sentito il tocco di un mortale dal momento della loro eterna sigillatura. Anche i ricami di lana rossa sbiadita posti ad ornare le costruzioni in roccia e le grandi torce di ferro nero per eventualmente illuminare ciascuna tomba erano al loro posto, come la stele con la descrizione della tomba e del suo padrone. Alexa e Thomas le oltrepassarono, sicuri che non dovessero preoccuparsi di un agguato da uno di simili nascondigli inviolabili.

Così, i due giunsero davanti al metallo riflettente e scoprirono che era un’armatura d’oro ricoprente la statua granitica di un grande centipede dalle fattezze misteriose: era troppo grande per capire esattamente la sua forma.

«Ecco cos’era quel bagliore! Giratina, il Signore dell’Altro Mondo!», esclamò Alexa arrivando sotto alla statua, fissata al soffitto per dominare l’intera sala. Poi la dragonessa si rivolse all’amico: «Sai chi è, vero?»

Il grande corvo dilatò le pupille e si arruffò tutte le piume. Fece un passo indietro, squadrò la statua e poi rivolse lo sguardo alle tombe appena oltrepassate. Quindi rispose all’amica: «Certo! Il Signore dei Morti, no?»

«No! Ma credo sia lo stesso errore di chi ha costruito questo posto… Molti lo credono il Signore dei Morti ma in verità presiede al ciclo delle cose, alla normalità: il suo mondo permette al nostro di esistere perché in esso la vita e la morte non esistono. È complementare al nostro. Non può essere il Signore dei Morti perché lui non conosce né la vita né la morte!»

«Ah. Però, la statua è inquietante forte. Ci stava bene come Dio dei Morti…», borbottò il corvo dalle piume nere e blu socchiudendo a malapena il becco a rostro.

Ma la discussione non rispondeva al quesito fondamentale: avevano sentito un ruggito provenire dalla sala! E di certo non poteva essere quella statua! O almeno, i due speravano che il ruggito non provenisse dal titano di granito e oro! Così, i due iniziarono a perlustrare i muri del perimetro della sala mortuaria, cercando un’apertura o un nuovo corridoio.

Lo trovarono, era un buco nel muro. Troppo piccolo per la grande stazza di loro due ma abbastanza grande per qualcuno di taglia nettamente inferiore.

«Idee per entrare?», chiese titubante Thomas.

Alexa provò a far entrare il suo grosso muso squamoso, e dopo alcuni tentativi riuscì a farcelo passare rompendo un po’ la parete attorno. Ma ne uscì subito, urlando: due occhi rossi nell’oscurità l’avevano violata nella mente spaventandola a morte! E poi, un ruggito!

I due arretrarono, intimoriti. Se la dragonessa ormai era troppo nervosa per tentare nuovamente di entrare nella nuova stanza, il grande corvo prese la ricorsa e con un assalto sfondò totalmente il muro cosicché riuscì finalmente a entrarci con facilità. Nella penombra della luce della torcia, tenuta da Alexa nella camera tombale, notò di sfuggita qualcosa oltrepassare il muro a destra, pur non essendoci altre aperture; ma almeno poté osservare bene il cumulo di ricchezze accumulate in quella piccola camera secondaria della grande sala mortuaria: tesori accumulati in molto tempo di razzie e furti!

«Alexa, devi assolutamente venire a vedere! Qui…»

Mentre il rapace si girava trionfante verso l’amica, la frase gli morì nel rostro: Alexa era riversa a terra, profondamente addormentata vicino alla statua di Giratina. Come Thomas le si avvicinò, sentì una voce dalle tombe che lo chiamava. Si voltò. Intravide qualcosa simile a un lenzuolo viola con delle perle rosse incastonate alla sua metà volare verso di loro, che emise un raggio bianco; e quando il raggio bianco colpì Thomas dopo aver colpito Alexa, anche lui perse i sensi.


«Alex, dove sei?»

Thomas era solo, in mezzo a una landa grigia. Non sapeva come ci fosse finito, sapeva solo che ci si era svegliato; come da piccolo, non sapeva come fosse caduto dal nido, sapeva solo che non aveva più ritrovato la strada di casa. Sentiva dentro di sé un senso di oppressione e solitudine che ormai sperava di aver dimenticato, con quel vento impetuoso e gelido che gli gonfiava e scompigliava ogni singola piuma; se lo ricordava quel vento: quando era pulcino lo aveva cacciato dalla collina dei suoi genitori e lo aveva trasportato fino alla riva del Mar dei Ricordi.

Una lacrima gli scese, vedendo quella landa morta.

Fu allora che lo vide. In lontananza, all’orizzonte, una figura longilinea e sinuosa si muoveva minacciosa: c’era qualcosa in essa che lo turbava profondamente. Così, per saperne di più, discese per quello che una volta era un letto di un fiume e si avvicinò ad essa.

“Chissà cos’è… Sembra quasi un verme che levita. Aspetta… Ma io so cos’è! E viene verso di me!”

Thomas, terrorizzato, spalancò le ali e con un unico battito si levò da terra, per poi librarsi in cielo per scappare il più velocemente possibile. Ma era dannatamente lento! La figura del centipede ricoperto di teschi lo stava raggiungendo! Sentiva la sua presenza nella corrente d’aria poco distante da lui, percepiva il suo odio e la sua fame! Thomas, quando lo sentì sopra di sé con le enormi fauci aperte pronte a divorarlo, serrò le ali al corpo e scese in picchiata verso il terreno. Ma aveva calcolato male la distanza nella frenesia della fuga e stramazzò al suolo.

Sentì il Signore dei Morti sopra di sé, con gli occhi sanguigni e le fauci di zanne aperte solo per lui. Thomas era riverso a terra, il dorso contro il terreno e le lunghe zampe uncinate che si muovevano cercando di tenere lontano il predatore, con gli occhi neri sbarrati dal terrore mentre quello lentamente scendeva a cibarsi di lui; dal basso, guardando dentro la bocca famelica e feroce del dio, il povero esploratore poteva scorgere i resti della sua amica che…

Che…

Che gli diceva «Sveglia, dormiglione! Sta scappando! Solo tu hai lo scatto abbastanza celere per raggiungerlo!»

Thomas aprì gli occhi: era nel palazzo piramidale, nella sala mortuaria, e il criminale stava fuggendo! Subito si alzò in volo e nonostante l’enorme apertura alare sapeva che le colonne erano abbastanza distanziate da permettergli un agile movimento, così come le porte erano abbastanza larghe da non ostacolare l’apertura alare.

Aveva notato che il fuggitivo era in grado di attraversare i muri e così quando cercò di coglierlo di sorpresa si preparò in anticipo e sfondò il muro con un assalto aereo poderoso. Poi svoltò l’angolo e scese al piano inferiore, non perdendo mai di vista quel lenzuolo viola che tanto velocemente si muoveva levitando sulla cortina di polvere del palazzo. Era buio, dannatamente buio, ma le perle rosse della preda si vedevano nell’oscurità e il cacciatore di teste nell’oscurità, a differenza dell’amica, ci vedeva benissimo!

E l’unica volta che il nemico lo scartò, Thomas invocò dalla mente un’energia pulsante, di pura tenebra, e la scagliò contro il nemico che colpito stramazzò al suolo. Felice, lo raccolse con le zampe uncinate e lo portò dall’amica, che lo aspettava ancora nella sala con la grande statua di Giratina appesa a dominare il tutto.

Alexa gli sorrise: grazie alla sua velocità, avevano nuovamente concluso con successo una missione affidata a loro. Sempre i migliori.


Erano stati giorni duri, quelli in cui Alexa e Thomas avevano viaggiato per catturare il ricercato Magio, famoso ladrone e ipnotista, capace di far perdere lucidità perfino ai più saggi ed esperti. Ma ce l’avevano fatta e avevano pure recuperato il Fantascrigno del signor Mime!

Felici e vittoriosi, dopo tutte le celebrazioni e i riconoscimenti, i due lasciarono la Gilda e uscirono da Borgo Tesoro, seguendo la strada verso il mare. E lì, a pochi passi dalla spiaggia e dalla Grotta Marina, dove i due si erano incontrati molto tempo fa, entrarono nella loro fattoria dove tutto il resto della loro famiglia li accolse festanti.

Erano a casa. La loro casa e loro, due fratelli separati dal nascere in famiglie diverse ma ritrovatisi per il destino, erano felici di averla costruita insieme.

FINE

Spero vi sia piaciuta, era una piccola fanfiction di Esploratori del Cielo scritta come un testo indipendente per chi non conosce i Pokémon!

Austindoveblog: il blog compie 6 anni!

Buongiorno! Oggi celebriamo i primi sei anni del mio piccolo angolo di relax, un piccolo blog che è cresciuto con me!

Festeggiamo!

Questo blog nacque per dare voce ai miei pensieri personali, in un misto di narcisismo patologico e arroganza; pensavo che come lo avessi fondato chiunque lo avrebbe cercato per abbeverarsi alla fonte della mia saggezza. In verità, se si guardano le statistiche del blog, per parecchi mesi non ha ricevuto una singola visualizzazione!

Se all’inizio volevo parlare di fatti personali censurando le informazioni sensibili, dopo una forte lite con una persona a me vicina, decisi di parlare di altro. Ma di cosa? Fu così che iniziai a parlare di animali, di letteratura e sporadicamente di videogiochi. Strano ma vero, ma i film sono arrivati molto tardivamente.

Sarà per questo che pur avendo un pubblico quasi solo di cinefili, i maggiori successi a lungo raggio li ho raggiunti con i post riguardanti la letteratura!

Il mio piccolo errore riguardante il nome di un autore un pochino celebre!

Un altro tassello importante della storia del blog sono state le tag, o catene di Sant’Antonio. Una volta partecipavo molto, ma la comunità di recente è profondamente cambiata, ormai partecipo solo se mi interessa la tag in questione, molte volte creandone di mie per parlare sotto a una nuova luce di un particolare prodotto letterario o cinematografico usufruito recentemente!

Ma ho sempre continuato a scrivere, trovando sempre nuove linfe! Videogiochi (prima la serie Batman Arkham e poi i Pokémon) e più di recente i film, con le mie liste di 10 titoli! E continuerò a farlo, non so cosa mi riservi il futuro o se presa la laurea continuerò a bloggare, ma spero di sì.

E spero di rimanere almeno in minima parte interessante!

Il mio primo vero successo a lungo raggio assieme al Bivacco Marsini!

PS: qui scrissi un articolo sulla storia del blog e le parole usate per trovarlo su Google. Alcune sono veramente strane, ma ora che ho iniziato a parlare di cinema erotico saranno ancora più strane! 🤣🤣🤣

Racconto originale: Amore di mamma

«Basta, non ce la facciamo più della sua noncuranza verso la nostra famiglia e i suoi doveri! Siamo stufi della sua tossicità, con la quale cerca di allontanare la nostra bambina dai suoi fratelli più grandi! Da Natale lei è licenziata! Si cerchi un altro lavoro!» «Ma non potete licenziarmi, non dopo tutti questi anni! E non  pensate alla povera Henriette, senza la sua balia? Sono come una madre per lei!» «Io sono sua mamma, io! Basta, dobbiamo andare a lavorare. Anche lei ha da fare, i bambini si stanno svegliando. Si cerchi una nuova residenza, da Natale con noi ha chiuso!» «Non finisce qui! Ve ne pentirete!»”

Era la serata della Vigilia di Natale e Sophy e Arthur erano appena scesi dalla loro lussuosa Leyland Eight felici e spensierati. La cena era andata benissimo. Belli e felici, erano stati la coppia più chiacchierata e invidiata della serata. Tutte le signore avevano osservato con meraviglia i costosissimi brillanti che la giovane matrona inglese portava alle orecchie, così come nemmeno la soffice pelliccia di volpe bianca era passata inosservata. Tutti i gentiluomini avevano invidiato la silhouette della sposa del grande imprenditore, fondatore della più grande ditta di scarpe di tutta Londra: ogni sorriso di quel volto vincente era riflesso nel viso perfetto della sua modella, della sua musa.

 Sophy e Arthur erano una coppia felice e vincente, abituati ad avere tutto dalla vita.

Così, quando i due arrivarono nella loro proprietà a bordo della fiammeggiante auto di lusso, per loro decorata con parti in oro sul cofano e negli interni, l’ilarità e le risa permeavano l’aria gelida.

La loro magione risaliva al trisavolo di Arthur, un ricco aristocratico che soleva affittare i campi a contadini e allevatori; era stata costruita imponente secondo uno stupendo gusto neoclassico e tinte gotiche, che rendevano tutto molto affascinante. Per arrivare alla scalinata si percorreva un sinuoso sentiero di ghiaia contornato da rigogliose piante secolari, accessibile da un alto cancello nero, parte mobile di una palizzata in metallo che racchiudeva Villa Kryon in chilometri di perimetro. Villa Kryon era imponente e praticamente inaccessibile ad estranei non richiesti. Ergendosi su ben tre piani in altezza, la vastità di ogni piano rendeva ogni singola stanza quasi un piccolo reame: grandi ritratti troneggiavano sui muri, mentre delicati mobili in ottone ed ebano conservavano i segreti ed i ricordi di una tale importante dinastia; raffinati tappeti arabi decoravano i pavimenti di marmo bianco e, d’inverno, un grande abete veniva posto vicino al camino sempre acceso nel salotto principale ad allietare gli spiriti dei padroni di casa e dei loro ospiti.

Così, mentre Arthur parcheggiava la sua fiammante macchina in un piccolo garage, la bella Sophy entrava in casa, stanca ma soddisfatta della serata.

Se c’era qualcosa che Sophy non apprezzava era la tradizione della famiglia dell’adorato marito di lasciare andare dai propri cari il personale la sera di Natale: i Kryon restavano soli nella grande villa, con la casa completamente messa a puntino e tutte le vivande già preparate ancora calde nei vari forni; solo le tate rimanevano per i bambini, mentre le cuoche arrivavano poco prima del pranzo e della cena per riscaldare i loro splendidi manicaretti. E, infatti, quando la bella matrona passò brevemente attraverso il salone e scorse nella penombra la sala da pranzo poté notare come tutto fosse già predisposto. Sbuffò. Era una tradizione così penosa! Così, tirò diritto e percorse le due rampe di scale arrivò nella camera padronale e poté mettersi comoda in vestaglia e ciabattine.

Quando scese senza far rumore al lume di candela giù al piano terra la sua splendida cappa di velluto blu la fasciava con classe ma senza soffocarla, molto più confortevole del mantello in panno in cui era racchiusa per sfuggire al freddo invernale. La grande sala circolare con un monumentale quadro di famiglia sul muro che contrastava le scale era tutta buia, con le nuvole che oscuravano la luna. Sophy veloce attraversò la stanza e si diresse a destra, verso il salone principale, dove avevano il loro abete addobbato a festa per le vacanze. Era tradizione secolare che fosse il padre assieme ai figli a scegliere e tagliare personalmente l’abete perfetto, per poi trasportarlo con il carro fin dentro all’abitazione; tradizione che Sophy si era ben curata di sopprimere: era il 1927, non il 400, potevano benissimo farlo i giardinieri! E infatti, anche quest’anno era stato scelto un rigoglioso esemplare alto più di quattro metri che rassicurava con la sua ombra la splendida matrona, decorando il buio con le mille luci che le mille decorazioni natalizie di cristallo formavano grazie alla rifrazione della luce della candela. Sophy sorrise, appoggiata allo stipite della porta.

«Sophy… Vieni qui…»

Finalmente Arthur aveva messo a posto la macchina ed era pronto a spogliare il suo regalo di Natale privato! Sophy sorrise e corse fuori, tenendo con la mano libera chiusi i lembi superiori della cappa nell’illusione di proteggersi dal freddo e dai venti; ma non vide nessuno. Allora rientrò e si diresse nella sala da pranzo, anch’essa vuota e con le molte alte finestre che davano al tutto una luce spettrale. Non capendo dove potesse trovarsi suo marito, la donna girovagò senza meta fino a che non tornò davanti alle scale ma sbuffò: se mai il marito avesse voluto dirigersi in camera da letto piuttosto che aspettarla al piano terra come avevano concordato, lei di sicuro lo avrebbe sentito. Fu allora che sentì di nuovo la voce gutturale:

«Sophy… Vieni qui…»

E stavolta, Sophy era abbastanza sicura da dove provenisse: Arthur aveva deciso di farle uno scherzo nascondendosi dietro all’immenso Albero di Natale! Sorrise e si diresse là, non sapendo che da là non si sarebbe mai più allontanata.

Le soffici pantofoline invernali della matrona inglese si avvicinavano lentamente nel buio di quel salone, consapevole che tra la porta dalla quale procedeva e il maestoso abete non si sovrapponeva alcun ostacolo che potesse ferirla alle gambe o lasciarle lividi: con quella tremula lucina, di sicuro non avrebbe scorto in tempo ostacoli e si sarebbe fatta male. Fu sollevata quando giunse sotto alle alte fronde scarne dell’abete bianco, ma fu grandemente delusa dal fatto che del marito non ci fosse traccia. Solo un fazzoletto da tasca, di quelli quadrati bianchi che egli era solito portare quando raffreddato; si trovava vicino alla Stella di Natale. Sophy si accovacciò per prenderlo in mano e studiarlo, mentre inconsciamente si chiedeva dove quello sbadato del marito si potesse essere cacciato. Non sapendo quali risposte darsi, preferì guardare la bella pianta.

Ma si sorprese: la pianta non era affatto bella.

La Stella di Natale era tenuta in un piccolo vaso sotto a una delle fronde dell’abete, vicino a un grande regalo impachettato. Era piccola e striminzita. I ciazi erano ancora chiusi e degli splendidi petali gialli e arancioni Sophy poteva solo immaginarne la forma e la bellezza. Le brattee erano secche e non avevano la tipica tinta rossa, calda e rassicurante; sembravano più foglie di carta, quella carta consunta che dopo un po’ si tinge di rosa, sbiadita. La Stella di Natale dava proprio un senso di tristezza, quasi nevrosi.

«Sophy… Vieni qui…»

Fu quando si stava per alzare che Sophy sentì di nuovo quella voce, era chiaramente la voce del marito. Ma da dove veniva? La donna si guardò nella penombra e infine sotto di sé, e per poco non cacciò un urlo dal terrore: tutti i ciazi della Stella di Natale si stavano aprendo a mostrare un buco che dava letteralmente nella gola del fusto, dentro alla pianta! E da quel buco, quella gola tra i ciazi aperti, uscì fuori un enorme liana che la afferrò per il collo e strinse, costringendola a piegarsi verso la Stella di Natale fino a esserne totalmente inghiottita. L’ultima immagine che la matrona inglese ebbe impressa sugli occhi prima di finire inghiottita dalla Stella di Natale furono due occhi rossi che la fissavano nel buio.

E poi la calma. Passarono alcune ore prima che la prossima vittima scendesse dal letto.

Se c’era qualcosa che il piccolo Tom non riusciva a fare era resistere alla tentazione di aprire i regali di Natale prima del previsto. Lo aveva fatto nel 1926 ed era stato messo in punizione, con il regalo confiscato fino al giorno dopo; lo aveva fatto l’anno prima e aveva saltato la colazione per la punizione. Noncurante del castigo, il piccolo Tom alle prime luci dell’alba era sgattaiolato fuori dal letto al secondo piano ed era sceso al piano terreno: voleva sapere quale meraviglia gli avesse portato Babbo Natale!

Tom con il suo pigiamino a righe rosse e bianche era proprio un bel bambino, con il suo sorriso paffuto e gli occhioni neri, come quelli della mamma; quegli occhietti neri che vivacemente squadravano la stanza in cerca di una cameriera gentile che gli offrisse una caramella, quel sorriso che tanto veniva deformato dalle smorfie festose quando il papà lo inseguiva attorno al tavolo da pranzo per acciuffarlo, quelle manine così piccole che la mamma usava per recuperare gli oggetti quando le cadevano sotto alla credenza in camera da letto per poi sgridarlo perché puntualmente si stropicciava i pantaloncini. Tom era proprio un bel bambino, la gioia di Sophy e Arthur; il diletto rispetto a Jake e Henriette.

Così, Tom alle prime luci dell’alba, con il cuore che gli batteva a mille per l’eccitazione, con i piedini ancora scalzi, si stava dirigendo verso il grande abete che sovraneggiava il salotto principale; non si era accorto di due grandi occhi rossi che lo squadravano dalla sala da pranzo. Gli piaceva quell’Albero di Natale, anche se tutti i suoi amici gli raccontavano di come ogni anno andassero a sceglierlo con il loro papà: a lui non importava, quello era stupendo! Però, ormai prossimo all’albero, fece un verso di disappunto e si grattò il testone quando notò che nessun regalo era stato posto sotto all’Albero di Natale! Sì beh, ce n’era uno, ma era enorme; era di sicuro per il papà da parte di qualche collega o cliente (cose da grandi). Invece c’era una bella Stella di Natale!

«Tom… Vieni qui…»

Quando sentì chiamare il proprio nome, Tom si irrigidì e con aria colpevole si guardò intorno: era la voce della mamma! Era una voce strana però, non era arrabbiata o distaccata come al solito, forse era assonnata; e poi non sembrava arrabbiata! Quindi, il bambino si rilassò e iniziò a guardarsi intorno, per capire da dove potesse provenire. No, la mamma non c’era da nessuna parte. Inquieto e confuso, senza nessun regalo da scartare, Tom fece dietrofront, pronto a correre in letto e far finta di non essere mai sceso.

«Tom… Vieni qui…»

Questa volta Tom quasi gridò dallo spavento, la voce era vicinissima! Ma la mamma non c’era! Tom non capiva, ormai non gli importava nemmeno più doversi calare le braghe e subire le sculacciate: voleva la mamma! Indeciso, si girò di nuovo verso l’Albero di Natale, da dove gli sembrava provenisse la voce, e quasi urlò! La Stella di Natale, alta più di un metro e con decine di brattee si stava contorcendo verso di lui! A un tratto, il fusto principale si sporse più degli altri e i suoi ciazi si aprirono, rivelando una gola famelica da cui una lunghissima lingua verde partì per afferrarlo rompendogli di netto il collo. Subito dopo venne inghiottito.

Una risata risuonò sinistra nella casa: i due occhi rossi ora guardavano impazienti le camere da letto dei due bambini rimanenti.

E così, quando risuonarono le nove del mattino, anche Jake si svegliò. Ma non capì subito che ore fossero: nessuna tata ad accudirlo, nemmeno la mamma o il papà; erano loro a svegliarlo quando era malato o loro due erano gli unici adulti in casa. Non c’era nessuno a svegliarlo e quando Jake uscì dalla stanza, nel chiarore del sole natalizio che penetrava dalle grandi finestre, non vide nessuno nemmeno ad aspettarlo per i regali o in bagno o a mangiare. Non c’era nessuno! A Jake la situazione parve irreale, quindi non sapendo che fare tornò in camera, chiuse la porta, e si fiondò sotto le coperte calde e sicure.

«Jake… Vieni qui…»

Qualcuno aveva bussato alla porta della sua camera, quindi lo avevano chiamato. La mamma lo aveva chiamato! Doveva essere all’albero, spazientita come al solito! Sul visetto magrolino di Jake si dipinse un sorriso: non era solo, avevano voluto fargli una sorpresa e si erano nascosti, e ora che avevano aspettato troppo mammina si era spazientita. Certo, tutto quadrava. Così Jake si fiondò giù dal letto e corse giù per le scale a perdifiato e poi dritto nel salotto principale, quello con i divani in pelle rossa. Ma non trovò nulla di quanto sperava.

La stanza era vuota, non c’era nessuno della sua famiglia. L’unica cosa, c’era un inquietante cespuglio dalle foglie tutte rosse; quasi non poteva scorgere nemmeno l’Albero di Natale! No, non gli piaceva: voleva tornare a letto, al sicuro. Prima o poi qualcuno dei grandi sarebbe tornato a rassicurarlo. Si girò e stava per correre nella sua cameretta quando la Stella di Natale, ora alta più di tre metri, se lo mangiò senza dargli nemmeno il tempo di scappare.

E così, quasi tutta la famiglia Kryon era stata distrutta.

A mezzogiorno, nel silenzio generale, due mani gentili presero il vaso della Stella di Natale e, noncuranti del peso di tutto quel volume, lo portarono nella stanza di Henriette. Finalmente dentro, la tata la guardò beata dormire per qualche minuto, nel suo lussuoso letto a baldacchino dagli stupendi tendaggi d’oro che la racchiudevano come fossero i delicati petali di un narciso; poi la svegliò.

«Mamma! Allora non mi hai abbandonata!», esclamò gioiosa la piccola Henrietta vedendo la tata seduta felice davanti a lei.

La donna sorrise e scosse la testa: «Certo che no, piccola mia! Non avrei mai potuto lasciarti in mano a quei mortali, sei troppo piccola! La mia bambina, cara, cara bambina!»

«E cos’è quella bella pianta? Non ho mai visto foglie così vicine al sangue! È bellissima! È… è per me?»

«Certo! Buon Natale, piccola bimba mia. Qui, dentro ai fusti di questa bella piantina, giacciono i resti digeriti di coloro che credevano essere la tua famiglia! Ora sei ricca, indipendente, ereditiera!»

Henrietta felice saltò giù dal letto. Come se niente fosse, si tolse i boccoli d’oro e rivelò una calvizie impietosa. Come se niente fosse, si tolse il delizioso nasino a patata e rivelò due inquietanti buchi da cui respirava e da cui usciva sempre muco giallo. Come se niente fosse, si strappò via le belle manine morbide rivelando lunghi artigli neri e affilati. Come se niente fosse, si strappò gli occhioni azzurri, mostrando alla mamma mille terribili occhiettini rossi e lucidi, come quelli delle tarantole. Come se niente fosse, si tolse di dosso la pelle rosea come se si stesse togliendo un vestito e rimase con la sua vera pelle, uno straccio raggrinzito e violaceo, tutto duro.

«Che bello, mamma! E ora, che si fa?», esclamò quella, quella cosa andando incontro alla madre.

La madre si strappò via la faccia e rivelò gli stessi tratti di Henrietta, poi sorrise: «Nulla, si festeggia il Natale! E celebriamo il tuo futuro nella luce: dopo esserti scambiata con quella sciocca bambina mortale, finalmente hai assicurato un bellissimo futuro nella luce e nell’accettazione. E non dovrai nemmeno temere che ti abbandoni, ora: mi potrai licenziare solo tu!»

Le due si guardarono negli occhi, nei loro grandi e lucidi occhi rossi, e si abbracciarono nuovamente con grande felicità e amore.

«Buon Natale, mamma! Al nostro futuro sempre insieme!»

«Al futuro! E buon Natale, piccola mia!»

BLOGGER NEL 2021

Buongiorno! Oggi siamo nel primo giorno del nascente 2022 e vi saluto con felicità, soddisfatto dai traguardi che il mio piccolo blog ha raggiunto nel mese scorso e in toto durante l’anno: record di visite, visitatori, like e commenti. Grazie!

Come ogni anno, ripropongo una tag per bloggers e poi gli articoli più letti; giusto per celebrare i traguardi più belli! Buona lettura.^^

Quali mezzi utilizzi per il blogging?

Beh, per scrivere utilizzo principalmente il mio portatile giù nel seminterrato di casa mia (l’unico posto con il wifi sicuro). Per ricercare informazioni invece utilizzo principalmente libri di saggistica o il buon vecchio Internet, con Wikipedia in prima linea. Ma credo sia giusto citare i miei amati album pop (più il mio lettore DVD regalatomi dai miei) e YouTube: senza di questi, scrivere sarebbe veramente noioso.

Quanto impieghi per un post e come inserisci il blogging nel tuo tempo libero?

Dipende. Ora che sto studiando per la tesi e l’ultimo esame, cerco di dedicare la mattina a blog e sport, mentre il pomeriggio lo passo sui libri (più o meno). Quindi cerco di suddividere i post in base al tempo libero, arrivando anche a preparare i post con una settimana di anticipo se so che avrò meno tempo; tipo non so cosa scriverò a Gennaio: il 10 ho l’esame di inglese e il corso preparatorio, secondo un termine tecnico, era fatto alla CdC. Speriamo bene.

Qual è il tuo rapporto con i social network e come sono legati al tuo blog?

Mah. E’ da un po’ di tempo che provo a seguire una pagina IG ma con scarsissimi risultati; anche quella FB è abbastanza inutile. Credo che il vero aiuto per il blog derivi dal buon MikiMoz, che mi permette ogni tanto di condividere i miei articoli sul suo gruppo FB.

Vedi questa “crisi” del blogging in prima persona, al punto da aver avuto la tentazione di trasferirti in pianta stabile sui social?

Ne parlano in tanti e forse in termini di visite posso anche dire che esiste, ma bisogna anche specificare cosa si ricerca nel proprio blog: io voglio un posto dove scrivere, non ho mai avuto tante visite e non ci spendo soldi. Se un post arriva a 300 views sono felice e me lo stampo come gran successo, sono irritato se un post non arriva a minimo 10 views nel mese di lancio; ma tutto qui, non ci ho mai fatto grandi paturnie.

E così, dopo la tag a cui chiunque voglia può rispondere nel proprio blog o nei commenti qui sotto, espongo alcuni miei articoli di successo che hanno reso più interessante (spero) il mio piccolo blog.^^

I post più letti di sempre nel 2021:

  • 10 film con il nudo maschile integrale
  • Il club delle prime mogli
  • Basic Instinct: teorie sull’assassino
  • Il forum dei brutti???
  • Elena di Troia

I post, scritti nel 2021, più letti nel 2021:

  • 10 film con il nudo maschile integrale
  • Austindove: le origini del nome
  • The Xmas Carols: Il buon Doriano
  • Promising Young Woman
  • 10 film con il triangolo amoroso

I post più letti del mese in cui sono stati pubblicati, per ogni mese:

  • Blogger nel 2020
  • Pokémon Tag
  • Dieci adattamenti da libri di Agatha Christie
  • Frankenstein: recensione del libro
  • Consiglio 5 film: Aprile
  • Immaginare le storie, un corso con Valentina Durante e Giulio Mozzi.
  • 10 film con il nudo maschile integrale
  • Doom3: ansia e belle ambientazioni
  • Austindoveblog: blog molto personale
  • 10 film con i morti viventi
  • Vacanze di branco con il Covid
  • The Xmas Carols: Il buon Doriano

Ecco, siamo arrivati ai saluti!

Ho deciso di aggiungere anche i post più letti di ogni mese, scritti però in quel mese, perché così non condivido solo i più popolari ma tutti quelli che nel loro piccolo sono riusciti a plasmare un bellissimo 2021! Anche per mostrare quanti argomenti il mio angolo di relax affronta!

Se volete, ora vi lascio i post del primo dell’anno del 2021 e del 2020; anche solo per confrontare i post e vedere se qualcuno degli anni scorsi è riuscito a imporsi anche quest’anno. Ciao, buon nuovo anno e felice 2022!^^

PS: li conoscevate tutti gli articoli citati? Se li volete riscoprire, a sinistra da pc c’è la ricerca per parole chiave oppure le varie sezioni tematiche. Ciaoo!

Un’avventura nei boschi

Normalmente, di notte le lucertole vanno a dormire perché essendo a sangue freddo hanno bisogno del calore del sole per riempirsi di abbastanza energia per compiere un qualsiasi sforzo. Ecco, Lucy non era così.
Erano le sei di sera, il sole era tramontato da molto tempo e le due amiche ormai vagabondavano spaesate e scoraggiate nella foresta, consce di essersi perse ore prima; la piccola lucertola si era raggomitolata sopra alla testa della sua compagna di avventure Fuffy. Il pelo setoso della gattina ormai era diventato ispido e sporco a causa delle numerose trappole in cui erano cadute, le zampette doloravano urlandole di fermarsi e gli occhietti gialli brillavano nel buio anche se secchi e arrossati dalla stanchezza: dovevano decidere cosa fare.
«Lucy, sei sveglia?», chiese con un piccolo miagolio stanco, «Sono stanca… Non vorrei incontrare nuovi pazzi e mi fanno male le zampe…»
A quelle parole la lucertolina si stiracchiò tutta alzandosi dalla testa e zampettò fino alla schiena dove si raggomitolò. «Sstai tranquilla, amica mia, ssiamo quassi arrivate. Me lossento. Vuoi che ti dica la mappa che ho memorissato finora? Vuoi un masssaggino alla schiena?»
«Ah no grazie. Almeno so che sei sveglia. Quindi mancherà poco?», chiese lei speranzosa mentre saltava un tronco caduto. Le sue forze ormai sembravano solo un lontano ricordo ma la gattina temeva che tornando indietro avrebbe scatenato le risate generali e quindi decise di dimostrare a se stessa di potere continuare con la missione!
«Ma certo Fuffffy. Sstai tranquillina. Tuuutto andrà bene. Ti ricordi quanti nemici abbiamo affrontato? Per esssere delle novelline ssiamo brave.», le rispose la lucertolina. E quindi iniziò a zampettare sulla schiena, riscaldandola con il suo calore e sciogliendo i muscoli tesi della micetta.
«Ok. Andiamo avanti!» e proseguirono con la loro avventura.

Ciao, se vuoi leggere il resto (ed è tanto il rimanente), clicca qui! Inoltre, al link troverai molti altri miei racconti belli e brutti!^^

Se vuoi lasciarmi un commento riguardo al racconto e a come migliorare o se ti sia piaciuto, sono sempre lieto di leggere critiche costruttive. Ciao!

Racconto originale: Luminosa

Era stata una giornata soleggiata, calda.

Quando aveva posato il pettine d’avorio lavorato a mano e scolpito con le figure di un fiore morente, quando lo aveva posato sul comodino al fianco del letto non avrebbe mai potuto immaginare cosa quel giorno le sarebbe successo. Le sue labbra umide erano annoiate, passava il tempo a mangiucchiarsele mentre con le unghie nere con pois argentei tamburellavano sul tavolino servitore in mogano. Quando aveva posato il pettino d’avorio la luce del mattino la cercava, ma nonostante la luminosità della stanza quell’esile raggio non riusciva a oltrepassare la testata del letto: lei era nell’ombra mentre l’insegnante paonazzo di sudore farneticava davanti a una lastra nera piena di decorazioni inutili.

Era stata una giornata soleggiata, calda. Luminosa.

La aveva infastidita parecchio avere subito il dovere di sprecare una delle rare giornate di sole nella sua camera, dentro all’ombra con l’apparecchio appoggiato al mogano sulle lenzuola di lino rosso. Era stanca di dovere passare le giornate chiusa in casa, come se fosse una vergine chiusa in attesa che un signore le facesse la proposta di matrimonio; prima di passare di proprietà. Pure in quella giornata chiaramente soleggiata, per quanto le tende nere tirate potessero lasciare intendere, era dovuta restare in casa ad ascoltare ciò che quel noioso aveva da dire al resto della classe.

Era stata una giornata soleggiata, calda. Luminosa. Sprecata ad ascoltare.

I lunghi capelli d’oro, quasi scolpiti e manipolati in lunghi ricci con gli attrezzi del divino Efesto, le incorniciavano il viso lentigginoso. Era bianca, come il latte più puro senza alcuna impurità. Solo le lentiggini rosse sul naso e le guance rosee dipingevano distrazioni possibili a quegli occhi viola, scuri, profondi, in realtà di un blu così oscuro che la gente osservandola potesse ingannarsi di adorare una dea scesa in terra. Li aveva appena pettinati, lo strumento bianco era ancora posato sul comodino a fianco del letto a comodino, ma aveva subito ripreso a passarseli tra l’indice e il dito medio; il resto delle punte le coprivano il corpo che le lenzuola non erano in grado di coprire. Sospirava intrappolata nella trappola di mogano. Molte volte gli occhi le cadevano verso la testata, verso l’unica finestra, verso l’unico balcone della stanza; prontamente coperto con scuri tendaggi dalle servette imbecilli.

Era stata una giornata soleggiata, calda. Luminosa.

Era stata una giornata lunga e calda. Se qualcosa fosse successo lei se ne sarebbe accorta: ore passate rintanata a letto ad ascoltare un professore ciarlare mentre lei era rinchiusa nelle proprie stanze per studiare. Erano settimane, poi mesi, ora perfino anni che le costrizioni la costringevano a rimanere costretta a letto o se osava uscire costretta a indossare una maschera che nascondesse il naso e la bocca che tanti sventurati bramavano ma che lei non aveva mai concessa. E passava le ore con il suo strumento, di dolori e di piacere, di assuefazione e di dipendenza, per ascoltare ciò che i professori dal vivo non potevano ascoltare, per comunicare con persone non incontrate mai veramente o conosciute profondamente. Stava costretta a letto perfino in una giornata luminosa. Calda. Come lei.

Era stata una giornata calda.

Ma fu quando il computer si spense che rimpianse totalmente di non stare correndo a piedi nudi nel parco della sua villa che soleva chiamare giardino! Quando ogni attività nel mezzo si spense, lo schermo si oscurò e il riflesso di una deliziosa e pura ragazza dai capelli d’oro e le labbra fragolacee si mosse.

Luminosa.

Mentre si riprendeva dal suo spavento ignominioso, si accorse che aveva scalciato dal terrore: il tavolino appoggiato alla pelliccia di orso bruno che le fungeva da coperta si era ribaltato, con esso il congegno elettronico ormai irreparabilmente spezzato nei due pezzi della sua conchiglia. I lunghi capelli non erano più posati sui seni ma avevano deciso di plasmare la figura di una calda nube del tramonto senza vento, sparsi nell’aere, le labbra rosse si erano contratte in un urlo osceno, gli occhi viola si erano dilatati prima di venire racchiusi nelle palpebre per lunghi ed estemporanei minuti. Quando si riprese, si tirò a sedere, guardò alla propria destra e trasalì, coprendosi la propria viva purezza con la pelliccia morta: non era sola.

A osservarla in piedi si stagliava una donna altera, bella, di trascendente potenza. I lunghi capelli ricci le ricadevano mentre un sole splendente e luminoso li irradiava come fossero una piccola massa astrale capace di illuminare lo spazio circostante. Gli occhi blu così profondi da apparire violacei agli occhi esterrefatti della ragazza la fissavano rilassati, mentre le belle labbra scarlatte sorridevano placidamente. Indossava una veste trasparente che nascondeva in bella vista il corpo scolpito nella grazia divina, la copriva come se fossero state le lenzuola strappate via dal materasso di un letto a baldacchino, se si sforzava molto concentrandosi in tutta quella magnifica immensità, la ragazza poteva anche scorgere quelli che sembravano peli marroni sparsi sulla veste come se qualcosa simile ad una pelliccia vi fosse stata posata fino a un attimo prima. Ma erano gli occhi così profondi da apparire violacei agli occhi esterrefatti della ragazza che ne catturarono definitivamente l’attenzione: erano calmi, uno sguardo calmo, calma fu la voce che la ragazza udì:

«Ave, Maria, grátia plena, Dóminus tecum. Benedícta tu in muliéribus, et benedíctus fructus ventris tui, Iesus. Sancta María, Mater Dei, ora pro nobis peccatóribus, nunc et in hora mortis nostrae…»

E si inchinò mentre la ragazza, studentessa modello di un liceo classico, sbarrava gli occhi nei pressi della propria turbazione per gli eventi che sconvolsero la sua giornata calda, torrida e soleggiata passata fino a quel momento nell’ombra.