Racconto originale: Sopravvissuti alla minaccia

Caro Alexander,

ti scrivo sempre da Venezia, con la mia bellissima penna di pavone intinta nel rosso inchiostro del calamaio. Io e Virginia stiamo bene, volevo informarti di ciò subito. So quanto foste in pensiero per noi, ma siamo sopravvissuti. Non sai quanto io fossi spaventato dalla sua minaccia! Ha passato la vita a rintracciarmi, ossessionato a cacciarmi. Sapevo avrebbe ucciso senza rimorsi Virginia, la mia amata Virginia, e avevo timori che mio padre avrebbe ucciso anche me! Me, suo figlio! Mi aveva lasciato morire quella sera d’inverno e mi avrebbe ucciso ora. Che uomo bestiale. Ma se anche mi avesse risparmiato, se mi avesse costretto in catene con una museruola al viso, che vita sarebbe stata senza Virginia? Lei mi ha concesso di vivere quando io stesso avevo rigettato la vita! Ti ho già raccontato come ci siamo incontrati? In pratica, avevo litigato con mio padre e avendo fallito gli studi, solo come un cane, ero scappato nei boschi ubriacandomi con una bottiglia di vino rosso corretto al cianuro. È stato allora che la vidi: leggiadra figura eterea ergersi dalle ombre del bosco avvicinandosi a me, con i suoi stupendi occhi verdi che si posavano su di me; ormai non potevo nemmeno più parlare: mancava poco; ma lei si chinò su di me, mi baciò sulle labbra e sentendo la mia morte me le morse, andandosene nella notte. La ritrovai il giorno dopo seduta su una panchina al limitare della foresta, mi sorrise sotto a quel suo ombrellino che usa per riparare la pelle immacolata dai raggi solari e mi fece segno di sedermi con lei. Da quel giorno non ci siamo più separati per grandi intervalli di tempo. La sola idea di perderla mi è estranea, inconcepibile, mi sembra più che realtà l’irrealizzabile realizzazione di un destino crudele, non potrei mai sopravviverle. Lei non ha mai fatto nulla, lei è la mia dea, la mia Venere. Per lei uccido, per lei svuoto i contenitori di carne per raccogliere il sangue e porgerglielo: quel piccolo bicchiere di vita da sorseggiare in ringraziamento della vita meravigliosa che mi ha concesso! E non devo nemmeno cacciare: è lei che passeggiando per le vie o i sentieri, imbattendosi in sconosciuti viaggiatori, si fa seguire fino alla nostra casa. Prima Lussemburgo, la mia prima casa, poi Parigi, Amsterdam, Roma, Torino, infine la nostra villetta ottocentesca nascosta tra le calli di Venezia. Adoro Venezia, anche a lei piace. È sempre ricolma di gente, di vita, soprattutto a Carnevale, quando ci travestiamo e ci facciamo fotografare dai turisti; è buffo, alcuni di quei turisti diventano parte della nostra salute, della nostra vita, del nostro essere. Ogni tanto passeggiamo di notte, o prima dell’alba, quando la nebbia ovatta la vista e sembra che Venezia sia vuota se non per noi. Ogni tanto, poi, le compro anche dei vestiti a Burano, lei adora il pizzo, il tessuto lavorato, adora vestire di bianco, un colore così candido e innocente in confronto alla malizia dei suoi lunghi riccioli ramati. Occhi verdi, riccioli ramati, pelle bianca. Alexander, non potrei mai separarmi da lei, morirei se le succedesse qualcosa! E allora pensa la mia paura quando scoprii che Esteban era stato decapitato fuori dalla discoteca dove andava! E tre mesi dopo anche Lilliana a Brasilia! Tu stesso gli sei sfuggito per caso! Il cuore mi si riempì di puro terrore quando Viriginia mi avvisò che aveva percepito la sua presenza a Venezia: era venuto per noi, alla fine ci aveva trovato! Io volevo chiudermi in casa fino alla sua partenza, ma la mia dolce Virginia aveva detto di non preoccuparmi: ci avrebbe pensato lei, sai, ha un’esperienza millenaria a differenza di noi due. E così ha fatto. Come al solito, è uscita a fare una passeggiata e guardare le vetrine. Io l’ho aspettata dentro, avevo del lavoro da fare, anche per non pensare più del dovuto e rovinarmi i denti a furia di digrignarli. Così, mentre lei era fuori letteralmente a rischiare il collo, io mi stavo spogliando, preparandomi a dissanguare i corpi e poi a tagliarli a pezzi, per i cani. Mi ricordo che stavo appendendo al gancio una donna molto, molto grassa, quando sentii Virginia rientrare, stava canticchiando. Mi si avvicinò e mi disse: «Tesoro, abbiamo ospiti, preparati». Io mi sentii morire! Gli ospiti, o per meglio dire, l’ospite era entrato in casa, era mio padre! Ancora seminudo e ricoperto di sangue e lordure varie, presi il coltello più grande e corsi dietro alla porta della nostra camera da letto: per attaccarlo appena fosse entrato. Perché lei fa così, è un pochino vanitosa: si denuda e lascia che sia la sua inarrivabile bellezza a rendere impotenti di reazione le prede! E funziona anche con lui! Non posso descriverti la contentezza quando lo uccisi! L’ho ucciso, dopo tanti anni di terrore e fughe! Finalmente siamo liberi! Ma non possiamo più stare a Venezia. Ci ospitereste nella vostra tenuta in Russia?

Con affetto, Bernhard.

PS: il soggetto è rielaborato da un racconto scritto in precedenza. Ciao!

Racconto originale: Amore di mamma

«Basta, non ce la facciamo più della sua noncuranza verso la nostra famiglia e i suoi doveri! Siamo stufi della sua tossicità, con la quale cerca di allontanare la nostra bambina dai suoi fratelli più grandi! Da Natale lei è licenziata! Si cerchi un altro lavoro!» «Ma non potete licenziarmi, non dopo tutti questi anni! E non  pensate alla povera Henriette, senza la sua balia? Sono come una madre per lei!» «Io sono sua mamma, io! Basta, dobbiamo andare a lavorare. Anche lei ha da fare, i bambini si stanno svegliando. Si cerchi una nuova residenza, da Natale con noi ha chiuso!» «Non finisce qui! Ve ne pentirete!»”

Era la serata della Vigilia di Natale e Sophy e Arthur erano appena scesi dalla loro lussuosa Leyland Eight felici e spensierati. La cena era andata benissimo. Belli e felici, erano stati la coppia più chiacchierata e invidiata della serata. Tutte le signore avevano osservato con meraviglia i costosissimi brillanti che la giovane matrona inglese portava alle orecchie, così come nemmeno la soffice pelliccia di volpe bianca era passata inosservata. Tutti i gentiluomini avevano invidiato la silhouette della sposa del grande imprenditore, fondatore della più grande ditta di scarpe di tutta Londra: ogni sorriso di quel volto vincente era riflesso nel viso perfetto della sua modella, della sua musa.

 Sophy e Arthur erano una coppia felice e vincente, abituati ad avere tutto dalla vita.

Così, quando i due arrivarono nella loro proprietà a bordo della fiammeggiante auto di lusso, per loro decorata con parti in oro sul cofano e negli interni, l’ilarità e le risa permeavano l’aria gelida.

La loro magione risaliva al trisavolo di Arthur, un ricco aristocratico che soleva affittare i campi a contadini e allevatori; era stata costruita imponente secondo uno stupendo gusto neoclassico e tinte gotiche, che rendevano tutto molto affascinante. Per arrivare alla scalinata si percorreva un sinuoso sentiero di ghiaia contornato da rigogliose piante secolari, accessibile da un alto cancello nero, parte mobile di una palizzata in metallo che racchiudeva Villa Kryon in chilometri di perimetro. Villa Kryon era imponente e praticamente inaccessibile ad estranei non richiesti. Ergendosi su ben tre piani in altezza, la vastità di ogni piano rendeva ogni singola stanza quasi un piccolo reame: grandi ritratti troneggiavano sui muri, mentre delicati mobili in ottone ed ebano conservavano i segreti ed i ricordi di una tale importante dinastia; raffinati tappeti arabi decoravano i pavimenti di marmo bianco e, d’inverno, un grande abete veniva posto vicino al camino sempre acceso nel salotto principale ad allietare gli spiriti dei padroni di casa e dei loro ospiti.

Così, mentre Arthur parcheggiava la sua fiammante macchina in un piccolo garage, la bella Sophy entrava in casa, stanca ma soddisfatta della serata.

Se c’era qualcosa che Sophy non apprezzava era la tradizione della famiglia dell’adorato marito di lasciare andare dai propri cari il personale la sera di Natale: i Kryon restavano soli nella grande villa, con la casa completamente messa a puntino e tutte le vivande già preparate ancora calde nei vari forni; solo le tate rimanevano per i bambini, mentre le cuoche arrivavano poco prima del pranzo e della cena per riscaldare i loro splendidi manicaretti. E, infatti, quando la bella matrona passò brevemente attraverso il salone e scorse nella penombra la sala da pranzo poté notare come tutto fosse già predisposto. Sbuffò. Era una tradizione così penosa! Così, tirò diritto e percorse le due rampe di scale arrivò nella camera padronale e poté mettersi comoda in vestaglia e ciabattine.

Quando scese senza far rumore al lume di candela giù al piano terra la sua splendida cappa di velluto blu la fasciava con classe ma senza soffocarla, molto più confortevole del mantello in panno in cui era racchiusa per sfuggire al freddo invernale. La grande sala circolare con un monumentale quadro di famiglia sul muro che contrastava le scale era tutta buia, con le nuvole che oscuravano la luna. Sophy veloce attraversò la stanza e si diresse a destra, verso il salone principale, dove avevano il loro abete addobbato a festa per le vacanze. Era tradizione secolare che fosse il padre assieme ai figli a scegliere e tagliare personalmente l’abete perfetto, per poi trasportarlo con il carro fin dentro all’abitazione; tradizione che Sophy si era ben curata di sopprimere: era il 1927, non il 400, potevano benissimo farlo i giardinieri! E infatti, anche quest’anno era stato scelto un rigoglioso esemplare alto più di quattro metri che rassicurava con la sua ombra la splendida matrona, decorando il buio con le mille luci che le mille decorazioni natalizie di cristallo formavano grazie alla rifrazione della luce della candela. Sophy sorrise, appoggiata allo stipite della porta.

«Sophy… Vieni qui…»

Finalmente Arthur aveva messo a posto la macchina ed era pronto a spogliare il suo regalo di Natale privato! Sophy sorrise e corse fuori, tenendo con la mano libera chiusi i lembi superiori della cappa nell’illusione di proteggersi dal freddo e dai venti; ma non vide nessuno. Allora rientrò e si diresse nella sala da pranzo, anch’essa vuota e con le molte alte finestre che davano al tutto una luce spettrale. Non capendo dove potesse trovarsi suo marito, la donna girovagò senza meta fino a che non tornò davanti alle scale ma sbuffò: se mai il marito avesse voluto dirigersi in camera da letto piuttosto che aspettarla al piano terra come avevano concordato, lei di sicuro lo avrebbe sentito. Fu allora che sentì di nuovo la voce gutturale:

«Sophy… Vieni qui…»

E stavolta, Sophy era abbastanza sicura da dove provenisse: Arthur aveva deciso di farle uno scherzo nascondendosi dietro all’immenso Albero di Natale! Sorrise e si diresse là, non sapendo che da là non si sarebbe mai più allontanata.

Le soffici pantofoline invernali della matrona inglese si avvicinavano lentamente nel buio di quel salone, consapevole che tra la porta dalla quale procedeva e il maestoso abete non si sovrapponeva alcun ostacolo che potesse ferirla alle gambe o lasciarle lividi: con quella tremula lucina, di sicuro non avrebbe scorto in tempo ostacoli e si sarebbe fatta male. Fu sollevata quando giunse sotto alle alte fronde scarne dell’abete bianco, ma fu grandemente delusa dal fatto che del marito non ci fosse traccia. Solo un fazzoletto da tasca, di quelli quadrati bianchi che egli era solito portare quando raffreddato; si trovava vicino alla Stella di Natale. Sophy si accovacciò per prenderlo in mano e studiarlo, mentre inconsciamente si chiedeva dove quello sbadato del marito si potesse essere cacciato. Non sapendo quali risposte darsi, preferì guardare la bella pianta.

Ma si sorprese: la pianta non era affatto bella.

La Stella di Natale era tenuta in un piccolo vaso sotto a una delle fronde dell’abete, vicino a un grande regalo impachettato. Era piccola e striminzita. I ciazi erano ancora chiusi e degli splendidi petali gialli e arancioni Sophy poteva solo immaginarne la forma e la bellezza. Le brattee erano secche e non avevano la tipica tinta rossa, calda e rassicurante; sembravano più foglie di carta, quella carta consunta che dopo un po’ si tinge di rosa, sbiadita. La Stella di Natale dava proprio un senso di tristezza, quasi nevrosi.

«Sophy… Vieni qui…»

Fu quando si stava per alzare che Sophy sentì di nuovo quella voce, era chiaramente la voce del marito. Ma da dove veniva? La donna si guardò nella penombra e infine sotto di sé, e per poco non cacciò un urlo dal terrore: tutti i ciazi della Stella di Natale si stavano aprendo a mostrare un buco che dava letteralmente nella gola del fusto, dentro alla pianta! E da quel buco, quella gola tra i ciazi aperti, uscì fuori un enorme liana che la afferrò per il collo e strinse, costringendola a piegarsi verso la Stella di Natale fino a esserne totalmente inghiottita. L’ultima immagine che la matrona inglese ebbe impressa sugli occhi prima di finire inghiottita dalla Stella di Natale furono due occhi rossi che la fissavano nel buio.

E poi la calma. Passarono alcune ore prima che la prossima vittima scendesse dal letto.

Se c’era qualcosa che il piccolo Tom non riusciva a fare era resistere alla tentazione di aprire i regali di Natale prima del previsto. Lo aveva fatto nel 1926 ed era stato messo in punizione, con il regalo confiscato fino al giorno dopo; lo aveva fatto l’anno prima e aveva saltato la colazione per la punizione. Noncurante del castigo, il piccolo Tom alle prime luci dell’alba era sgattaiolato fuori dal letto al secondo piano ed era sceso al piano terreno: voleva sapere quale meraviglia gli avesse portato Babbo Natale!

Tom con il suo pigiamino a righe rosse e bianche era proprio un bel bambino, con il suo sorriso paffuto e gli occhioni neri, come quelli della mamma; quegli occhietti neri che vivacemente squadravano la stanza in cerca di una cameriera gentile che gli offrisse una caramella, quel sorriso che tanto veniva deformato dalle smorfie festose quando il papà lo inseguiva attorno al tavolo da pranzo per acciuffarlo, quelle manine così piccole che la mamma usava per recuperare gli oggetti quando le cadevano sotto alla credenza in camera da letto per poi sgridarlo perché puntualmente si stropicciava i pantaloncini. Tom era proprio un bel bambino, la gioia di Sophy e Arthur; il diletto rispetto a Jake e Henriette.

Così, Tom alle prime luci dell’alba, con il cuore che gli batteva a mille per l’eccitazione, con i piedini ancora scalzi, si stava dirigendo verso il grande abete che sovraneggiava il salotto principale; non si era accorto di due grandi occhi rossi che lo squadravano dalla sala da pranzo. Gli piaceva quell’Albero di Natale, anche se tutti i suoi amici gli raccontavano di come ogni anno andassero a sceglierlo con il loro papà: a lui non importava, quello era stupendo! Però, ormai prossimo all’albero, fece un verso di disappunto e si grattò il testone quando notò che nessun regalo era stato posto sotto all’Albero di Natale! Sì beh, ce n’era uno, ma era enorme; era di sicuro per il papà da parte di qualche collega o cliente (cose da grandi). Invece c’era una bella Stella di Natale!

«Tom… Vieni qui…»

Quando sentì chiamare il proprio nome, Tom si irrigidì e con aria colpevole si guardò intorno: era la voce della mamma! Era una voce strana però, non era arrabbiata o distaccata come al solito, forse era assonnata; e poi non sembrava arrabbiata! Quindi, il bambino si rilassò e iniziò a guardarsi intorno, per capire da dove potesse provenire. No, la mamma non c’era da nessuna parte. Inquieto e confuso, senza nessun regalo da scartare, Tom fece dietrofront, pronto a correre in letto e far finta di non essere mai sceso.

«Tom… Vieni qui…»

Questa volta Tom quasi gridò dallo spavento, la voce era vicinissima! Ma la mamma non c’era! Tom non capiva, ormai non gli importava nemmeno più doversi calare le braghe e subire le sculacciate: voleva la mamma! Indeciso, si girò di nuovo verso l’Albero di Natale, da dove gli sembrava provenisse la voce, e quasi urlò! La Stella di Natale, alta più di un metro e con decine di brattee si stava contorcendo verso di lui! A un tratto, il fusto principale si sporse più degli altri e i suoi ciazi si aprirono, rivelando una gola famelica da cui una lunghissima lingua verde partì per afferrarlo rompendogli di netto il collo. Subito dopo venne inghiottito.

Una risata risuonò sinistra nella casa: i due occhi rossi ora guardavano impazienti le camere da letto dei due bambini rimanenti.

E così, quando risuonarono le nove del mattino, anche Jake si svegliò. Ma non capì subito che ore fossero: nessuna tata ad accudirlo, nemmeno la mamma o il papà; erano loro a svegliarlo quando era malato o loro due erano gli unici adulti in casa. Non c’era nessuno a svegliarlo e quando Jake uscì dalla stanza, nel chiarore del sole natalizio che penetrava dalle grandi finestre, non vide nessuno nemmeno ad aspettarlo per i regali o in bagno o a mangiare. Non c’era nessuno! A Jake la situazione parve irreale, quindi non sapendo che fare tornò in camera, chiuse la porta, e si fiondò sotto le coperte calde e sicure.

«Jake… Vieni qui…»

Qualcuno aveva bussato alla porta della sua camera, quindi lo avevano chiamato. La mamma lo aveva chiamato! Doveva essere all’albero, spazientita come al solito! Sul visetto magrolino di Jake si dipinse un sorriso: non era solo, avevano voluto fargli una sorpresa e si erano nascosti, e ora che avevano aspettato troppo mammina si era spazientita. Certo, tutto quadrava. Così Jake si fiondò giù dal letto e corse giù per le scale a perdifiato e poi dritto nel salotto principale, quello con i divani in pelle rossa. Ma non trovò nulla di quanto sperava.

La stanza era vuota, non c’era nessuno della sua famiglia. L’unica cosa, c’era un inquietante cespuglio dalle foglie tutte rosse; quasi non poteva scorgere nemmeno l’Albero di Natale! No, non gli piaceva: voleva tornare a letto, al sicuro. Prima o poi qualcuno dei grandi sarebbe tornato a rassicurarlo. Si girò e stava per correre nella sua cameretta quando la Stella di Natale, ora alta più di tre metri, se lo mangiò senza dargli nemmeno il tempo di scappare.

E così, quasi tutta la famiglia Kryon era stata distrutta.

A mezzogiorno, nel silenzio generale, due mani gentili presero il vaso della Stella di Natale e, noncuranti del peso di tutto quel volume, lo portarono nella stanza di Henriette. Finalmente dentro, la tata la guardò beata dormire per qualche minuto, nel suo lussuoso letto a baldacchino dagli stupendi tendaggi d’oro che la racchiudevano come fossero i delicati petali di un narciso; poi la svegliò.

«Mamma! Allora non mi hai abbandonata!», esclamò gioiosa la piccola Henrietta vedendo la tata seduta felice davanti a lei.

La donna sorrise e scosse la testa: «Certo che no, piccola mia! Non avrei mai potuto lasciarti in mano a quei mortali, sei troppo piccola! La mia bambina, cara, cara bambina!»

«E cos’è quella bella pianta? Non ho mai visto foglie così vicine al sangue! È bellissima! È… è per me?»

«Certo! Buon Natale, piccola bimba mia. Qui, dentro ai fusti di questa bella piantina, giacciono i resti digeriti di coloro che credevano essere la tua famiglia! Ora sei ricca, indipendente, ereditiera!»

Henrietta felice saltò giù dal letto. Come se niente fosse, si tolse i boccoli d’oro e rivelò una calvizie impietosa. Come se niente fosse, si tolse il delizioso nasino a patata e rivelò due inquietanti buchi da cui respirava e da cui usciva sempre muco giallo. Come se niente fosse, si strappò via le belle manine morbide rivelando lunghi artigli neri e affilati. Come se niente fosse, si strappò gli occhioni azzurri, mostrando alla mamma mille terribili occhiettini rossi e lucidi, come quelli delle tarantole. Come se niente fosse, si tolse di dosso la pelle rosea come se si stesse togliendo un vestito e rimase con la sua vera pelle, uno straccio raggrinzito e violaceo, tutto duro.

«Che bello, mamma! E ora, che si fa?», esclamò quella, quella cosa andando incontro alla madre.

La madre si strappò via la faccia e rivelò gli stessi tratti di Henrietta, poi sorrise: «Nulla, si festeggia il Natale! E celebriamo il tuo futuro nella luce: dopo esserti scambiata con quella sciocca bambina mortale, finalmente hai assicurato un bellissimo futuro nella luce e nell’accettazione. E non dovrai nemmeno temere che ti abbandoni, ora: mi potrai licenziare solo tu!»

Le due si guardarono negli occhi, nei loro grandi e lucidi occhi rossi, e si abbracciarono nuovamente con grande felicità e amore.

«Buon Natale, mamma! Al nostro futuro sempre insieme!»

«Al futuro! E buon Natale, piccola mia!»

Tieni, Venere, mia bella Venere

I suoi lunghi capelli d’oro spazzavano via ogni dubbio, era lei la giovane donna che era andato cercando l’intera giornata. Gli occhi luminosi di un folgorante e radioso arancione sembravano brillare durante il tramonto ed era stato quello ad allarmare l’uomo di avere finalmente trovato la propria vittima.

L’aveva cercata per molto tempo, era la sua missione uccidere quelli come lei. Aveva stanato e ucciso la Sgozzatrice di Ravenna, il suo corpo era stato trovato acefalo appeso a un ponte sul pelo dell’acqua; quindi, si era diretto a Parigi, era ciò che gli era stato detto mentre le strappava i denti. Nella capitale francese un giovane ragazzo preso dai fumi poco fuori da una discoteca era stato facilmente la successiva vittima, gli aveva tolto a mano con la tenaglia i canini e decapitato la testa con un seghetto da legno; il ragazzo era troppo fatto per accorgersi del dolore e del pericolo: era come una bambola a cui stava per essere strappata la testa, mentre lo guardava dicendogli senza nemmeno accorgersene il prossimo tassello dell’orrido che quella popolazione formava all’interno del mondo. La preda era una giovane donna, viveva tra gli agi di Venezia.

-Pensi non ti veda?-

La giovane donna vestiva un elegante vestito di pizzo bianco che le lasciava libere le braccia, lisce e snelle, il busto era coperto da un intricato disegno che le formava un roseto attorno alle sue forme deliziose; la gonna lunga e larga volteggiava mostrando maliziosamente le gambe belle per colpa del vento, per il quale lei con una mano si teneva saldato in testa il largo cappello bianco. Si trovava in una piazza, su una mattonella grigia, ad osservare la vetrina di una gioielleria, teneva il proprio ombrellino di seta candida poco lontano dal vetro per proteggersi dal sole e non macchiare la sua pelle immacolata di melanina. Lui le stava dietro, lei probabilmente lo aveva notato dal riflesso del negozio, scuro rispetto al sole morente che lo affrontava.

-Tu hai ucciso Anita e François, se fai qualcosa io urlo. Capito?-

La preda si voltò lentamente, era consapevole di essere una bellezza a cui gli uomini d’Italia potevano solo sospirare; sapeva che se lei avesse anche solo mostrato un minimo di disagio il vecchio uomo che le si parava di fronte sarebbe stato prima pestato a sangue e poi arrestato: le ignominie come lei avevano sempre plasmato la folla come più le aggradava. Solo allora, voltatasi, l’uomo poté scrutarle il viso e ne rimase folgorato, mai prima di quel momento aveva potuto essere toccato nel cuore da uno sguardo tanto dolce e puro; dovette indietreggiare e lei sorrise soddisfatta.

-Vogliamo andare a bere qualcosa, signore?-

La giovane donna si allontanò dalla vetrina e stando bene attenta a proteggersi dal sole con il suo ombrellino, si diresse verso il baretto dall’altra parte della piazza; quando si sedette, aspettò che l’uomo la raggiungesse al tavolino esterno, quello più visibile rispetto al resto della piazza e una volta riunitisi sorrise e depose il cappello. Un’onda d’oro si sprigionò da quel gesto, gonfiata dal vento e finalmente libera di nuotare nell’aere. Quindi, sempre tenendosi protetto il capo, prese tra le dita sottili il listino del menu e decise cosa prendere. I due, messisi d’accordo riguardo alle comande, ordinarono.

-Tu hai ucciso Anita e François, signore.-

-E la tua stirpe ha trucidato centinaia della mia razza, signorina. Questo lo sa vero?-

-Dettagli. Io non ho mai ucciso nessuno, io sono pura. Puoi dire lo stesso, signore?-

-No, ma qualcuno dovrà pure eliminarvi, signorina. Perché allora non chi ha perso il figlio?-

-Non è morto. Ha solo rinnegato il passato. Dovresti farlo anche tu, ti sentiresti meglio senza un morto sulla coscienza; ti godresti almeno oggi la speciale notte delle streghe. Tutti dovrebbero farlo: è unica.-

Detto ciò, la giovane ragazza rimase in silenzio e lasciò fuori di sé le urla che l’uomo le volgeva contro con estrema ferocia, aspettò che arrivasse il cameriere con la bottiglia di vino rosso e il salatino che l’uomo aveva ordinato e li lasciò tutti, andandosene eterea tra le viuzze di Venezia. Sapeva di essere nuovamente seguita, percepiva il sudore acre e fetido proveniente da quello strano vecchio e lui poteva capire dove la sua preda stesse andando grazie ai suoi rumoreggianti sandali bianchi con il tacco a spillo. La preda si muoveva come si muove un gatto: ammirata, elegante e irraggiungibile, di una perfezione innata e stranamente veloce nonostante il portamento fine; fu difficile starle dietro attraverso le numerose vie che si intrecciavano, i ponti che solerte attraversava e le piazze. Solo alla fine, la vide entrare in un cancelletto; allora la seguì all’interno di una proprietà privata ottocentesca, percependo con ansia il coltello da cucina che aveva comprato in aeroporto con un servizio da cucina.

-Dove sei? Sai benissimo che ti troverò! Vieni fuori.-

-Sono qui!-

Era una casa vecchia, costruita con lo sfarzo non più trovabile di questi tempi. Stava su più piani, tutti connessi da due scalinate in marmo bianco, una a est e un’altra a ovest; il pavimento era lucido e nero, le grandi finestre squadrate filtravano una luce sanguigna e sembravano preannunciare l’orrore di cui l’uomo sarebbe stato partecipe: presto un’altra testa sdentata si sarebbe aggiunta a una raccolta di abomini che lui teneva per salvaguardare il mondo. Non trovando nessuna prova di vita nel salone principale, nella biblioteca, nella sala da pranzo e nelle varie sale per l’agio degli ospiti, l’uomo raggiunse le scale ad ovest e attraverso quelle raggiunse il primo piano, totalmente diverso da cosa qualcun altro si sarebbe mai potuto aspettare da una creatura tanto dolce all’apparenza.

-Sto venendo da te! Spero… Spero tu provi tutto il dolore che ho provato io! E che hanno provato anche queste povere persone!-

-Certo, signore. Vieni, vieni, ti aspetto nuda.-

La voce proveniva dalla camera padronale, alla fine del corridoio. Se si fosse fermato a metà di esso, avrebbe potuto scorgere il cortile interno, impreziosito da una fontana anch’essa marmorea e dalle aiuole di rose rosse tutte intorno ad essa, ma la sua attenzione era totalmente rapita dalle decine di cadaveri in putrefazione e totalmente anemici riversati lungo il corridoio; a un certo punto, l’uomo dovette pure scavalcarne una pila ma alla fine raggiunse la camera da letto su cui la giovane donna dai lunghi capelli d’oro lo aspettava distesa e sorridente. Quando vide lei, il cuore di lui minacciò di fermarsi: mai prima di quel momento era stato toccato da tanto splendore. I seni piccoli ma sodi, i fianchi snelli ma le cosce larghe, il visetto malizioso e le mani che si contorcevano attorno al sesso, l’uomo cadde in ginocchio; gli occhi della preda ridevano.

-Su, vieni, non avere paura. Tuo padre non può più farti del male, fagli ciò che lui avrebbe fatto a noi. Uccidilo, amore, e offrimi il suo sangue.-

Dall’ombra protesa dalle tendine di quel baldacchino uscì un giovane prestante coperto solo da una lunga camicia sporca di sangue; era completamente vestito di sangue. Gli occhi di ghiaccio che tanta tenerezza trasmettevano durante l’infanzia ora lo guardavano gelidi, l’uomo capì che non avrebbe mai lasciato quel palazzo. E quando il vampiro con un colpo del machete che teneva in mano lo decapitò, ne ebbe la prova.

-Tieni, Venere, mia bella Venere, divora lo sterminatore. L’ho fatto per te!-

-Chiamami con il mio vero nome.-

-Certo, mia donna. Tieni, Alžbeta.-

 

 

Il castello di Otranto

Scritto da Horace Walpole nel 1764, Il Castello di Otranto è il primo romanzo gotico, famoso per essere riuscito a fondere in sé il genere letterario epico-cavalleresco, ormai uscito di moda già nell’epoca elisabettiana, con il genere architettonico gotico.
La fortuna di questo fantastico romanza si basa sulla sua capacità di creare un’atmosfera magica usando solo un castello medievale e un’epoca di credenze e superstizioni, capaci di trascinare il lettore in un vortice di apparizioni e nefandezze: la lettura è fluida e coinvolgente e può piacere a chiunque.

Trama:
Siamo al Castello di Otranto. La bella Isabella sta per sposare Corrado, il malaticcio figlio dei signori di Otranto Manfredi e Ippolita, quando i servi corrono a interrompere l’attesa delle nozze con una terribile notizia: un elmo gigantesco ha schiacciato l’erede di Otranto e il quasi marito di Isabella. Da qui le manifestazioni paranormali saranno sempre maggiori fino ad arrivare all’omicidio perpetrato in famiglia.

A me questo libro è piaciuto molto e lo ho letto tutto d’un fiato: è corto e non annoia mai. In esso ho trovato quel gusto per un Medioevo notturno e sepolcrale, popolato di terrificanti fantasmi e di eventi prodigiosi, di vendette e di antiche profezie. Inoltre, non c’è mai vera violenza, ma sempre un’atmosfera mistica e cavalleresca.


Lo consiglio a tutti.^^