Racconto originale: Sopravvissuti alla minaccia

Caro Alexander,

ti scrivo sempre da Venezia, con la mia bellissima penna di pavone intinta nel rosso inchiostro del calamaio. Io e Virginia stiamo bene, volevo informarti di ciò subito. So quanto foste in pensiero per noi, ma siamo sopravvissuti. Non sai quanto io fossi spaventato dalla sua minaccia! Ha passato la vita a rintracciarmi, ossessionato a cacciarmi. Sapevo avrebbe ucciso senza rimorsi Virginia, la mia amata Virginia, e avevo timori che mio padre avrebbe ucciso anche me! Me, suo figlio! Mi aveva lasciato morire quella sera d’inverno e mi avrebbe ucciso ora. Che uomo bestiale. Ma se anche mi avesse risparmiato, se mi avesse costretto in catene con una museruola al viso, che vita sarebbe stata senza Virginia? Lei mi ha concesso di vivere quando io stesso avevo rigettato la vita! Ti ho già raccontato come ci siamo incontrati? In pratica, avevo litigato con mio padre e avendo fallito gli studi, solo come un cane, ero scappato nei boschi ubriacandomi con una bottiglia di vino rosso corretto al cianuro. È stato allora che la vidi: leggiadra figura eterea ergersi dalle ombre del bosco avvicinandosi a me, con i suoi stupendi occhi verdi che si posavano su di me; ormai non potevo nemmeno più parlare: mancava poco; ma lei si chinò su di me, mi baciò sulle labbra e sentendo la mia morte me le morse, andandosene nella notte. La ritrovai il giorno dopo seduta su una panchina al limitare della foresta, mi sorrise sotto a quel suo ombrellino che usa per riparare la pelle immacolata dai raggi solari e mi fece segno di sedermi con lei. Da quel giorno non ci siamo più separati per grandi intervalli di tempo. La sola idea di perderla mi è estranea, inconcepibile, mi sembra più che realtà l’irrealizzabile realizzazione di un destino crudele, non potrei mai sopravviverle. Lei non ha mai fatto nulla, lei è la mia dea, la mia Venere. Per lei uccido, per lei svuoto i contenitori di carne per raccogliere il sangue e porgerglielo: quel piccolo bicchiere di vita da sorseggiare in ringraziamento della vita meravigliosa che mi ha concesso! E non devo nemmeno cacciare: è lei che passeggiando per le vie o i sentieri, imbattendosi in sconosciuti viaggiatori, si fa seguire fino alla nostra casa. Prima Lussemburgo, la mia prima casa, poi Parigi, Amsterdam, Roma, Torino, infine la nostra villetta ottocentesca nascosta tra le calli di Venezia. Adoro Venezia, anche a lei piace. È sempre ricolma di gente, di vita, soprattutto a Carnevale, quando ci travestiamo e ci facciamo fotografare dai turisti; è buffo, alcuni di quei turisti diventano parte della nostra salute, della nostra vita, del nostro essere. Ogni tanto passeggiamo di notte, o prima dell’alba, quando la nebbia ovatta la vista e sembra che Venezia sia vuota se non per noi. Ogni tanto, poi, le compro anche dei vestiti a Burano, lei adora il pizzo, il tessuto lavorato, adora vestire di bianco, un colore così candido e innocente in confronto alla malizia dei suoi lunghi riccioli ramati. Occhi verdi, riccioli ramati, pelle bianca. Alexander, non potrei mai separarmi da lei, morirei se le succedesse qualcosa! E allora pensa la mia paura quando scoprii che Esteban era stato decapitato fuori dalla discoteca dove andava! E tre mesi dopo anche Lilliana a Brasilia! Tu stesso gli sei sfuggito per caso! Il cuore mi si riempì di puro terrore quando Viriginia mi avvisò che aveva percepito la sua presenza a Venezia: era venuto per noi, alla fine ci aveva trovato! Io volevo chiudermi in casa fino alla sua partenza, ma la mia dolce Virginia aveva detto di non preoccuparmi: ci avrebbe pensato lei, sai, ha un’esperienza millenaria a differenza di noi due. E così ha fatto. Come al solito, è uscita a fare una passeggiata e guardare le vetrine. Io l’ho aspettata dentro, avevo del lavoro da fare, anche per non pensare più del dovuto e rovinarmi i denti a furia di digrignarli. Così, mentre lei era fuori letteralmente a rischiare il collo, io mi stavo spogliando, preparandomi a dissanguare i corpi e poi a tagliarli a pezzi, per i cani. Mi ricordo che stavo appendendo al gancio una donna molto, molto grassa, quando sentii Virginia rientrare, stava canticchiando. Mi si avvicinò e mi disse: «Tesoro, abbiamo ospiti, preparati». Io mi sentii morire! Gli ospiti, o per meglio dire, l’ospite era entrato in casa, era mio padre! Ancora seminudo e ricoperto di sangue e lordure varie, presi il coltello più grande e corsi dietro alla porta della nostra camera da letto: per attaccarlo appena fosse entrato. Perché lei fa così, è un pochino vanitosa: si denuda e lascia che sia la sua inarrivabile bellezza a rendere impotenti di reazione le prede! E funziona anche con lui! Non posso descriverti la contentezza quando lo uccisi! L’ho ucciso, dopo tanti anni di terrore e fughe! Finalmente siamo liberi! Ma non possiamo più stare a Venezia. Ci ospitereste nella vostra tenuta in Russia?

Con affetto, Bernhard.

PS: il soggetto è rielaborato da un racconto scritto in precedenza. Ciao!

Racconto originale: Amore di mamma

«Basta, non ce la facciamo più della sua noncuranza verso la nostra famiglia e i suoi doveri! Siamo stufi della sua tossicità, con la quale cerca di allontanare la nostra bambina dai suoi fratelli più grandi! Da Natale lei è licenziata! Si cerchi un altro lavoro!» «Ma non potete licenziarmi, non dopo tutti questi anni! E non  pensate alla povera Henriette, senza la sua balia? Sono come una madre per lei!» «Io sono sua mamma, io! Basta, dobbiamo andare a lavorare. Anche lei ha da fare, i bambini si stanno svegliando. Si cerchi una nuova residenza, da Natale con noi ha chiuso!» «Non finisce qui! Ve ne pentirete!»”

Era la serata della Vigilia di Natale e Sophy e Arthur erano appena scesi dalla loro lussuosa Leyland Eight felici e spensierati. La cena era andata benissimo. Belli e felici, erano stati la coppia più chiacchierata e invidiata della serata. Tutte le signore avevano osservato con meraviglia i costosissimi brillanti che la giovane matrona inglese portava alle orecchie, così come nemmeno la soffice pelliccia di volpe bianca era passata inosservata. Tutti i gentiluomini avevano invidiato la silhouette della sposa del grande imprenditore, fondatore della più grande ditta di scarpe di tutta Londra: ogni sorriso di quel volto vincente era riflesso nel viso perfetto della sua modella, della sua musa.

 Sophy e Arthur erano una coppia felice e vincente, abituati ad avere tutto dalla vita.

Così, quando i due arrivarono nella loro proprietà a bordo della fiammeggiante auto di lusso, per loro decorata con parti in oro sul cofano e negli interni, l’ilarità e le risa permeavano l’aria gelida.

La loro magione risaliva al trisavolo di Arthur, un ricco aristocratico che soleva affittare i campi a contadini e allevatori; era stata costruita imponente secondo uno stupendo gusto neoclassico e tinte gotiche, che rendevano tutto molto affascinante. Per arrivare alla scalinata si percorreva un sinuoso sentiero di ghiaia contornato da rigogliose piante secolari, accessibile da un alto cancello nero, parte mobile di una palizzata in metallo che racchiudeva Villa Kryon in chilometri di perimetro. Villa Kryon era imponente e praticamente inaccessibile ad estranei non richiesti. Ergendosi su ben tre piani in altezza, la vastità di ogni piano rendeva ogni singola stanza quasi un piccolo reame: grandi ritratti troneggiavano sui muri, mentre delicati mobili in ottone ed ebano conservavano i segreti ed i ricordi di una tale importante dinastia; raffinati tappeti arabi decoravano i pavimenti di marmo bianco e, d’inverno, un grande abete veniva posto vicino al camino sempre acceso nel salotto principale ad allietare gli spiriti dei padroni di casa e dei loro ospiti.

Così, mentre Arthur parcheggiava la sua fiammante macchina in un piccolo garage, la bella Sophy entrava in casa, stanca ma soddisfatta della serata.

Se c’era qualcosa che Sophy non apprezzava era la tradizione della famiglia dell’adorato marito di lasciare andare dai propri cari il personale la sera di Natale: i Kryon restavano soli nella grande villa, con la casa completamente messa a puntino e tutte le vivande già preparate ancora calde nei vari forni; solo le tate rimanevano per i bambini, mentre le cuoche arrivavano poco prima del pranzo e della cena per riscaldare i loro splendidi manicaretti. E, infatti, quando la bella matrona passò brevemente attraverso il salone e scorse nella penombra la sala da pranzo poté notare come tutto fosse già predisposto. Sbuffò. Era una tradizione così penosa! Così, tirò diritto e percorse le due rampe di scale arrivò nella camera padronale e poté mettersi comoda in vestaglia e ciabattine.

Quando scese senza far rumore al lume di candela giù al piano terra la sua splendida cappa di velluto blu la fasciava con classe ma senza soffocarla, molto più confortevole del mantello in panno in cui era racchiusa per sfuggire al freddo invernale. La grande sala circolare con un monumentale quadro di famiglia sul muro che contrastava le scale era tutta buia, con le nuvole che oscuravano la luna. Sophy veloce attraversò la stanza e si diresse a destra, verso il salone principale, dove avevano il loro abete addobbato a festa per le vacanze. Era tradizione secolare che fosse il padre assieme ai figli a scegliere e tagliare personalmente l’abete perfetto, per poi trasportarlo con il carro fin dentro all’abitazione; tradizione che Sophy si era ben curata di sopprimere: era il 1927, non il 400, potevano benissimo farlo i giardinieri! E infatti, anche quest’anno era stato scelto un rigoglioso esemplare alto più di quattro metri che rassicurava con la sua ombra la splendida matrona, decorando il buio con le mille luci che le mille decorazioni natalizie di cristallo formavano grazie alla rifrazione della luce della candela. Sophy sorrise, appoggiata allo stipite della porta.

«Sophy… Vieni qui…»

Finalmente Arthur aveva messo a posto la macchina ed era pronto a spogliare il suo regalo di Natale privato! Sophy sorrise e corse fuori, tenendo con la mano libera chiusi i lembi superiori della cappa nell’illusione di proteggersi dal freddo e dai venti; ma non vide nessuno. Allora rientrò e si diresse nella sala da pranzo, anch’essa vuota e con le molte alte finestre che davano al tutto una luce spettrale. Non capendo dove potesse trovarsi suo marito, la donna girovagò senza meta fino a che non tornò davanti alle scale ma sbuffò: se mai il marito avesse voluto dirigersi in camera da letto piuttosto che aspettarla al piano terra come avevano concordato, lei di sicuro lo avrebbe sentito. Fu allora che sentì di nuovo la voce gutturale:

«Sophy… Vieni qui…»

E stavolta, Sophy era abbastanza sicura da dove provenisse: Arthur aveva deciso di farle uno scherzo nascondendosi dietro all’immenso Albero di Natale! Sorrise e si diresse là, non sapendo che da là non si sarebbe mai più allontanata.

Le soffici pantofoline invernali della matrona inglese si avvicinavano lentamente nel buio di quel salone, consapevole che tra la porta dalla quale procedeva e il maestoso abete non si sovrapponeva alcun ostacolo che potesse ferirla alle gambe o lasciarle lividi: con quella tremula lucina, di sicuro non avrebbe scorto in tempo ostacoli e si sarebbe fatta male. Fu sollevata quando giunse sotto alle alte fronde scarne dell’abete bianco, ma fu grandemente delusa dal fatto che del marito non ci fosse traccia. Solo un fazzoletto da tasca, di quelli quadrati bianchi che egli era solito portare quando raffreddato; si trovava vicino alla Stella di Natale. Sophy si accovacciò per prenderlo in mano e studiarlo, mentre inconsciamente si chiedeva dove quello sbadato del marito si potesse essere cacciato. Non sapendo quali risposte darsi, preferì guardare la bella pianta.

Ma si sorprese: la pianta non era affatto bella.

La Stella di Natale era tenuta in un piccolo vaso sotto a una delle fronde dell’abete, vicino a un grande regalo impachettato. Era piccola e striminzita. I ciazi erano ancora chiusi e degli splendidi petali gialli e arancioni Sophy poteva solo immaginarne la forma e la bellezza. Le brattee erano secche e non avevano la tipica tinta rossa, calda e rassicurante; sembravano più foglie di carta, quella carta consunta che dopo un po’ si tinge di rosa, sbiadita. La Stella di Natale dava proprio un senso di tristezza, quasi nevrosi.

«Sophy… Vieni qui…»

Fu quando si stava per alzare che Sophy sentì di nuovo quella voce, era chiaramente la voce del marito. Ma da dove veniva? La donna si guardò nella penombra e infine sotto di sé, e per poco non cacciò un urlo dal terrore: tutti i ciazi della Stella di Natale si stavano aprendo a mostrare un buco che dava letteralmente nella gola del fusto, dentro alla pianta! E da quel buco, quella gola tra i ciazi aperti, uscì fuori un enorme liana che la afferrò per il collo e strinse, costringendola a piegarsi verso la Stella di Natale fino a esserne totalmente inghiottita. L’ultima immagine che la matrona inglese ebbe impressa sugli occhi prima di finire inghiottita dalla Stella di Natale furono due occhi rossi che la fissavano nel buio.

E poi la calma. Passarono alcune ore prima che la prossima vittima scendesse dal letto.

Se c’era qualcosa che il piccolo Tom non riusciva a fare era resistere alla tentazione di aprire i regali di Natale prima del previsto. Lo aveva fatto nel 1926 ed era stato messo in punizione, con il regalo confiscato fino al giorno dopo; lo aveva fatto l’anno prima e aveva saltato la colazione per la punizione. Noncurante del castigo, il piccolo Tom alle prime luci dell’alba era sgattaiolato fuori dal letto al secondo piano ed era sceso al piano terreno: voleva sapere quale meraviglia gli avesse portato Babbo Natale!

Tom con il suo pigiamino a righe rosse e bianche era proprio un bel bambino, con il suo sorriso paffuto e gli occhioni neri, come quelli della mamma; quegli occhietti neri che vivacemente squadravano la stanza in cerca di una cameriera gentile che gli offrisse una caramella, quel sorriso che tanto veniva deformato dalle smorfie festose quando il papà lo inseguiva attorno al tavolo da pranzo per acciuffarlo, quelle manine così piccole che la mamma usava per recuperare gli oggetti quando le cadevano sotto alla credenza in camera da letto per poi sgridarlo perché puntualmente si stropicciava i pantaloncini. Tom era proprio un bel bambino, la gioia di Sophy e Arthur; il diletto rispetto a Jake e Henriette.

Così, Tom alle prime luci dell’alba, con il cuore che gli batteva a mille per l’eccitazione, con i piedini ancora scalzi, si stava dirigendo verso il grande abete che sovraneggiava il salotto principale; non si era accorto di due grandi occhi rossi che lo squadravano dalla sala da pranzo. Gli piaceva quell’Albero di Natale, anche se tutti i suoi amici gli raccontavano di come ogni anno andassero a sceglierlo con il loro papà: a lui non importava, quello era stupendo! Però, ormai prossimo all’albero, fece un verso di disappunto e si grattò il testone quando notò che nessun regalo era stato posto sotto all’Albero di Natale! Sì beh, ce n’era uno, ma era enorme; era di sicuro per il papà da parte di qualche collega o cliente (cose da grandi). Invece c’era una bella Stella di Natale!

«Tom… Vieni qui…»

Quando sentì chiamare il proprio nome, Tom si irrigidì e con aria colpevole si guardò intorno: era la voce della mamma! Era una voce strana però, non era arrabbiata o distaccata come al solito, forse era assonnata; e poi non sembrava arrabbiata! Quindi, il bambino si rilassò e iniziò a guardarsi intorno, per capire da dove potesse provenire. No, la mamma non c’era da nessuna parte. Inquieto e confuso, senza nessun regalo da scartare, Tom fece dietrofront, pronto a correre in letto e far finta di non essere mai sceso.

«Tom… Vieni qui…»

Questa volta Tom quasi gridò dallo spavento, la voce era vicinissima! Ma la mamma non c’era! Tom non capiva, ormai non gli importava nemmeno più doversi calare le braghe e subire le sculacciate: voleva la mamma! Indeciso, si girò di nuovo verso l’Albero di Natale, da dove gli sembrava provenisse la voce, e quasi urlò! La Stella di Natale, alta più di un metro e con decine di brattee si stava contorcendo verso di lui! A un tratto, il fusto principale si sporse più degli altri e i suoi ciazi si aprirono, rivelando una gola famelica da cui una lunghissima lingua verde partì per afferrarlo rompendogli di netto il collo. Subito dopo venne inghiottito.

Una risata risuonò sinistra nella casa: i due occhi rossi ora guardavano impazienti le camere da letto dei due bambini rimanenti.

E così, quando risuonarono le nove del mattino, anche Jake si svegliò. Ma non capì subito che ore fossero: nessuna tata ad accudirlo, nemmeno la mamma o il papà; erano loro a svegliarlo quando era malato o loro due erano gli unici adulti in casa. Non c’era nessuno a svegliarlo e quando Jake uscì dalla stanza, nel chiarore del sole natalizio che penetrava dalle grandi finestre, non vide nessuno nemmeno ad aspettarlo per i regali o in bagno o a mangiare. Non c’era nessuno! A Jake la situazione parve irreale, quindi non sapendo che fare tornò in camera, chiuse la porta, e si fiondò sotto le coperte calde e sicure.

«Jake… Vieni qui…»

Qualcuno aveva bussato alla porta della sua camera, quindi lo avevano chiamato. La mamma lo aveva chiamato! Doveva essere all’albero, spazientita come al solito! Sul visetto magrolino di Jake si dipinse un sorriso: non era solo, avevano voluto fargli una sorpresa e si erano nascosti, e ora che avevano aspettato troppo mammina si era spazientita. Certo, tutto quadrava. Così Jake si fiondò giù dal letto e corse giù per le scale a perdifiato e poi dritto nel salotto principale, quello con i divani in pelle rossa. Ma non trovò nulla di quanto sperava.

La stanza era vuota, non c’era nessuno della sua famiglia. L’unica cosa, c’era un inquietante cespuglio dalle foglie tutte rosse; quasi non poteva scorgere nemmeno l’Albero di Natale! No, non gli piaceva: voleva tornare a letto, al sicuro. Prima o poi qualcuno dei grandi sarebbe tornato a rassicurarlo. Si girò e stava per correre nella sua cameretta quando la Stella di Natale, ora alta più di tre metri, se lo mangiò senza dargli nemmeno il tempo di scappare.

E così, quasi tutta la famiglia Kryon era stata distrutta.

A mezzogiorno, nel silenzio generale, due mani gentili presero il vaso della Stella di Natale e, noncuranti del peso di tutto quel volume, lo portarono nella stanza di Henriette. Finalmente dentro, la tata la guardò beata dormire per qualche minuto, nel suo lussuoso letto a baldacchino dagli stupendi tendaggi d’oro che la racchiudevano come fossero i delicati petali di un narciso; poi la svegliò.

«Mamma! Allora non mi hai abbandonata!», esclamò gioiosa la piccola Henrietta vedendo la tata seduta felice davanti a lei.

La donna sorrise e scosse la testa: «Certo che no, piccola mia! Non avrei mai potuto lasciarti in mano a quei mortali, sei troppo piccola! La mia bambina, cara, cara bambina!»

«E cos’è quella bella pianta? Non ho mai visto foglie così vicine al sangue! È bellissima! È… è per me?»

«Certo! Buon Natale, piccola bimba mia. Qui, dentro ai fusti di questa bella piantina, giacciono i resti digeriti di coloro che credevano essere la tua famiglia! Ora sei ricca, indipendente, ereditiera!»

Henrietta felice saltò giù dal letto. Come se niente fosse, si tolse i boccoli d’oro e rivelò una calvizie impietosa. Come se niente fosse, si tolse il delizioso nasino a patata e rivelò due inquietanti buchi da cui respirava e da cui usciva sempre muco giallo. Come se niente fosse, si strappò via le belle manine morbide rivelando lunghi artigli neri e affilati. Come se niente fosse, si strappò gli occhioni azzurri, mostrando alla mamma mille terribili occhiettini rossi e lucidi, come quelli delle tarantole. Come se niente fosse, si tolse di dosso la pelle rosea come se si stesse togliendo un vestito e rimase con la sua vera pelle, uno straccio raggrinzito e violaceo, tutto duro.

«Che bello, mamma! E ora, che si fa?», esclamò quella, quella cosa andando incontro alla madre.

La madre si strappò via la faccia e rivelò gli stessi tratti di Henrietta, poi sorrise: «Nulla, si festeggia il Natale! E celebriamo il tuo futuro nella luce: dopo esserti scambiata con quella sciocca bambina mortale, finalmente hai assicurato un bellissimo futuro nella luce e nell’accettazione. E non dovrai nemmeno temere che ti abbandoni, ora: mi potrai licenziare solo tu!»

Le due si guardarono negli occhi, nei loro grandi e lucidi occhi rossi, e si abbracciarono nuovamente con grande felicità e amore.

«Buon Natale, mamma! Al nostro futuro sempre insieme!»

«Al futuro! E buon Natale, piccola mia!»

Racconto: Gli ingranaggi del cuore

«Sì, certo. Ci penso io!»

Tommaso chiuse l’ombrello, lo mise dentro all’ombrelliera posta vicino al muro vetrato e richiuse la porta dietro di sé. Guardò lo schermo del cellulare: Annalisa aveva riagganciato subito, era sempre molto impegnata. Così impegnata che lo aveva convinto a tornare al laboratorio da solo. Solo.

“Come al solito”, pensò mesto il ragazzo.

Ancora fradicio dalla tempesta che imperversava fuori dall’edificio, si tolse lo zaino di spalla e si diresse verso gli armadietti; guardandosi indietro, notò che gocciolava acqua a ogni passo, le sue orme marroni e amorfe sporcavano il pavimento di piastrelle grigie. Sospirò. Lontano, tra un rombo e un altro, intravide in mezzo ai lampi nel suo ufficio il professor Banavasi, ma noncurante di essere stato notato o meno, Tommaso raggiunse gli armadietti.

Là, aprì il primo che trovò aperto e vi mise il giaccone bagnato e lo zainetto, da cui aveva tirato fuori il quaderno per gli appunti, la penna e le cuffiette. Non gli importava che lo zaino e il giaccone essendo bagnati dovevano essere messi in un luogo più caldo e aerato di un armadietto: l’unica cosa che gli passava per la mente era finire il lavoro e prendere il treno per Lancenigo.

Non era andata come avevano previsto, doveva ricontrollare ogni singolo organismo.

Con Britney Spears nelle orecchie e grandi borse sotto agli occhi, il ragazzo si issò su uno degli sgabelli del laboratorio di microscopia e preparò gli appunti. Starnutì per l’odore della soluzione usata per mantenere morbidi e analizzabili gli insetti e rabbrividì per il tuono che stava rimbombando in quell’esatto momento: era stato così forte che pur avendo la musica a palla nelle orecchie lo aveva percepito a causa delle vibrazioni nel pavimento!

Quello che doveva fare era guardare meglio la larva di un insetto, l’aveva confuso con uno della famiglia delle Tipulidae, mentre in realtà apparteneva alle Limoniidae. Un errore imperdonabile, dovuto alla grande somiglianza delle forme e dei colori dei due campioni. Certo, almeno erano riusciti a identificare gli altri, ma solo lui poi aveva dovuto tornare in università, in laboratorio, nel cuore della tempesta, per riparare al danno creato dalla scorretta identificazione. Come sempre. Anche al torrente, quando avevano dovuto campionare, era stato l’unico a doversi immergere fino alle ginocchia per tenere il retino e sempre lui aveva dovuto raschiare il fondo del corso d’acqua per smuovere tutti gli organismi macro bentonici. Sempre e solo lui. Un lavoro di gruppo vissuto nella solitudine.

E questi insetti, tutti uguali da larve; e l’analisi di studio si basava proprio sulle larve, ovviamente! Ne avevano presi secchi interi, analizzati per ore e giorni. E ora era di nuovo lì. Sembrava quasi che quegli essere abominevoli e maleodoranti, così pieni di intrugli chimici perché non si rattrappissero su se stessi, lo sbeffeggiassero nella penombra della stanza: esseri informi dalla risata raccapricciante, con le loro antenne lunghe e spigolose, le loro grandi mandibole brulicanti di saliva e il corpo più simile a una sacca piena di pus e pronta a esplodere. Stavano là e lo deridevano, lo indicavano con le lunghe zampe dentate ma si nascondevano alla luce, non volevano essere notati, non volevano essere identificati. E Tommaso, a causa della luminosità della torcia del microscopio, li vedeva in controluce come esseri informi e…

E…

Un urlo lo svegliò. Una ragazza aveva urlato. E non c’erano più tuoni. Né pioggia. Le cuffiette erano spente, da esse non usciva musica. L’unico suono era il proprio respiro, mentre si accorgeva che la nebbia aveva invaso l’edificio, e che una ragazza stava urlando di dolore e spavento.

Dove si trovava? Tommaso poteva benissimo capire che il laboratorio, come almeno lo conosceva, era stato stravolto, non esisteva più.

Il lungo bancone bianco su cui aveva posizionato la propria postazione di analisi dei macrobioti era scomparso, lasciando un lungo e profondo solco. Per poco il ragazzo non cadde: si era assopito su quello che sembrava uno sgabello di legno, basso, umido, puzzolente, viscido. Tommaso non capiva cosa stesse succedendo: cos’era quel posto? Come poteva essersi mosso mentre era addormentato? E cos’era tutta quella nebbia che aveva inghiottito l’intero pavimento e sembrava scavalcare le finestre? Cos’era quella luce spettrale che la illuminava di un pallido azzurro?

Tommaso non capiva.

Per quel poco che riusciva a scorgere, la stanza sembrava completamente divelta. Tutte le piastrelle dei muri erano scomparse, lasciando il posto a logore assi di legno da cui filtrava lo spettrale alito demoniaco. Il ragazzo non osava nemmeno abbassare i piedi dal sostegno dello sgabello: avrebbe giurato che anche il pavimento fosse ricoperto di qualcosa di molle e fluido, che si muoveva come un ammasso informe di vermi! Ma era coperto dalla nebbia… Purtroppo, la nebbia ne copriva la vista, ma non l’orribile rumore viscido. Tutto in quella stanza era sbagliato.

Tommaso si tolse le cuffiette, erano zitte, se le mise in tasca. Non si era nemmeno accorto ce le avesse ancora addosso; il resto della roba, svanita, persa nella nebbia, dispersa come il bancone su cui si era addormentato. Non potendo vedere molto, provò ad ascoltare: sentiva il silenzio, non c’era un briciolo di vento, o il cinguettio degli uccelli, o il rumore assordante del traffico, dei clacson; solo un lamento, molto fievole, poco fuori la stanza, di una ragazza.

«Someone… Just… Help me please…»

Fu per lei che Tommaso scese con cautela dallo sgabello e mise i piedi fino al calcagno nell’ammasso di vermi, con la nausea che gli saliva in gola mentre avanzava verso la grande bocca nera che vedeva dall’altro lato della stanza, bocca dalla quale colava un liquido verdastro.

Il suono, il gemito, proveniva da una figura tutta raggomitolata su se stessa. Una ragazza probabilmente, dalle trecce, dalla voce roca ma femminea, dalla collanina che risplendeva ai raggi lunari. Lui la vedeva, mentre combatteva con la massa informe per spostarsi verso di lei; la vedeva raggomitolata a piangere. Smise di piangere solo quando la raggiunse.

Lei, noncurante dei vermi che ancora cadevano dalle scarpe e dai vestiti di Tommaso, emise un piccolo stridulino rauco e lo abbracciò. Tommaso sentì che aveva le guance completamente bagnate, gelide. Anche la spalla era bagnata, ma il liquido che il giovane sentiva non era freddo: era caldo e appiccicoso.

«Just… Just help me. Here I have a… This and a… And This!», disse la ragazza staccandosi all’improvviso da Tommaso, mentre prendeva da una propria tasca dei pantaloni un ago con un filo già attaccato ad esso.  Quindi iniziò a togliersi la felpa, si abbassò la spallina della maglietta e portò una mano del ragazzo all’altezza del taglio: «You do not have to be precise… Just… Just do it. And then the generator!»

Tommaso non capiva ma decise di accontentarla. Purtroppo non era mai stato un buon interprete dell’inglese, riusciva a capire solo qualche parola ogni tanto! Ma capiva il dolore della ragazza, il sangue caldo che fluiva, quell’odore metallico, viscido. Probabilmente doveva prendere quell’ago e ricucire la ferita, ma come fare?

Chiuse gli occhi e lasciò le sue mani condurre il lavoro. Incredibilmente, l’operazione andò a buon fine.

«I am fine, now. Thank you. He almost got me! And…»

Tommaso continuava a non capire. O meglio, più o meno capiva ma non intendeva il senso della frase! Chi l’aveva quasi catturata? E soprattutto, com’era riuscito Tommaso a curare la ragazza senza nemmeno guardare cosa stesse facendo? Tommaso era incerto, confuso, incapace di comunicare. Sapeva solo che si trovavano in un posto oscuro, che c’erano strani macchinari fermi e che qualcuno stava dando loro la caccia. Doveva fare qualcosa, dovevano fare qualcosa: lui non conosceva quello strano posto, era tutto nebbioso e…

Dei passi ovattati risuonavano nella nebbia; e un altro suono. Come metallico, metallo contro una superficie dura. Metallo trascinato, come una grossa unghia contro la lavagna. Un suono terribile, lento. Inesorabile.

La ragazza si drizzò allarmata e si guardò intorno, Tommaso la imitò.

«Move… Hide! Somewhere, fast! Fast, shit!» e corse via nella nebbia.

Tommaso sbatté le palpebre più volte. Da lontano poteva scorgere una figura immensa, bianca in mezzo a tutta l’oscurità grigia. Come la vide una scarica di terrore lo invase, terrore incondizionato, come se sapesse di essere di fronte al suo predatore: il suo istinto di preda stava prendendo il sopravvento! Ormai quella figura si stava avvicinando, doveva fare qualcosa! Ma cosa? Tornare nella stanza dei vermi era fuori discussione, quindi il ragazzo si guardò intorno. Ecco, quel cumulo di macerie avrebbe fatto il caso suo, corse a nascondersi lì, tra una cassettiera sfasciata e un telo di nylon lacero.

Attese che la misteriosa figura lo superasse.

Forse quella nebbia lo avrebbe celato.

La figura bianca lo raggiunse con passo pesante, il suono metallico era dovuto a un enorme piccone che si trascinava dietro, facendolo artigliare il terreno. Non era bianco, era avvolto in una tuta bianca, come quelle che si usano nelle ricerche e le analisi di materiali altamente pericolosi o tossici; i suoi occhi erano coperti da occhiali di protezione, ma il vetro non era scuro, era debolmente illuminato di rosso. Qualcosa, all’altezza degli occhi, emetteva una luce rossa. E se fossero stati gli occhi stessi a illuminare il vetro di rosso? Da quale orrore si stava nascondendo? E perché si trovava in quello strano mondo?

Dalla disperazione Tommaso affondò le mani nelle tasche della felpa, come se il gesto potesse scacciare tutte le ansia. Quasi cacciò un urlo. Una larva era rimasta là dentro, viscida, viva, vomitevole.

Proprio in quel momento la figura misteriosa lo guardò. Si avvicinò lentamente.

Tommaso trattenne il respiro, con la larva che gli danzava nella mano sinistra.

Non lo vide, quindi si allontano verso il muro opposto, sollevò il piccone e con un lungo arco lo usò per spaccare a più riprese prima la vernice, poi l’intonaco e infine i mattoni. Aprì un varco nell’oceano grigio fuori e si immerse in esso. Scomparve.

«Hey! Guy, where are you?»

Era la ragazza!

Tommaso uscì dal suo nascondiglio e riconobbe la sua elegante e longilinea figura. Le corse incontro, seguendola infine verso uno strano macchinario. Non sapeva se l’avesse scorto prima, la sua mente era ancora piena di adrenalina, di terrore.

Lei lentamente gli prese una mano e la portò nella parte inferiore del macchinario, dove si trovavano gli ingranaggi. Era pieno di rotelline, oggettini a scatto che erano duri, incastrati. Immobili. Poi portò la mano di Tommaso sul proprio cuore, e infine su quello del ragazzo. Quindi, lo condusse alla finestra e gli indicò un punto nella nebbia.

Tommaso spalancò gli occhi e deglutì. Una grande porta metallica si stagliava in fondo, troppo grande perché persino la nebbia potesse nasconderla. Era di metallo, illuminata con delle fiaccole sospese. Era una di quelle porte elettrice, sicuramente.

E infine, la ragazza lo riportò al macchinario e gli rimise la mano sul petto di lei.

«Help us… Repair the machine… Save us, save yourself, save us from Them!»

Tommaso prima guardò la sua faccia sfocata, poi il macchinario e infine in direzione delle grandi porte. Se erano elettriche voleva dire che qualcosa le doveva attivare. E quel qualcosa doveva essere quel macchinario, sicuramente. Un urlo indistinto risuonò nell’aria. Tommaso guardò la ragazza ed esalò un ok.

La ragazza lo abbracciò e insieme si misero a lavorare.

Non sapeva se sarebbe uscito dall’incubo, ma sapeva che finalmente non era solamente manovalanza. Era parte di un gruppo. Con un obiettivo comune.

Vivere.

Ciao! Spero ti sia piaciuto! Se hai domande o consigli costruttivi, non avere paura di lasciare un commento! Se ti interessa, questo articolo potrebbe fornirti qualche risposta! Ciao!

L’orrore della primavera

Un tempo una fata, Ver, si aggirava leggiadra sulla Terra. Al suo passaggio le piante si inchinavano, gli animali si prostravano e l’aria diventava pepata e petalosa. Lei era la fata della terra. Il suo potere era carnale. Impersonava il lato selvaggio dell’umanità.
Un giorno, questa terribile quanto passionale fata comparve davanti a un uomo. Egli era spaventato ed eccitato allo stesso tempo. Era quello l’effetto che lei faceva agli umani. La sua sensualità era troppa per quelle infime creature. I suoi dolci occhi di miele lo squadravano sensuali, mentre si avvicinavano a quelli del vecchio. Ella portava con sé uno scrigno d’oro. Si aspettava una frase sussurrata da quel sindaco. Ma niente. Depose il contenitore prezioso tra le sue mani tremanti. Quando l’uomo lo aprì, rimase sconvolto nel trovarci un cuore umano. Il suo volto si deformò dall’orrore quando vedendolo pulsare, notò che dal proprio petto non proveniva alcun battito.Mentre il vecchio si accasciava a terra lei se ne andò leggera. Disse solo cinque parole: domani prenderò tutti gli altri.
E scomparve in una nuvola di petali di rosa.

L’orrore della primavera ebbe inizio con l’avvistamento da parte di una coppia di una fanciulla eterea distesa in mezzo a un campo di fiori. L’uomo la guardava troppo intensamente. La ragazza gli sorrise e aprì le gambe. Il giorno dopo quella coppia fu ritrovata in stato di putrefazione, riconosciuta solo per l’esame delle ossa. La polizia presunse che la donna avesse ucciso il marito con il forcone in uno scatto d’ira e poi si fosse suicidata.
Quei due cadaveri furono i primi di una lunga serie, tutti caratterizzati dall’assenza del cuore tra i resti dei cadaveri.
Il secondo gruppo si trovava dentro a un canile. Tutte le gabbie e le porte erano aperte. Il detective James Glahan dai nastri vide una ragazza sensuale camminare leggera tra i corridoi, accompagnata dal direttore. Lei gli rivolse un provocante sorriso mentre lui apriva estasiato tutte le gabbie, schiacciando un bottone d’emergenza. Quindi egli si posizionava in ginocchio insieme a tutti gli altri e felice si lasciava sbranare dai cani e dai gatti. L’ultima sequenza mostrava la ragazza china a raccogliere i cuori dalle carcasse. Scomparve.
Il canile fu ritrovato in evidente stato di abbandono. L’erba aveva cominciato a crescere sui tetti e negli interni. L’edera ricopriva ogni parete. Solo la sala della sorveglianza era sopravvissuta alla distruzione dei macchinari. E dire che la giovane aveva guardato dritto nell’obiettivo della telecamera! Sorridendo dolcemente!
La polizia si rese conto che c’era una scia di morte: tutto era cominciato dalla coppia di contadini, poi l’azione si era spostata al canile e infine si era conclusa in un laboratorio, in cui erano stati distrutti tutti i macchinari di ricerca e i dati dei risultati.
Il particolare più inquietante era che la distruzione del villaggio era avvenuta tutta in poche ore. Tutte risalenti al giorno prima dell’arrivo della polizia e dell’FBI.
Le strade erano devastate dalla vegetazione. Che avevano inglobato i resti putrescenti della popolazione, tutta dal primo all’ultimo, riversa sulle strade. Tutti senza cuore. Come il sindaco prima di loro.
Nemmeno un animale era stato rinvenuto nell’arco di molti chilometri. Tutti scomparsi. Ma non i segni dei loro attacchi agli abitanti di quel villaggio. Erano state trovate sulle carni dilaniate perfino punture di formiche e di bombi. Qualsiasi animale aveva dato il suo contributo. E poi era sparito.
L’ultimo assalto avvenne in un laboratorio militare, celato da un anonimo villaggio di piccole dimensioni. Non dava nell’occhio. Anche là le autorità trovarono un massacro: tutti uccisi e privati del loro cuore. Anche in quel caso, a spiegare l’accaduto furono i nastri di sorveglianza. Essi mostrarono una ragazza libidinosa e di straordinaria bellezza aggirarsi leggera tra i corridoi scortata da due militari armati di mitra. Decisa andò nei sotterranei dove distrusse tutti i macchinari di ricerca . Poi sussurrò sensuale ai due assassini, due giovani ufficiali, di suicidarsi. Come al canile, scomparve in una nuvola di petali di rosa, dopo avere raccolto tutti i cuori. Dal primo all’ultimo.
Nessuno seppe spiegarsi nulla.
La natura si era svegliata e, furiosa per come l’umanità stava trattando le sue creature, si era fatta giustizia ammonendo quelle bestie immonde che si facevano chiamare umani. Solo chi era senza colpe fu risparmiato.

E tu, rispetti la natura?

Fonte

La Terra del Caos

La Terra del Caos

C’era una volta, nella Terra del Caos, in una valle mortifera insidiata tra le montagne, un regno governato dal Diavolo. In questo regno il caos e l’orrore proliferavano indisturbati, i demoni piagavano le loro vittime con torture e tormenti indicibili e tutto procedeva ferocemente nel buio più assoluto dell’anima. Nessuno dei dannati, perché uomini condannati a soffrire erano, poteva vedere gli angusti paesaggi di quest’ antico regno, ma ai dannati neppure sorgeva nella loro mente annebbiata dal dolore di scappare perché il vento sferzante sporcava i loro occhi -a chi rimanevano ancora- con la sabbia delle dune e i loro orecchi venivano dilaniati dai versi mostruosi delle creature osservatrici! Nessuno poteva vedere nulla, perché il buio inghiottì ogni cosa millenni prima, tranne il Diavolo dal suo abisso; là egli, incastrato a dirigere gli orrori di quel mondo perso ma mai dimenticato, con occhi smorti, vedeva tutto.

L’Invasione Celeste

Un giorno, però, una luce si introdusse prepotentemente nella vallata in cui il Regno del Caos dilaniava le proprie anime tormentate. All’inizio sembrava che le nuvole stessero ribollendo con una serie di pustole e lacerazioni sulla loro densa superficie, ma poi esplosero liberando il sole che come un lama distrusse le tenebre di cui i demoni avevano fatto casa propria. Un’onda di creaturine alate e pure discese dalle nubi rosse e dense evaginate e si frappose tra i demoni e le loro vittime, inondandoli con una luce che i primi non avevano mai visto e i secondi avevano dimenticato. Subito, le creature delle tenebre urlarono dal dolore come se la loro pelle venisse bruciata a fuoco vivo e si ritrassero, lasciando il sollievo nel cuore delle anime tormentate! E se tutto ciò non fosse abbastanza, le creature alate presero il controllo del regno sostenendo che non sarebbe più esistito perché tutti meritavano una seconda chance: catene spezzate, edifici eretti per soccorrere i dilaniati e un nuovo sistema governativo! Il Diavolo, a tale splendido spettacolo, sprofondò dalla vergogna ancora di più nella voragine in cui fino a quel momento si era trovato fin sopra ai lombi.

Il Caos venne sconfitto dall’Ordine e dalle Leggi; il Purgatorio nacque.

Un eroe sorse a combattere

Per fortuna, un eroe riuscì a fuggire prima della catastrofe! Uno dei suoi mille occhi aveva notato in tempo la scia luminosa che forava le nuvole dense e rosse, le sue gambe si erano preparate a correre, il muscolo cardiaco si era arrestato dalla paura; solo quando il baldo giovane era uscito dal deserto che circondava il regno nella Terra del Caos, sudato e morente per via della pancia sballonzolante, il suo cuore del riprese a funzionare… solo per farlo svenire quando notò ciò a cui era appena sfuggito: la distruzione della propria casa e il rintanamento dalle forze nemiche dei suoi simili di tenebra… solo perché quelle creature avevano portato il Leviatano a custodire il Paese invaso! Cosa fare? Dove andare? Come fermare la luce se si è un’ombra? Tante domande affollavano la mente del baldo eroe, ma neanche grattandosi il grande corno che gli nasceva sulla fronte egli poteva trovare risposte. Fu così che scese nelle profondità della terra per cercare il suo Maestro sconfitto e infossato.

La grotta

La strada per la conoscenza lo aveva lasciato in un fiume di sangue dorato; quel sangue sarebbe filtrato oltre il centro della terra e raccoltosi in una miniera sarebbe stato scoperto da qualche uomo e il suo piccone. Trovata in mezzo alle montagne la cava verso le profondità degli orrori della mente umana, l’eroe del Regno decaduto si era inabissato e per arrivare a capire cosa fare, aveva attraversato labirinti di spine, nidi di serpenti e vertigini solcate da ponti esigui. Ma alla fine ce l’aveva fatta: di nuovo nell’oscurità più completa, poté vedere i diamanti di cui il Suo tornace era composto, prezioso scrigno di sapienza e orrori, e fu allora che il Maestro si strappò le budella ed esalò le sue sibille.

La profezia

«L’orrore della purezza non può essere fermato dalla gioia del sangue: qui è la mente che impera e il nostro potere carnale di natura infernale, langue. Tuttavia, il nostro opponente ha lasciato incustodite quattro armi per noi potenti, quattro magie contro lui nocive per i suoi eserciti allora marciscenti. L’acqua mistica devi cercare e al mollusco la devi ghermire; con il fuoco purificatore, di dolore immenso, devi nutrire il nostro spirito volgare; la brezza marina protetta dall’arpia li spazzerà via e le rocce aguzze sui nostri dannati li riporteranno, riconquistato il Regno, alle ragioni per cui sono stati qui mandati! Il Leviatano soccomberà, il Caos tornerà e festeggeremo con arroganza e viltà. Vai orrida creatura, fai che in terra orrorifica torni la sciagura!»

Gli elementi

Proferite queste sibille, il Maestro ritornò al suo silenzio, il silenzio di un re senza più nemmeno la corona; e senza i suoi lumi, la grotta in cui i due si trovavano ripiombò nel cuore di tenebra del monte. E quando il demoniaco eroe si stava per disperare consapevole di non conoscere il proprio futuro e come avrebbe potuto ottenere quelle preziose armi divine, nel buio i diamanti toragici di Satana si illuminarono improvvisamente al fine di mostrare al futuro viaggiatore la strada per riportare ciò che più bramava ottenere: il Regno del Caos, giusto quel giorno salvato dalla carità, nell’oblio dell’anima. Al baldo eroe, allora, non restò altro che abbandonare la propria casa del dolore e avventurarsi verso l’ignoto.

FINE PRIMA PARTE

Un volto segnato

Tanto tempo fa, un viandante viaggiava. Era stato in lungo e in largo per il mondo divino, per cercare elementi che potessero aiutare la sua gente e, dopo anni di peregrinazioni, la sua missione stava svolgendo verso la propria conclusione: finalmente aveva trovato la soluzione alla luce lucente e luminosa che li stava uccidendo. Se all’inizio aveva faticato a camminare per colpa della grande massa sballonzolante addominale e per gli occhi i quali lacrimavano sangue a causa del dolore di osservare le cose, finalmente dalle pene subite il viaggiatore senza patria era dimagrito vistosamente e la lunga coda, di ossa spesse neurali, remava nel mare di spazio che ogni giorno il poveretto doveva attraversare. Ma almeno, parte della missione era finalmente compiuta: ogni volta che poneva la mano lacera sulla sacca abbondante, un nero sorriso viscido e gelatinoso gli compariva sul volto.

Le rocce aguzze

Ora il viandante dai mille occhi si dirigeva verso il Vulcano delle Emozioni, dove l’animo umano ribolliva furente per creare senza discernimento morte e nascita dalle ceneri. Tutto era più chiaro e limpido – dalle nuvole ora bianche e canute al suolo fertile e fecondo – da quando il cielo si era aperto con l’invasione delle creature celesti e la seguente caduta del Regno del Caos; tuttavia, se con proprio dolore il viaggiatore demoniaco poteva osservare dove andare chiaramente, ciononostante il cammino verso l’antro dell’uccello di fuoco richiedeva la scalata di rocce laviche lisce e fragili, poco resistente e con la pessima tendenza allo scivolamento interno: non poteva concludere la vetta del masso prima che questo si staccasse dalla parete e si schiantasse al suolo! Fortunatamente, almeno, per le rocce aguzze era stato molto più semplice: si era recato nella Foresta di pietra e le aveva picconate. Ma qua, doveva raccogliere una delle piume della Fenice, animale sacro al Signore del Cielo e metafora di forza e rinascita, che risiedeva immortale dentro al masso caldo di calore proprio alla base del vulcano, proprio sopra alla camera magmatica. L’unica nota positiva dopo ore di scalata non erano le mani nere di schegge o la gola rovente, ma la pelle trasudante sempre più sudore acre: l’aria sempre più calda e le rocce sempre più roventi e ustionanti indicavano che egli era vicino alla meta!

La Fenice

Il vulcano era alto parecchi chilometri, con un cratere di forma ovale e la struttura in roccia nera, in un tutto il suo spessore, era attraversata da una scalinata spiralata dall’apice fino alla base; alla base la camera magmatica si era solidificata a formare un pavimento di grandi massi neri e ruvidi, pieni di piccoli sassi e pori, formatisi con l’esalazione dei gas da quelle rocce. In mezzo a tutti quei massi neri, un macigno risplendente di luce arancione si stagliava in mezzo alla vista: era quello il nido della Creatura! Al viaggiatore toccò scendere le migliaia di gradini stando bene attento a non fare alcun rumore; quindi, iniziò ad avanzare verso l’uccello di fuoco e, trovatosi alla presenza del grande macigno, posò a terra la sacca che portava sempre al collo. Da lì, ne tirò fuori uno scalpello e un martello e li usò per rompere nel suo punto critico il macigno; inutile dire che da esso razzolò fuori la Fenice che, ancora stordita, non si accorse del furto di una sua piuma dal ladro il quale, ripresi i sensi, ormai era già fuori dal cratere.

La palude

Così, con la piuma di fuoco e le rocce aguzze al sicuro nella borsa, ora il viaggiatore dai mille occhi si apprestava a inseguire la sua terza meta: l’Isola dell’Agonia. Quel luogo di grande mistero e agonia era protetto da una creatura straordinaria, dotata di tentacoli uncinati, zanne e un solido guscio a proteggerne le debolezze. Un terribile guardiano di una grandiosa ricompensa: la possibilità di poter raccogliere una fiala di Acqua Mistica, un fluido dalle proprietà corrosive o curative, fonte di vita o di morte al volere del suo possessore! E così, il baldo giovane, prosciugato ormai delle proprie energie, esplorava terreni fangosi dove le sabbie sembravano volerselo divorare senza pietà… egli doveva pure districarsi in mezzo ai labirinti di scheletri e nebbie, canne e salici, acque stagnanti e pozze nere. Solo quando intravide un isolotto poté riprendere fiato, perché sapeva fin dentro al suo cuore marcio che quell’isolotto era la casa della fonte da lui tanto ricercata e ultimo elemento da reperire oltre alla Brezza Marina.

Il Guardiano

Se da un lato il viaggiatore dai mille occhi era felice di avere trovato la fonte dell’Acqua Mistica, dall’altra il suo cuore sprofondò nella paura che probabilmente i dannati erano soliti provare ogni giorno prima della liberazione celeste: ad attenderlo un mostro gigantesco e affamato era stanziato sulle rive tanto bramate! Era un essere rivoltante, dotato di tentacoli alla cui fine era posizionato un uncino di almeno tre metri, un corpo molle e violaceo e una lunga fila di denti in mezzo ai quali sbucava una terribile lingua dentata; e se tutto ciò non fosse abbastanza, una conchiglia ne proteggeva le viscere mentre due occhi grandi e sviluppati gli consentivano di osservare il mondo che dominava con immensa facilità. Un guardiano temibile, sicuramente un’eguale fonte di prodigi.

L’immersione

Il baldo giovane dal corpo ormai prugneo con i suoi mille occhi bianchi calcolò l’ambiente circostante e non vedendo altra soluzione, si denudò di tutto tranne della sua lama; si immerse. Quelle acque stagnanti sembravano non finire mai di addensarsi, più che nuotare in apnea la sensazione che provava era quella di scavare in un fluido denso e quasi solido; le uniche sensazioni percepibili erano tattili, con quella massa che continuava ad opprimerlo invadente. Era come se qualcosa lo mandasse sul fondo ad ogni bracciata ed il fondo non sembrava il posto migliore: molti scheletri e carcasse animali o antropomorfe galleggiavano toccandolo maliziosamente. Ma se la nuotata era stata terrificante e deprimente, l’emersione fu ancora peggio: ad attenderlo ci furono le fauci del Guardiano, che si aprirono a maciullarne le carni! Nessun uomo sarebbe potuto sfuggire a un tale orrore.

FINE SECONDA PARTE

Due lunghi boccoli biondi

Tanto tempo fa, il Regno del Caos era caduto sotto le gioie dell’armata celeste e una donna dai lunghi boccoli biondi raccolti in due code laterali imperava con amore e giustizia. I deserti le cui sabbie erano solite ferire i lobi oculari erano state rimpiazzate da rigogliose colline verdi brulicanti di piante e tanti ecosistemi diversi, le nubi rosse pregne di sangue evaporato a causa delle altissime temperature erano diventate bianche depurate, come tutto il paesaggio del Regno Decaduto. Ora i dannati soffrivano un tempo e poi lasciavano le lande fiorescenti verso terre a loro ignote; tutto era dovuto a quelle creature di luce che avevano invaso e conquistato l’Inferno, ma nessuno sapeva che qualcosa sarebbe cambiato definitivamente.

Nascosti nelle ombre

Ormai erano passati anni da quando la Terra del Caos era abitata da queste creature capaci di raschiare le turpitudini dell’animo degli uomini e la loro signora si godeva il panorama di esseri dannati, nascosti all’ombra di rientranze rocciose o sotto alle piante: niente e nessuno sembrava potersi opporre alla loro grande magia. Così, come tutti le giornate, era distesa sulle proprie belle ali minie, le mani a sciogliere i lunghi boccoli che le ricadevano sulle sue candide gambe femminee; come tutti i giorni i suoi luccicanti ocelli cerulei guardavano il cielo, dove il suo esercito volava elegante a sorvegliare quel mondo perfetto, mentre il delicato nasino all’insù faceva ombra alle labbra piccole. Quando arrivò il vento che tutto spazza via, l’Inferno parve materializzarsi tutto d’un tratto.

Il lupo

Un ululato aggredì feroce e furente la valletta, sradicando intere zolle di terra, spargendo nel vento centinaia e migliaia di cadaveri senza braccia,senza gambe, senza alcuna appendice che potesse essere strappata con facilità, dritti in cielo; quando il lupo smise di emettere i suoi versi, una pelle scuoiata della propria pelle vedeva i propri batteri alieni privi dei piaceri che avevano portati con sé: edifici crollati, piante strappate al suolo, pozze idriche prosciugate, tutte le riserve spazzate via. Nell’aria, già più secca a causa delle alte temperature e dell’umidità portata via prima che riuscisse a rendere l’ambiente più vivibile, già frammenti di ossa, cortecce e rocce volavano liberi di ferire qualsiasi organismo trovassero. Il Purgatorio era caduto.

Il pianto

E se qualcuno degli esseri angelici fosse ancora rimasto a mantenere la guardia, improvvisamente le nuvole si raggrumarono tutte e, pregne della linfa dei cadaveri, si tinsero di rosso. Il caos tra le file celesti cresceva con il passare dei secondi, gli esseri di luce costretti a camminare con podi insviluppati e muscoli artropizzati: solo il loro luogotentente dai lunghi capelli biondi poté far fronte alla situazione, anche perché dal basso poté notare in tempo quello che lei interpretò il pianto del Signore dei Cieli. Grandi gocce pregne d’un’acqua magica piombarono sull’esercito celeste; ogni tocco di quei granuli era tortura perché scioglievano con estrema facilità le epidermidi arrivando arcigne alle ossa di cui non avevano pietà. E così, di quel corpo scorticato non rimasero nemmeno le carni a causa dei grandiosi solchi che il pianto proveniente dalle nuvole sanguigne lasciò dopo di sé sul terreno ormai privo di suolo.

Il bruciore

L’orrore brutale e repentino dell’Apocalisse in quel luogo, poco prima quasi paradisiaco, aveva lasciato a terra diversi cadaveri angelici; i loro fotoni ormai si disperdevano nell’universo, non avendo più un’anima che li governasse. La donna dai lunghi boccoli d’oro non smetteva di muovere i suoi meravigliosi ocelli da una parte all’altra della valle protetta dalle alte montagne, ma la tempesta aveva decimato i suoi protettori e aveva reso possibile che le ombre uscissero dai loro giacigli ora che il sole stava uscendo per sempre da quel posto; qualcosa doveva avere scatenato la tempesta, ma cosa? Cosa poteva andare contro il volere pulito e giusto del Leviatano? Chi mai poteva sconfiggere o provarci solo, contro una figura tanto mistica e temuta? La fanciulla non sapeva cosa rispondersi, ma ebbe la certezza che qualcuno tramava nell’ombra quando le nuvole mostrarono la sagoma di un enorme uccello rosso di fiamme che abbatté la propria furia sui rimanenti sottoposti celesti sopravvissuti. I lunghi boccoli dorati si muovevano al vento perfettamente intatti, ma, a parte le anime dannate, era sola.

Il ritorno

Improvvisamente, in mezzo al fumo del terreno ancora ardente, una viaggiatore delineò la propria figura.

FINE DELLA TERZA PARTE

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Una lama emanava una luce propria nei riflessi rossi lampeggianti delle nuvole sopra ai due contendenti; era stata sfoderata una volta che la donna dai lunghi boccoli biondi aveva sceso l’altura su cui la sua villa fino a qualche momento si trovava intatta. Dall’altra parte, in mezzo ai fumi neri della terra ancora fumante, il viaggiatore restava immobile a osservare l’infida creatura che gli si parava di fronte.

Gli ocelli cerulei si mossero impercettibilmente mentre si avvicinavano nei fumi alla sorgente del suono. Si era scurito dal loro ultimo incontro, non riusciva più a scorgerlo; era dimagrito dalla loro ultima apparizione insieme, si poteva nascondere facilmente; la sua voce era più acuta ma anche molto più controllata: era una minaccia che doveva essere fermata prima che potesse reclamare qualcosa che i suoi simili, trovata in lui la forza di osare, non avrebbero tardato a reclamare anche loro. E lei era sola.

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Un fendente illuminò di giallo citrino, ma solo l’aria venne tagliata a pezzi. Allora la giovane donna si chinò leggermente sulle ginocchia e portò la lama sulla spalla destra; era pronta a scattare nuovamente ma aveva un problema in tutto quel fumo: non vedeva nulla.

La giovane donna allora si fermò ad ascoltare, chiudendo gli occhi. Non sentiva passi, erano soli, non sentiva il suolo vibrare al passaggio nel fumo del nemico; poteva percepire un battito, però. Ali enormi. Sopra di lei. Quando alzò la testa, dove il fumo era rado, il demone si era levato in volo. Lo vide aprire il sacco e cacciò un urlo.

E un’ultima pioggia si abbatté sulla valletta che per anni era fiorita con ogni gemma immaginabile nata dai resti dei dannati squartati e appesi agli alberi annodati tra loro. E un’ultima pioggia videro le ombre dai loro giacigli che, oscurato dopo anni il sole, poterono uscire e unirsi in libertà senza essere viste alle e nelle tenebre. E un’ultima pioggia di rocce aguzze dilaniò in mezzo ai fumi il grandioso Leviatano dai lunghi capelli d’oro come la luce della speranza e dell’intelligenza, mentre da una nuova voragine al centro della valletta Satana si issava nuovamente nella sua chilometrica figura.

L’Inferno era tornato.

~ Tratto da: https://ilblogditony.blogfree.net/?t=6151837

Notte Morta

Notte Morta
È la sera del 31 Ottobre. Cammino solo guardando nell’oscurità i bambini che, veloci come le enormi libellule della terra, volano tra le strade. Le loro risate risuonano allegre nella notte, odo i loro passi risuonare nel cemento accompagnati dal cigolio degli zuccotti di plastica arancione straboccanti di dolci delizie. Sorridono, ignari dei dolori che governano il mondo, protetti dai loro genitori che tengono al guinzaglio i cani festosi.
Cani, che parola magnifica. Anche io una volta ne avevo uno, un cucciolo dal manto morbido e con baffi enormi del colore della crema. Per lui ero il suo dio, non faceva altro che adorarmi. I suoi occhioni neri come la pece mi scrutavano imploranti quando apparecchiavo la mia tavola ricca di carne, in attesa di un regalo; in quei momenti era particolarmente affettuoso. Uggiolava, perfino. E ora non c’è più, il candelabro spettrale se lo è portato via; l’ultimo ricordo che ho di lui è un’oscura luce. Il mio Dylan non c’è più, anche se ultimamente ho visto spesso un altro essere simile sebbene alquanto diverso.
Lo chiamano Absol, colui che è portatore di catastrofi, dicono. Mi ha fatto visita due volte: la prima al funerale di mia madre, pace all’anima sua, e l’altra a casa mia, leccandomi sinistro la mano pendente fuori dal lenzuolo mentre dormivo. Entrambe le volte sono riuscito a scorgere solo un bagliore chiaro nell’oscurità. Entrambe le volte mi è sembrato che i suoi stanchi e solitari occhi vuoti scrutassero la mia anima, cercando di comunicare un messaggio che evidentemente non ho compreso.
Le risate risuonano nelle strade lugubri gioviali, in contrasto con il mio animo. Dylan mi ha lasciato e non tornerà più e non riesco ad accettarlo. Mi sembra ieri che mi toccava con il suo tartufo la gamba e si aspettava le carezze, fiducioso, mi ricordo le serate passate da solo ad ascoltare la musica mentre studiavo, con il mio Dylannone a fissarmi devoto. Cucciolo. Il candelabro me lo ha strappato lasciando a me solo le sue carni, vuote. Lo ha rapito aiutato dalla solitudine, in giardino, dove sciagurato lo ho lasciato stanco. Non so come è morto, forse era troppo buono e il cuore non ha retto, forse il freddo con tutto il pelo che ha perso durante le cure. Il mio animo è corrotto da questo dubbio, non trovo riposo. Ma ora tra poco potrò chiederlo al lui, il mio cucciolone: la luna non è più chiara e bianca, ma emana una luce viola e debole come quella di una candela.Aspettami, mio Dylan, tra poco potrò di nuovo accarezzarti.

Gladiatori

Schivai facilmente il colpo di spada e fendetti l’aria fino ad arrivare al suo braccio, che cadde tagliato dalla mia splendida arma. Il sangue usciva copioso, ma non potei godermi lo spettacolo perché il secondo gladiatore mi caricò con il pugnale in mano. Dovetti indietreggiare, ma poi riuscii a fargli cadere a terra il pugnale e a squartarlo, penetrandolo e ruotando la lama dentro di lui. Quanto godetti! Lo abbracciai mentre la spada lo trapassava. Poi lo buttai a terra sulla polvere. La folla mi adorava. Mi trascinai verso quello da finire e lo minacciai puntandogli la sua stessa arma alla gola. Guardai il mio Imperatore che fece segno di ucciderlo. Felice, lo decapitai e… Cavolo, mi sporcai la camicia nera e le mie fantastiche Nike! Comunque soddisfatto, raccolsi le armi e mi congedai, acclamato dalla folla. Adoro il Colosseo.
Il giorno dopo, urlai di rabbia. Avevano di nuovo dato la paternità dell’impresa a un serial killer! Buttai nel cestino il giornale e guardai intorno a me. Dovevo trovare dei nuovi combattenti.

La prossima volta i giornalisti avrebbero notato il mio valore.

Il gatto, per gli Indiani Pawnee, rappresenta:…

La cattura

Il mostro

Splendore