Un’avventura nei boschi

Normalmente, di notte le lucertole vanno a dormire perché essendo a sangue freddo hanno bisogno del calore del sole per riempirsi di abbastanza energia per compiere un qualsiasi sforzo. Ecco, Lucy non era così.
Erano le sei di sera, il sole era tramontato da molto tempo e le due amiche ormai vagabondavano spaesate e scoraggiate nella foresta, consce di essersi perse ore prima; la piccola lucertola si era raggomitolata sopra alla testa della sua compagna di avventure Fuffy. Il pelo setoso della gattina ormai era diventato ispido e sporco a causa delle numerose trappole in cui erano cadute, le zampette doloravano urlandole di fermarsi e gli occhietti gialli brillavano nel buio anche se secchi e arrossati dalla stanchezza: dovevano decidere cosa fare.
«Lucy, sei sveglia?», chiese con un piccolo miagolio stanco, «Sono stanca… Non vorrei incontrare nuovi pazzi e mi fanno male le zampe…»
A quelle parole la lucertolina si stiracchiò tutta alzandosi dalla testa e zampettò fino alla schiena dove si raggomitolò. «Sstai tranquilla, amica mia, ssiamo quassi arrivate. Me lossento. Vuoi che ti dica la mappa che ho memorissato finora? Vuoi un masssaggino alla schiena?»
«Ah no grazie. Almeno so che sei sveglia. Quindi mancherà poco?», chiese lei speranzosa mentre saltava un tronco caduto. Le sue forze ormai sembravano solo un lontano ricordo ma la gattina temeva che tornando indietro avrebbe scatenato le risate generali e quindi decise di dimostrare a se stessa di potere continuare con la missione!
«Ma certo Fuffffy. Sstai tranquillina. Tuuutto andrà bene. Ti ricordi quanti nemici abbiamo affrontato? Per esssere delle novelline ssiamo brave.», le rispose la lucertolina. E quindi iniziò a zampettare sulla schiena, riscaldandola con il suo calore e sciogliendo i muscoli tesi della micetta.
«Ok. Andiamo avanti!» e proseguirono con la loro avventura.

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Un bagnasciuga scarlatto

Qui ho deciso di postare una mia PokéPasta riguardante il Pokémon Sandygast della settima generazione. 

Finalmente la scuola è finita, sono liberi. Liberi di correre, liberi di dormire, di sognare e svegliarsi senza la sveglia. La scuola è finita e Luna e Matteo possono finalmente uscire sotto il sole, al mare, come hanno sognato di fare da quando si sono messi insieme.
12 Giugno 1987, la giornata è splendente grazie alla luce riflessa dalle due distese di sabbia dorata e di oro blu sonnolento e cullato da una lieve brezza marina. Sono le undici, ma le spiagge sono vuote, tutti sono alla celebrazione dell’insediamento di Alyxia come protettrice di questa bella isola oppure per quel fattaccio accaduto la settimana scorsa, quel vagabondo morto sulla spiaggia più famosa di Akala, mai identificato. Ma a loro non importa, hanno la spiaggia tutta per loro.
Gli occhi neri come il carbone di lui scrutano il viso sereno di lei, un capolavoro dell’arte più pregiata, e si chiedono cosa mai abbia fatto per meritarsi l’amore di una ragazza tanto bella lui, il ragazzo più grasso dell’isola. Lei d’altro canto non può smettere di sorridere: una biondina dagli occhi di ghiaccio, una bellezza glaciale dalle morbide curve nei punti giusti, oggetto di fantasie erotiche da parte di tutti i ragazzi ma solo quello, una fantasia per tutti e poco altro almeno fino a quando aveva incontrato Matteo che in quel momento suda come un maiale temendo di fare qualcosa di sbagliato; lei lo trova adorabile, la ascolta parlare dei suoi sogni e non scoppia a ridere, lei gli era infinitamente grata all’inizio, ma solo quando la aveva aiutata in quel momento difficile lei aveva capito che è quello giusto.
Luna e Matteo scelgono un tratto vicino al mare perché lei lo aveva sognato senza mai potersi avvicinare durante quel noioso periodo chiamato dai più scuola, da ancora più persone prigione. Senza sapere di essere osservati impiantano l’ombrellone e stendono i teli colorati e sgargianti e ridono, ridono perché sono insieme. Passano le ore a parlare del loro futuro, fino a quando lo stomaco largo e profondo di Matteo brontola ed entrambi capiscono che è ora di pranzo, anche perché il sole li guarda caldissimo sopra di loro quasi urlandoglielo. Allora la ragazza va a prendere il cestino.
La camicetta aperta della bella Luna svolazza libera a destra e a sinistra grazie alla lieve brezza marina, un azzurro delicato che sfiora la sua morbida pelle mentre il costume dorato le copre le grazie. Le lunghe gambe veloci la portano alla macchina davanti alla quale lei afferra dal taschino della camicetta le chiavi e le applica, aprendo la portiera. Prende il cesto di vimini, una sua idea per romanticizzare il tutto, e richiude la macchina, rimettendo le chiavi nel taschino; quindi si specchia e controlla che sia tutto a posto e torna da Matteo.
E urla, ma nessuno la sente.
Corre verso il nulla, verso un punto della sabbia macchiato di rosso. Corre verso il nulla perché Matteo non c’è, è scomparso, si vede solo il mare calmo e baciato dal sole più bello. Certo, la sabbia scotta, ma è un luogo veramente incantevole. Luna corre verso una pozza, no, non è una pozza: sembra più un bagnasciuga scarlatto, lontano però dalla parte toccata dal mare che circonda questa bellissima isola. Nemmeno lei sa cosa sia o cosa sia successo ma ci corre perché vicino c’è un sandalo abbastanza lungo e largo, quello del suo innamorato. Corre con le lacrime agli occhi, senza grazia, senza orgoglio, perché vuole toccarlo, prenderlo in mano e constatare che sia veramente il sandalo di Matteo. Corre con le lacrime agli occhi e non vede sbucare dalla sabbia una parte di piede, sulla quale inciampa e per cui cade in un buco vivo apertosi nel terreno.
<hr>
Sandygast, essendosi impossessato di un castello di sabbia, è nato dallo spirito di quel vagabondo morto da solo e mai riconosciuto e ha iniziato a vendicarsi della società che lo ha rifiutato. Ma con l’aumentare delle vittime le spiagge hanno iniziato a svuotarsi, lasciando lo spirito delle sabbie solo con la sua rabbia vendicativa.